ESAME DI COSCIENZA PRATICO

Cardinale Giuseppe Siri

I

L’ESAME DI COSCIENZA

Necessità

L’esame di coscienza è necessa­rio alla VERA purificazione dell’a­nima. Infatti un pentimento gene­rico delle proprie colpe, non scava profondo e non è completo se non c’è una visione almeno sufficiente delle colpe stesse. Con tale esame noi ci si guarda in faccia.

La umiltà che in fondo dà la mi­sura del dolore dei peccati è stimo­lata dalla netta considerazione del­le deficienze, della loro leggerezza, della loro stupidità, del loro grado di inquinamento nell’anima, dalla contraddizione ingenerata da una comparazione col creato.

La ascesa nella virtù non può realizzarsi senza un distacco dalle colpe; l’amore di Dio e del prossi­mo – massimo tra i comandamenti – non si libra decorosamente sen­za il cambiamento operato dalla pe­nitenza. Ma questa – come si è detto – dipende anche dal sapere « chi siamo », nei più piccoli det­tagli.

La santità, che corona la ascesa nelle virtù, viene a dipendere dallo stesso fattore di continua cognizio­ne, dolore dei propri peccati.

Si può affermare che l’esame di coscienza rimane ordinariamente il punto di partenza più concreto del cammino verso Dio e verso la vita eterna.

 

In che consiste

L’esame di coscienza consiste an­zitutto nel richiamare alla memoria quanto si è compiuto di imperfetto o peccaminoso in un certo periodo di tempo. Il male morale è « diffor­mità dalla Legge di Dio » e tale difformità non sta solo nel peccato mortale, bensì anche in quello ve­niale.

Il richiamo alla memoria non vie­ne fatto nell’esame di coscienza a scopo di pura indagine statistica o di introspezione psicologica, ma al fine di pentirsi per ottenere il per­dono dei peccati. Senza dubbio l’e­same può rivelare elementi interes­santi la conoscenza di se stessi – e il lo vedremo -; ma non è questo dato scientifico che costituisce l’esa­me di coscienza nel suo vero essere; fine è il perdono da ottenersi dal Signore e del miglioramento del­la propria vita.

Per raggiungere il suo scopo l’e­same di coscienza non può essere frettoloso e superficiale. Se è fretto­loso, lascia il quadro incompleto, non afferra quello che sta nelle pie­ghe dell’anima e vi prepara ulteriori cadute. Esige dunque un certo sfor­zo di memoria e di perseverante at­tenzione. Solo in tal modo fornisce il materiale per il miglioramento della vita.

I tempi dell’esame di coscienza

Per avere una vita cristiana or­dinata l’esame di coscienza va fatto ogni sera. Allora è presa di cogni­zione di una giornata, è rilevamento di temperatura spirituale, è allarme, per divenire richiesta sincera di per­dono e chiudere onestamente e de­corosamente un piccolo capitolo del­la esistenza.

Tuttavia l’esame quotidiano non basta ad un vero progresso spiritua­le: deve essere integrato chiaramen­te da esami periodici riassuntivi, da esami relativi a doveri specifici, da rilevazioni in rapporto al proprio tempo. Tale ultimo esame è neces­sario per coloro che devono entrare nella vita di comunione ecclesiasti­ca o civile a qualunque titolo. Ne riparleremo nelle note di introdu­zione speciale ai singoli tipi di esame.

L’esame di coscienza per la risoluzione di talune gravi questioni

Per quanto l’argomento vada ri­preso in sede di dettaglio pratico e utile attirare subito l’attenzione su diversi punti.

La consistenza piena e sana del­la famiglia è in realtà il primo pro­blema da risolvere in un piano pa­storale ed in una restaurazione del­l’ordine umano. La famiglia è la cellula della società tanto ecclesia­le, che civile.

I mali che la minano derivano anzitutto da una incoscienza dei doveri che regolano la sua vita nor­male, nonché dai mali portati dal­le deformazioni e dalle colpe dei singoli membri.

Altro problema estremamente di­satteso è quello della scelta della intera vita. Nulla si improvvisa, mentre gli atti ci seguono. Inelut­tabilmente. Solo un esame metodico può ovviare alle tristi situazioni causate in un indirizzo o sbaglia­to, o illusorio, o ispirato solo alle esigenze materiali.

Il dovere di inculcare ed insegnare l’esame di coscienza

La pratica dell’esame di coscien­za è fondamentale per la vita, quan­to sono necessarie per la naviga­zione le segnalazioni luminose. An­che chi non credesse in Cristo sa­rebbe obbligato a fare l’esame di coscienza nella misura stessa in cui volesse essere lui padrone dei pro­pri orientamenti, sentimenti, azioni.

Basta ricordare questo, perché appaia l’obbligo, grave per qualun­que educatore cristiano, di inserire nella propria pedagogia l’esame di coscienza.

La necessità dell’esame aumenta quando si tratta di condurre per i sentieri della ascesi. Parliamo dei confessori e dei direttori spirituali a qualunque livello. Senza esame di coscienza ben articolato, secon­do quanto diremo in seguito è pres­soché impossibile – salva l’azione della grazia del Signore – evitare una vita spirituale frammentaria, incoerente, sentimentale. Infatti l’e­same rappresenta la « razionalità » della vita spirituale e del dominio di se stessi.

Non è necessario descrivere ol­tre coloro ai quali incombe l’ob­bligo di questo strumento base per il cammino della santità od anche semplicemente per il cammino del­la onestà.

 

II

COMANDAMENTI E ALTRE VERITA’

NOTA

Qualunque schema di esame di coscienza è incompleto necessaria­mente. Di necessità bisogna fare appello ad una azione personale, e, tuttavia, opportunità suggerisce di fornire gli strumenti atti a fare un esame personale.

Per questo motivo pubblichiamo qui i Dieci Comandamenti e le altre norme morali, riprendendole dal te­sto del Catechismo.

Tutto questo costituisce la vera trama dell’esame di coscienza e gli schemi che seguiranno non sono che dei sussidi complementari.

 

I DIECI COMANDAMENTI

Che cosa sono i comandamenti di Dio?

I comandamenti di Dio o De­calogo sono le leggi che Dio die­de a Mosè sul monte Sinai e che Gesù Cristo perfezionò.

Siamo obbligati a osservare i co­mandamenti di Dio?

Siamo obbligati a osservare i comandamenti di Dio, perché sono imposti da Lui nostro Pa­drone supremo.

– Chi deliberatamente non obbe­disce ai comandamenti di Dio pecca gravemente?

Chi deliberatamente non obbe­disce anche a un solo comanda­mento di Dio in materia grave, pecca gravemente contro Dio, e perciò merita l’inferno.

I Dieci Comandamenti di Dio o Decalogo

Io sono il Signore Dio tuo:

1. Non avrai altro Dio fuori che me

2. Non nominare il nome di Dio invano

3. Ricordati di santificare le feste

4. Onora il padre e la madre

5. Non ammazzare

6. Non fornicare

7. Non rubare

8. Non dire falsa testimonianza

9. Non desiderare la donna d’altri

10. Non desiderare la roba d’altri

 

Io sono il Signore Dio tuo

I. Non avrai altro Dio fuori che me

– Che ci ordina il primo coman­damento « Non avrai altro Dio fuori che me »?

Il primo comandamento « Non avrai altro Dio fuori che me », ci ordina di essere religiosi.

– Che cosa significa essere religiosi?

Essere religiosi significa crede­re in Dio, adorarLo, amarLo e servirLo come l’unico vero Dio, Creatore e Signore di tutto.

Che ci proibisce il primo co­mandamento?

Il primo comandamento ci proi­bisce l’empietà, la superstizione e l’irreligiosità, inoltre l’aposta­sia, l’eresia, il dubbio volonta­rio e l’ignoranza colpevole delle verità della Fede.

II. Non nominare il nome di Dio invano

Che ci proibisce il secondo co­mandamento « Non nominare il nome di Dio invano »? Il secondo comandamento « Non nominare il nome di Dio invano », ci proibisce di diso­norare il nome di Dio.

Come si disonora il Nome di Dio? Il nome di Dio si disonora col nominarlo senza rispetto o sen­za giusto motivo, col fare giu­ramenti falsi o inutili, col vio­lare i voti e soprattutto col be­stemmiare Dio, la Santissima Vergine e i Santi.

Che cos’è il voto? Il voto è la promessa fatta a Dio di qualche bene a Lui gra­dito, al quale ci obblighiamo per religione.

Che cos’è il giuramento? Il giuramento è chiamar Dio in testimonio di ciò che si af­ferma o che si promette.

È grande peccato la bestem­mia? La bestemmia è grande pecca­to, perché è ingiuria e disprezzo di Dio o dei suoi Santi, e spes­so anche orribile eresia.

III. Ricordati di santificare le feste

– Che ci ordina il terzo coman­damento « Ricordati di santi­ficare le feste »? Il terzo comandamento « Ri­cordati di santificare le feste » ci ordina di onorare Dio nei giorni di festa con atti di cul­to esterno, dei quali per i cri­stiani l’essenziale è la S. Messa.

– Chi non ascolta la Messa nei giorni di festa fa peccato grave? Chi, senza vero impedimento, non ascolta la Messa nei giorni di festa e chi non dà modo ai suoi dipendenti di ascoltarla, fa peccato grave.

– Che ci proibisce il terzo co­mandamento? Il terzo comandamento ci proi­bisce nei giorni di festa le ope­re servili.

– Quali opere si dicono servili? Si dicono opere servili i lavori manuali propri arigiani e degli operai.

– Come conviene occupare i gior­ni di festa? Conviene occupare i giorni di festa a bene dell’anima, fre­quentando la predica e il Ca­techismo e compiendo qualche opera buona.

IV. Onora il padre e la madre

– Che ci ordina il quarto coman­damento « Onora il padre e la madre »? Il quarto comandamento «Onora il padre e la madre» ci ordina di amare, rispettare e ubbidire i genitori e i nostri superiori in autorità.

Che ci proibisce il quarto co­mandamento? Il quarto comandamento ci proibisce di offendere i geni­tori e i superiori in autorità e di disubbidirli.

Perché dobbiamo ubbidire ai superiori in autorità? Dobbiamo ubbidire ai superiori in autorità, perché l’autorità viene da Dio e chi disubbidisce all’autorità disubbidisce a Dio.

V. Non ammazzare

Che ci proibisce il quinto co­mandamento « Non ammazza­re »? Il quinto comandamento « Non ammazzare » ci proibisce di re­car danno alla vita naturale o spirituale nostra o del pros­simo.

– Come si pecca contro il quinto comandamento? Contro il quinto comandamen­to si pecca con l’omicidio, il suicidio, il duello, i ferimen­ti, le percosse, le ingiurie, le imprecazioni e lo scandalo.

– Che cos’è lo scandalo? Scandalo è qualunque atto o discorso cattivo che dà al pros­simo occasione di peccare.

– Che ci ordina il quinto coman­damento? Il quinto comandamento ci or­dina di voler bene a tutti, an­che ai nemici, e di riparare il male corporale e spirituale fat­to al prossimo.

VI. Non fornicare

Che ci proibisce il sesto co­mandamento «Non fornicare»? Il sesto comandamento « Non fornicare » ci proibisce ogni peccato di impurità: perciò le azioni, le parole, gli sguardi, i libri, le immagini, gli spetta­coli immorali.

Che ci ordina il sesto coman­damento? Il sesto comandamento ci or­dina di essere « santi nel cor­po », portando il massimo ri­spetto alla propria e all’altrui persona, come opere di Dio e templi dove Egli abita con la presenza e con la grazia.

VII. Non rubare

– Che ci proibisce il settimo comandamento « Non rubare »? Il settimo comandamento « Non rubare » ci proibisce di danneggiare il prossimo nella roba.

– Che ci ordina il settimo co­mandamento? Il settimo comandamento ci ordina di restituire la roba de­gli altri e di riparare i danni colpevolmente arrecati.

– Chi, potendo, non restituisce o non ripara, otterrà perdono? Chi, potendo, non restituisce o non ripara, non otterrà per­dono, anche se a parole si di­chiari pentito.

VIII. Non dir falsa testimonianza

– Che ci proibisce l’ottavo co­mandamento « Non dir falsa te­stimonianza »? L’ottavo comandamento « Non dir falsa testimonianza » ci proibisce ogni falsità e il danno ingiusto dell’altrui fama.

– Che ci ordina l’ottavo coman­damento? L’ottavo comandamento ci or­dina di dire a tempo e luogo la verità, e d’interpretare in be­ne le azioni del prossimo.

– Chi ha danneggiato il prossimo nel buon nome accusandolo fal­samente o sparlandone, a che cosa è obbligato? Chi ha danneggiato il prossimo nel buon nome, accusandolo falsamente o sparlandone, deve riparare, per quanto può, il danno arrecato.

IX. Non desiderare la donna d’altri

– Che ci proibisce il nono co­mandamento « Non desiderare la donna d’altri »? Il nono comandamento « Non desiderare la donna d’altri » ci proibisce i pensieri e i desideri cattivi.

– Che ci ordina il nono coman­damento? Il nono comandamento ci or­dina la perfetta purezza del­l’anima.

X. Non desiderare la roba d’altri

– Che ci proibisce il decimo co­mandamentó « Non desiderare la roba d’altri »? Il decimo comandamento « Non desiderare la roba d’altri » ci proibisce l’avidità sfrenata del­le ricchezze, senza riguardo ai diritti e al bene del prossimo.

– Che ci ordina il decimo coman­damento? Il decimo comandamento ci or­dina di essere giusti e modera­ti nel desiderio di migliorare la propria condizione, e di sof­frire con pazienza le strettezze e le altre miserie.

 

I CINQUE PRECETTI GENERALI DELLA CHIESA

1. Udir la Messa la domenica e le altre feste comandate.

2. Non mangiar carne nei giorni di astinenza e digiunare nei gior­ni prescritti.

3. Confessarsi almeno una volta al­l’anno e comunicarsi almeno a Pasqua.

4. Soccorrere alle necessità della Chiesa, contribuendo secondo le leggi o le usanze.

5. Non celebrar solennemente le nozze nei tempi proibiti.

 

LE SETTE OPERE DI MISERICORDIA CORPORALE

1. Dar da mangiare agli affama­ti; 2. Dar da bere agli assetati:; 3. Vestire gl’ignudi; 4. Alloggiare i pellegrini; 5. Visitare gl’infermi; 6. Visitare i carcerati; 7. Seppellire i morti.

 

LE SETTE OPERE DI MISERICORDIA SPIRITUALE

1. Consigliare i dubbiosi; 2. In­segnare agli ignoranti; 3. Ammoni­re i peccatori; 4. Consolare gli af­flitti; 5. Perdonare le offese; 6. Sopportare pazientemente le perso­ne moleste; 7. Pregare Dio per i vivi e per i morti.

 

I SETTE VIZI CAPITALI

1. Superbia; 2. Avarizia; 3. Lus­suria; 4. Ira; 5. Gola; 6. Invidiit; 7. Accidia.

 

I SEI PECCATI CONTRO LO SPIRITO SANTO

1. Disperazione della salvezza; 2. Presunzione di salvarsi senza meri­to; 3. Impugnare la verità conosciu­ta; 4. Invidia della grazia altrui; 5. Ostinazione nei peccati; 6. Impeni­tenza finale.

 

I QUATTRO NOVISSIMI

1. Morte; 2. Giudizio; 3. Infer­no; 4. Paradiso.

 

I QUATTRO PECCATI CHE GRIDANO VENDETTA AL COSPETTO DI DIO

1. Omicidio volontario; 2. Pec­cato impuro contro natura; 3. Op­pressione dei poveri; 4. Frode nel­la mercede agli operai.

 

LE VIRTÙ

La virtù è una qualità permanen­te che perfeziona la forza dell’ani­ma e la guida all’esercizio del bene. La virtù naturale si acquista ed aumenta con l’esercizio, cioè me­diante atti buoni ripetuti. La virtù soprannaturale viene in­fusa direttamente da Dio nell’a­nima.

 

LE VIRTÙ TEOLOGALI

Sono le virtù soprannaturali che hanno come oggetto Dio.

La fede: è la virtù soprannatu­rale che ci dispone, con l’aiuto del­la grazia, ad ammettere fermamen­te per vero tutto ciò che Dio ha ri­velato, per l’autorità di Dio ri­velante.

La speranza: è la virtù sopran­naturale infusa da Dio, mediante la quale noi attendiamo fiduciosamen­te dall’onnipotenza, bontà e fedeltà di Dio l’eterna felicità e i mezzi per conseguirla.

La carità: è la virtù soprannatu­rale infusa da Dio, per mezzo della quale noi amiamo Dio come sommo bene per se stesso, e amiamo, per suo amore, noi stessi e il nostro prossimo.

 

LE VIRTÚ CARDINALI

Le virtù cardinali sono le quat­tro virtù alle quali si riducono in qualche modo tutte le altre virtù morali.

Virtù morale è la virtù che ha per oggetto qualche cosa che non è Dio. Le virtù cardinali sono: pru­denza, giustizia, temperanza, for­tezza.

La prudenza: è la virtù morale che illumina e dirige la nostra ra­gione insegnandoci a discernere, nelle varie circostanze, quello che dobbiamo fare od omettere.

La giustizia: è la virtù morale che regola i nostri rapporti col prossimo.

La temperanza: è la virtù morale che tiene nel giusto limite l’uso del piacere.

La fortezza: è la virtù morale che ci aiuta a superare le difficoltà incontrate nel compimento del no­stro dovere.

 

III

L’ESAME DI COSCIENZA QUOTIDIANO

NOTA INTRODUTTIVA

Questo esame va fatto alla sera. Per coloro che hanno sonno o son­nolenza dopo il pasto serale è con­sigliabile anticiparlo al momento opportuno, sia prima che dopo la cena, nel quale rimane integra la memoria e la attenzione.

Lo scopo dell’esame riassuntivo serotino è molteplice.

Ha lo scopo di presentare quel­la materia che richiede il perdono divino per consegnare al sonno l’a­nima in perfetta regola. È ovvio che lo scopo primo e naturale si verifica nella richiesta di perdono, ossia nell’atto di dolore. Nel caso siano occorsi peccati gravi e non sia possibile sul momento ricorrere al Sacramento della Penitenza, oc­corre che l’atto di dolore sia per­fetto ed abbia in qualche modo il voto ossia il deliberato proposito di ricorrere allo stesso Sacramento della Penitenza, quando sarà il mo­mento.

L’atto di dolore è perfetto quan­do ha come motivo Dio stesso offe­so nella Sua maestà, nel suo amore, nel Suo divin Figlio morto per la nostra salvezza. Un tale atto deve essere serio, non meccanico, non fatto con facilità burocratica, con frettolosità sospetta, senza profon­dità di attenzione e di riflessione. Non bisogna dimenticare che la morte può cogliere nel sonno. Si deve sempre essere pronti.

V’è un secondo scopo: quello di dimostrarci i nostri limiti, le no­stre debolezze, attraverso un riepi­logo giornaliero. Una tale visione dà il motivo alla virtù dell’umiltà, che ha certo altre giustificazioni, ma che non può prescindere da questa.

Un terzo scopo e quello di istil­larci la prudenza e pertanto la cir­cospezione nel pensare, nel parlare e nell’agire. Infatti una causa par­ziale dei difetti e dei peccati sta nella distrazione, nella esorbitanza di impressione provocata sopra di noi da parte degli elementi esterni.

Un quarto scopo è di sapere co­stantemente se siamo statici nella via di Dio, se retrocediamo, se a­vanziamo. Il dettaglio anche di un solo giorno, accostato agli altri giorni diventa singolarmente illu­minante in questa direzione.

Per quanto si suggerisca un cer­to schema generale sia attraverso il riferimento al catechismo riportato nella parte seconda, sia attraverso gli elementi di analisi che seguiran­no, chi vuole avere una reale vita spirituale ed un migliore dominio di se stesso, dopo aver camminato su schemi – suggeriti, dovrà finire col farsene uno PERSONALE. Questo terrà conto della fisionomia per­sonale, della situazione ambientale, dei dati temperamentali. In altri termini quello che verrà suggerito e puramente introduttivo ad un più appropriato modo di esaminare se stesso.

Finalmente deve restare ben fer­mo che ad una vita spirituale in ascesa l’esame quotidiano non ba­sta. Come diremo appresso.

L’esame quotidiano può avere una importante articolazione nel metodo ignaziano dell’esame di co­scienza particolare. Esso va decisa­mente consigliato a quanti inten­dono seriamente proseguire nella via di Dio.

Consiste nell’esaminarsi, anche più volte il giorno (è consi­gliabile a metà della giornata e alla sera), su di un punto solo, o me­glio su di un solo difetto.

L’esame particolare permette di fare una pressione metodica e pro­lungata su un punto solo (talvolta occorrono anni); la pressione pro­lungata colla successiva eliminazio­ne dei difetti via via rivelati mag­giori può portare ad una autentica perfezione. La pressione continuata esige che si tenga memoria delle ri­levazioni facendo un confronto tra i vari tempi, veramente stimolante. In tempi, in cui si parlava meno di cose inutili, era diffuso un piccolo foglio per le annotazioni dell’esame particolare. Ne troverete un esem­plare in appendice. Siamo piccoli, tanto piccoli, che dobbiamo, per so­stenerci, ricorrere a cose piccole!

Avvertiamo che lo schema dell’e­same quotidiano, integrato come si è detto, può fornire una ottima ba­se all’esame di coscienza richiesto per una santa e fruttuosa Confes­sione. Vedi capitolo VIII.

 

SCHEMA D’ESAME

1 – SCHEMA PER L’ESAME DI SCIENZA QUOTIDIANO

In rapporto a Dio

Sono in grazia di Dio? Il grado di grazia è aumentato oggi? Ho det­to le orazioni del mattino? Ho mai rivolto la mente a Dio durante la giornata, specialmente nell’occasio­ne di pericoli, di tentazioni, di agi­tazioni di spirito, di contrasti, di dolori? Ho pensato alla Legge di Dio prima di fare qualunque cosa, in modo da far combaciare con la legge di Dio quello che ho pensato, detto e fatto? Mi sono ricordato al­meno qualche volta che Dio mi ve­de, anche nell’intimo? Ho forse na­scosto la mia Fede, quando dovevo manifestarla? Ho taciuto quando avrei dovuto parlare per difendere le cose sante, la Verità divina? Ho avuto paura di fare il bene? Ho no­minato il nome di Dio con meno ri­spetto? Qual è stata la mia reazio­ne alle irriverenze altrui? Sono en­trato in chiesa a salutare il Si­gnore?

In rapporto al prossimo

Ho sospettato senza motivo del mio prossimo? Ho giudicato gli al­tri, salvo che questo non mi sia sta­to imposto o dal dovere o da una onesta e adeguata ragione? Ho cercato di scusare gli altri, finché era possibile senza offendere la giu­stizia ed il bene? Ho cercato di ca­pire gli altri come vorrei essere ca­pito io? Ho rivelato degli altri co­se occulte e non necessarie a rive­larsi? Ho fatto mormorazioni, ca­lunnie, ho cooperato in qualche mo­do al pettegolezzo insincero, ingiu­sto, inutile, anzi dannoso? Ho ri­spettato tutti e reso a tutti l’onore che ad ognuno era dovuto? Ho fat­to danni, li ho riparati? Ho ingan­nato, portato via quello che non era mio a giusto titolo ed in questo ca­so ho riparato o sono in animo di riparare? Ho perdonato le offese ri­cevute? Ho nell’animo astio, spiri­to di malignità o di vendetta con­tro qualcuno? Sono stato irragione­volmente debole o cedevole? Sono stato affabile, educato, mite? Ho cercato di aiutare chi aveva bisogno di aiuto? Ho consolato, quando lo potevo fare, chi aveva bisogno di conforto? Ho forse solo e sempre pensato a me stesso? Ho dato scan­dalo a qualcuno? Ho compiuto i do­veri imposti dal mio stato verso gli altri?

 

In rapporto a se stesso

Ho compiuto azioni impure? Ho acconsentito a tentazioni impure an­che solo di pensiero? Sono stato im­modesto in modo da mettere me stesso in tentazione? Quale libertà ho lasciato ai miei sensi ed ai miei peggiori istinti di curiosità? Sono stato indulgente a desideri cattivi? Sono stato superbo? Ho commesso anche solo internamente atti di va­nità, di ambizione, sono stato facile ai paragoni col prossimo per esal­tare me stesso? Sono stato avaro, ho pensato troppo ai beni materia­li, come se quelli fossero i soli, od almeno i più importanti? Sono sta­to sincero, specialmente nei rappor­ti col prossimo e negli affari? Mi sono abbassato ad ipocrisie e ad azioni indegne nei confronti degli altri? Sono stato costante nei miei propositi? Ho avuto il rispetto del­la coerenza e della parola data?

Se ho avuto la disgrazia di com­mettere un peccato mortale, ho pen­sato subito ad usare i mezzi per riacquistare la grazia del Signore, allo scopo di non restare in pericolo di dannazione eterna e di non perdere la prima condizione per cui i miei meriti dureranno in eterno e che è la grazia di Dio? Se ho fat­to male, ho avuto il coraggio di ri­conoscere il mio torto, specialmen­te con altri, e se ho offeso ho chie­sto perdono?

Complemento dell’esame di coscienza della sera

N.B. Lo schema ha valore esem­plificativo e non è sempre valevole egualmente per tutti. Per tutti è un richiamo a ricercare le cause dei fatti compiuti.

– Per quale motivo oggi ero tri­ste? Orgoglio ferito, aspettative il­luse, presunzioni, vacuità fatue, mancanza di qualcosa? Di che?…

– Per quale motivo oggi non ho pregato? Perché sono stato distrat­to, fatuo, incoerente, precipitoso nei giudizi? Che cosa si aggira nel­l’anima?

– Perché ho pensato ripetute volte a quella persona?

– Per quale motivo oggi ho a­vuto i nervi labili, mi sono arrab­biato, vedevo tutto nero? C’è un fatto successo prima che può spie­gare? Oppure ci sono fatti, perso­ne, circostanze.che hanno il potere di mettermi in questo subbuglio o in questa debolezza? Quali?…

– Perché, pensando a quella persona, immediatamente ho senti­to antipatia, oppure immediatamen­te ho goduto del suo male? Sta na­scendo forse un odio incosciente?

– Perché ho provato repulsione davanti a cose sante, come se mi in­ fastidissero? Ero forse messo a di­sagio da quelle? Infangato da qual­cosa?

– Con un conto che non tor­nava?…

 

IV.

GLI ESAMI DI COSCIENZA PERIODICI

Nota introduttiva

La conoscenza della propria ani­ma, del proprio stato spirituale, per quanto possiamo fare da noi colla grazia di Dio, non la si raggiunge col solo esame quotidiano. Esso dà degli «atti», non sempre indica del­le tendenze, delle curve di conte­gno, delle specifiche debolezze le­gate non a tutti i giorni, ma a cau­se saltuarie. Soprattuto esso non dà modo di conoscere temperamen­to e cause dei nostri atti. Il temperamento è esso stesso fina causa. L’incognita del « subcosciente » nella vita spirituale è notevole, tal­volta è dirimente.

Per raggiungere una cognizione che si spinga fino alle realtà, ora accennate, occorre un esame che abbracci un certo periodo di tempo. Esso permette di tracciare idealmen­te una « curva di contegno », che non viene offerta dalla ispezione di una sola giornata.

Per tale motivo presentiamo tre schemi di esame settimanale, men­sile, annuale.

Il settimanale sarà opportuno per quelli che hanno l’abitudine della confessione settimanale abbi­narlo all’esame preparatorio di que­sta, per gli altri schemi la oppor­tunità sarà in occasione di ritiri o esercizi spirituali. Mancando que­sti, bisogna determinare le scaden­ze, perché senza determinazioni me­todiche, si finisce col fare nulla. La ragione della gradazione – settima­nale, mensile, annuale – sta nel fatto che talune linee o curve di contegno, debolezze, tendenze, pos­sono essere colte in una settimana od abbisognano di un periodo più lungo,- forse molto più lungo. Ciò accade per le grandi scelte della vi­ta, della missione, dell’orientamen­to in tutti i campi.

 

2 – SCHEMA PER L’ESAME DI CO­SCIENZA SETTIMANALE

N.B. Questo esame, per chi ha l’abitudine della Confessione setti­manale, è consigliabile sia fatto in occasione di quella. Altrimenti sta bene alla domenica nel momento più opportuno, perché aiuta a san­tificare la festa e adduce in quella il clima spirituale che maggiormen­te le è consono. Può essere antici­pato al Sabato ed adempie in tal caso anche alla funzione di prepa­rare al Giorno del Signore.

Tale esame è della massima im­portanza per chi vuole avere una seria vita spirituale, perché taluni fatti degni di esame non sono per nulla quotidiani; in secondo luogo perché altri fatti o tendenze si de­lineano solamente attraverso un pe­riodo di giorni e restano incoscien­ti o subcoscienti per l’ordinario esa­me giornaliero. Finalmente solo un certo periodo di tempo permette di scoprire il bene. E l’esame ragione­vole, quello ordinato non solamen­te alla scoperta delle attuali colpe, deve mettere in luce anche doti e qualità delle quali si deve fare buon uso, come di talenti sui duali un giorno si risponderà al Giudice eter­no. È da ritenersi errato il concetto che l’esame debba scoprire solo il male: quello sarà il primo compito, ma non è l’unico.

– In questa settimana sono ri­masto costantemente in grazia di Dio, ossia senza peccato mortale? Come ho assolto il precetto della Santificazione della Festa? Ho ascol­tato la Santa Messa? Ho usato il messalino per capire? Ho curato la istruzione religiosa mia e di quelli dei quali sono responsabile, in gior­no di festa? Ho pensato alla oppor­tunità di prendere parte ai Vespri ed alla convenienza di ricevere la benedizione col Santissimo Sacra­mento? Ho dato al riposo ed al di­versivo un tempo moderato e non eccessivo? Ho cercato di dirigere in giorno di festa la mia anima ver­so impegni e soddisfazioni più elevate e più spirituali, per avere una maggiore pace ed un maggiore equi­librio da riversare nella seguente settimana? Ho cercato di organiz­zare il mio giorno di festa in modo da farlo diventare anche giorno di disintossicazione dalla materialità opprimente in cui vivo e che debbo subire ed alla quale non debbo abi­tuarmi? Ho cercato in giorno di fe­sta di essere più puro, più buono e caritatevole che negli altri giorni?

Come hanno agito su di me gli impegni ed il lavoro di questa set­timana? Mi hanno portato a vive­re macchinalmente, superficialmen­te, esteriormente in una perenne di­sattenzione, come se non avessi un’anima? Si è forse creata per tut­to questo una situazione di paura ad entrare nell’anima mia? Ho rea­gito a questa materializzazione del­la mia vita? Con quali mezzi, con quale costanza, con quale effetto? Ho avuto bisogno di diversivi: cinematografo, chiacchierate lunghe e visite senza costrutto, salotti, bar? Perché non so stare anche un po’ solo? Quale il motivo che mi porta ad avere sempre bisogno di una compagnia o forse meglio di un branco? Sono troppo vuoto? Mi mancano cose grandi e serie nell’ani­ma? Non ho ideali superiori con cui vivere od almeno elevare la mia vita? Non è forse questa una fuga continua prodotta dal malo uso dei sentimenti e dalla scarsa presenza di superiori ragioni e superiori santi impegni? Non dipende forse dal fat­to che sono un egoista e penso sem­pre e solo a me stesso, mentre so benissimo che l’aumentare la preoc­cupazione per gli altri è, dopo l’a­more di Dio, il miglior mezzo per riempire la propria vita? Se c’è nella mia vita l’abitudine di una direzione spirituale, ho man­tenuto un contatto regolare, meto­dico ed aperto con lo stesso Diretto­re Spirituale? Ho avuto con lui quella sincera apertura, che è ne­cessaria perché egli mi conosca? Ho avuto l’abitudine di preparare i miei incontri con lui in modo che egli possa scoprire e sciogliere i problemi dai quali invece mi allon­tana la distrazione della farragino­sa vita di oggi? Non è forse vero per me che i problemi ci sono e che, per scioglierli, prima bisogna scoprirli? Poiché una settimana ha un trat­to sufficiente per saggiare i cambia­menti di umore e di linea, vale la pena di chiedermi: ho io forza di volontà, o non piuttosto sono con­dotto (con gran disdoro e danno) dalle sole emozioni, dagli stati d’a­nimo, dagli impulsi ed entusiasmi passeggeri, dalle lune? Ho io una regola costante di impormi metodi­camente sacrifici, sia spirituali che materiali (mortificazioni), i quali, dopo la grazia di Dio e i suoi mez­zi, sono la sola autentica sorgente della forza di volontà? Ho io la vi­sione chiara che senza forza di vo­lontà non possiederò mai una per­sonalità morale? Come mi trovo io tra gli allettamenti di quello che piace e le indicationi invece – ben diverse, di quello che debbo fare, ossia del mio dovere?

Nell’uso del piacere onesto e le­cito, del cibo, della bevanda, del ri­poso, dei diversivi, del denaro, del potere, ho io una reale e ferma temperanza? Nell’uso di tutti questi strumenti, comando io o comanda­no loro? E se comandassero loro, che cosa valgo?

 

3 – SCHEMA PER L’ESAME DI CO­SCIENZA MENSILE

N.B. L’esame di coscienza mensi­le deve occuparsi dei fatti che si rivelano in un tratto assai più lungo di una settimana, almeno ordinaria­mente, e che tuttavia sarebbe peri­coloso rimandare ad un esame sol­tanto annuale.

Questo esame mensile deve esse­re disposto per una data fissa o per una circostanza fissa (come potreb­be essere il Primo Venerdì, la pri­ma Domenica… ). Senza un punto fisso, ritengo sia una chimera il cre­dere di instaurare il metodo dure­vole di un esame mensile.

– Ho coscienza che io vivo ve­ramente solo quando sono in grazia di Dio? Vivo con altri: quali sono i miei rapporti con loro, ossia qual è la mia vita di relazione? Superio­ri, subalterni, coniuge, genitori, fi­gli, parenti, amici, concorrenti…? Ho chiaro io che tutta la vita di re­lazione si basa sulla mia umiltà sin­cera e profonda, la quale è solamen­te la verità, misura me per quello che sono e – prudentemente – meno di quello che a me sembre­rebbe? Ho io la convinzione che so­lo con questa umiltà accetto quello che sono, che ho fatto, anche di male, ed ho la lealtà di accettare il bene che fanno gli altri? Ho il convincimento vero che la vita di relazione con chiunque, si basa, do­po che sulla umiltà, sulla sinceri­tà e limpidità assoluta, sulla pa­zienza forte, sulla longanimità gene­rosa, sulla carità profonda, e che quest’ultima mi impone di essere buono perché gli altri stiano bene? Ho ed applico il convincimento che debbo avere la più scrupolosa giu­stizia nei confronti di chiunque, sia nei pensieri, che nei giudizi, che nei fatti, e che debbo rispettare il giu­sto diritto di chiunque, piaccia o non piaccia? Sono elemento di pa­ce e di concordia o sono talvolta principio di dissapore e di malinte­si, soprattutto per il cattivo uso della lingua? So essere vero amico, disinteressato, paziente, generoso e capace del sacrificio? Ho io amici? No? Perché? Sono forse un arido egoista, un duro, un posatore di se­verità fuori posto, un presuntuoso, un orgoglioso, capace di farsi schi­vare anche da chi non vorrebbe? Ho dei Superiori? Obbedisco? For­se riservo loro la perenne vendetta di chi non si rassegna ad essere suddito, ad esser grato, ad esser obbediente? Ho forse l’abitudine dell’invidia e della gelosia a gua­stare tutte le mie azioni e tutte le miei gioie inutilmente?

Che cosa faccio per l’anima de­gli altri, soprattutto per l’anima di quelli che mi sono vicini? Ho forse in mente l’errore pernicioso per cui si ritiene che a noi cristiani sia suf­ficiente rendere una testimonianza passiva dell’Evangelo, mentre ho il dovere della testimonianza attiva nel pieno senso, ossia di un qualche vero e dinamico apostolato? Ho for­se dimenticato che questo dovere mi proviene dal Battesimo e mi è stato rafforzato esplicitamente nel­la Cresima? Ho forse paura e di­ spetto di collaborare con altri per la gloria di Dio?

Ho coscienza di quali siano i pre­cisi doveri del mio stato, del mio lavoro, della mia professione? Se non ho di essi una coscienza distin­ta e completa, che cosa ho fatto, che cosa ho in animo di fare per ac­quistarla? Ho forse in mente che la socialità sia « ricevere », mentre e essenzialmente un « dare »? Pen­so sufficientemente che i doveri del mio stato sono oggetto di un seve­ro giudizio di Dio e che circa essi io pon ho da rispondere solamente agli ‘uomini, come non è per ragio­ne degli uomini che io li debbo compiere?

Quali i mese, che mutazione, su me, che fatti salienti di questo hanno portato qualche che hanno avuto presa mi hanno fatto deviare da qualche abitudine buona, che mi hanno impressionato o depresso, che si sono inseriti come moventi o criteri nelle mie azioni? Perché è accaduto questo? So abbastanza che io non mi posso lasciar condurre in­coscientemente dai fatti, ma debbo pensarvi? Per interpretare opportu­namente tutto questo mi sono gio­vato francamente dell’utile ed one­sto consiglio altrui? Voglio forse vi­vere come se io – sapessi tutto e ba­stassi a tutto?

 

4 – SCHEMA PER L’ESAME PA­SQUALE (ANNUALE)

N.B. Questo esame è bene sia sempre fatto in occasione della Co­munione Pasquale ed in occasione di giornate particolari di ritiro o in occasione di esercizi spirituali. Ag­giungo: va fatto sempre quando c’è una grazia interiore che spinge a quello; quando c’è qualche fatto che obbliga a considerare tutta la vita, ad assestarla, a ridimensio­narla…

– Come sto con la mia Fede? So che cosa è veramente la Fede e se noto zone d’ignoranza ho la deci­sa volontà di completare le mie no­zioni? Quale è la mia istruzione re­ligiosa? Avanza o regredisce? Mi sono assicurato con metodicità gli strumenti e i mezzi per farla avan­zare? So che, se non sento la sete di verità, debbo avere maggior ti­more della mia eterna salute? Ho mai letto e meditato il Vangelo? Lo posseggo, lo porto con me? Cono­sco la Sacra Bibbia o almeno la Storia Sacra? Quando ho sentito di­re eresie e calunnie sulla Fede e la Chiesa ho cercato l’antidoto esau­riente ove veramente si trovava, con solerzia e pazienza? Sono in grado di sapere se ho in testa idee storte? Che faccio per risolvere questo dubbio?

– Nella mia vita pubblica od al­meno esterna, sociale, politica sono coerentemente in linea con la mia Fede fino alle ultime conseguenze, o piuttosto non mi trovo in quella marginale fascia in cui per l’igno­ranza, l’interesse terreno e la pau­ra, tutto si mescola e si confonde, tutto si riduce e si deforma, tutto si svisa e si getta in contraddizio­ne? Lo so che anche tutto questo sta dinanzi a Dio?

– Come mi comporto nei con­fronti della Chiesa? Ho un concet­to giusto della sua autorità, che sempre resta per ragione divina e solo per quella, anche ad onta dei difetti umani? So che è essa che de­ve guidare me verso il Cielo e non sono affatto io a poterla giudicare o guidare verso opinioni e fazioni terrene? Qual è il vero grado della mia serietà e coerenza in tutto questo?

– Ho io nella vita un’idea esat­ta del carattere passeggero, chime­rico ed illusorio di tutte le cose me­ramente umane? Sono forse nella illusione che durerà quello che mi piace, che la giovinezza non tramon­ta, che esiste una vera e duratura soddisfazione nei godimenti pura­mente terreni? So che Gesù Cristo mi ha chiesto anzitutto, di avere il cuore sufficientemente distaccato dai beni terreni per essere – non so­lamente libero in terra – ma libe­ro di volgere i miei passi verso il Cielo? Ho sufficientemente presen­te che cielo e terra passeranno, ma io resterò davanti a Dio in eterno coi soli miei meriti, lasciando tutto il resto e portando con me solo quello che i meriti salvano? Come sono io abitualmente rispetto a que­sta suprema e necessaria posizione della mia vita?

– Ho cognizione di quale sia il mio temperamento, le sue emotivi­tà, particolarità e debolezze, carat­teristiche ed esosità eventuali? Ho la chiara nozione del come bene o male reagisco dentro di me e fuori di me a tutti gli stimoli sia interio­ri che esteriori? Ho forse paura di saperlo? Ho impedito ed impedisco agli altri di farmelo sapere? Mi of­fendo se me lo dicono? Ho l’abitu­dine di usare con lealtà di tutte le mormorazioni fatte a mio carico, dato che hanno facilmente anche della verità a me ignota? Ho avuto per i mormoratori più gratitudine che dispetto? Mi faccio aiutare in questo dai miei Superiori, dal mio Direttore spirituale, dai miei veri amici?

– Ho io un carattere, che, rego­lando temperamento e contenendo debolezze, sia veramente tale per le convinzioni ferme su cui regge, per la coerenza e la costanza con la qua­le dona unità alla mia persona? So­no forse un re travicello al quale la bellezza o il senso fanno. girare la testa, ed al quale chiunque può far paura od al quale l’ombra del pro­prio peccato suggerisce sempre la capitolazione?

– Quali sono i miei lati deboli? Ouali sono i punti dove io casco? Perché? Quali rimedi prendo? Ho coscienza di quello che in tale lot­ta rappresentano i Santi Sacramen­ti della Penitenza e della Eucare­stia, la preghiera, la mortificazione? Ho il temperamento del cristia­no di fronte a tutti? Non velo for­se la faccia di Gesù Cristo, davanti agli altri, coi miei difetti?

– Nella virtù, nell’equilibrio, nell’affinamento dell’anima e del mio costume, nella perfezione mo­rale insomma, io vado avanti, sono sempre lo stesso o vado indietro? Ho l’operante persuasione che nel­la vita si deve andare avanti», verso Dio? Sono migliore o peggio­re dello scorso anno? Quali potreb­bero essere i punti di riferimento per me, allo scopo di stabilire se va­do avanti o indietro? Preghiera, fre­quenza dei Sacramenti, maggiore abitudine alla comprensione e sop­portazione dei difetti altrui, mag­giore illibatezza nei pensieri… Gli altri hanno modo di essere più contenti o meno contenti di me? Mi riesce, a tale scopo, di mettermi dal loro punto di vista e non dal mio? I rapporti con coloro coi quali debbo vivere sono caldi, migliori, oppure di reciproca rasse­gnata tolleranza?

– Vivo abitualmente in grazia di Dio? In questo anno quanto è il tempo che ho passato in grazia di Dio (il solo valevole per la vita eterna) e quanto il tempo che ho passato senza essere in grazia di Dio? Ho conoscenza operante dei mezzi per mettersi subito in grazia di Dio? So che se non sono in gra­zia di Dio, non merito la vita eterna?

– Poiché il massimo precetto è quello dell’amore verso Dio e verso il prossimo per amore di Dio, come campeggia nella mia vita questo comandamento? Posso dire di amare Dio e di curare i mezzi per mante­nermi nell’amore di Dio? Quali so­no i miei contatti con Nostro Signo­re, che mi attende per tutto l’anno nel Santo Tabernacolo? Che cosa io faccio abitualmente per il mio pros­simo, per il mio Paese, per quelli che stanno meno bene di me? Ho io finalmente un metodo di vita spirituale i cui cardini sono: la grazia di Dio, l’orazione soprat­tutto mentale, la frequenza dei Sa­cramenti, la riflessione, l’esame di coscienza, la direzione spirituale, la lettura pia, il Santo Rosario, la Vi­sita al SS. Sacramento?…

 

V.

L’ESAME DI COSCIENZA PER DIVERSE CONDIZIONI 0 STATI

Nota introduttiva

Le linee della vita non sono uni­formi, neppure gli ambienti e le condizioni di esistenza si riducono ad uno, i doveri da compiersi se­condo le scelte fatte o le situazioni subite sono differenti. Tutto questo indica che come la luce rifratta « i colori vari suscita ovunque si ri­posa », la stessa Legge di Dio crea particolari rapporti e particolari nor­me. Si arriva così alla formulazio­ne di « doveri del proprio stato », che sono realmente doveri, vinco­lanti in coscienza.

La conseguenza è ovvia, un esa­me di coscienza unico per tutti gli uomini, per tutti i tempi e per tut­ti i casi NON è sufficiente ad una perfezione di vita spirituale. Siamo ben lontani dall’affermare che la Legge morale « CAMBIA »; essa è immutabile. Affermiamo solo che restando identica ed immutabile su­scita doveri vari secondo le condi­zioni di vita. Non presentiamo tutti i casi possibili, ma solo i più fre­quenti e comuni.

L’esame di coscienza per la nella vita

N.B. Non si tratta di uno stato », ma di una contingenza verso la quale tutti dovrebbero pas­sare. La vita terrena è data per guadagnare quella eterna. Per tale motivo non può essere vissuta a caso, ma deve essere ordinata se­condo la suprema esigenza dell’ul­timo fine in Dio. Neppure un momento dovrebbe cadere. La reden­zione di Nostro Signore non è solo per una salvezza generica, ma è per salvare alla vita eterna tutti i mo­menti, tutte le capacità, tutte le si­tuazioni della vita terrena.

In qualche momento, chi intende camminare verso Dio, deve fare ta­le esame di coscienza e prenderne eventualmente lo spunto per farsi aiutare da altri a risolvere il suo problema.

L’educazione cristiana deve in qualunque stadio tenere in conto della necessità di far compiere tale esame di coscienza. Questo dovrebbe di­ventare abitudinario e periodico, a cominciare dalla prima età della ra­gione. Per tale motivo qui se ne stende un tipo, che dovrebbe rifran­gersi in tanti schemi adatti all’età ed alle situazioni diverse. Ogni uo­mo ha una missione da Dio, grande o piccola che possa apparire; la missione sta generalmente su diver­se vie, tra le quali per lo più una e­merge. Si tratta di averne coscien­za e di conformarsi alle indicazioni che l’esame, accompagnato dalla preghiera, rivela.

 

SCHEMA D’ESAME

Ho riflettuto abbastanza sul fat­to che debbo morire o prima o poi? Mi sono reso conto che la vita mi è data unicamente perché io cammini coi miei meriti verso Dio, attraverso tutte le situazioni, sì da raggiungerLo nella eternità? Capi­sco che la varietà del mondo, della storia, dei casi occorrenti è voluta con magnificenza da Dio per offrir­mi il modo di fare continuamente nelle piccole e nelle grandi cose, delle scelte meritorie ed aumentare così il mio merito per la gloria eter­na? Avverto sufficientemente che per ottenere il massimo merito non basta che io provveda solo momen­to per momento, ma debbo sceglie­re un orientamento generale, un modo piuttosto che un altro di vi­vere, un impegno adatto a me, che leghi la mia esistenza? Mi rendo conto che avere uno scopo in que­sta vita, sempre ordinato all’altra, e mezzo per animarla tutta, vivifi­carne i sentimenti, gli slanci, la costanza? Sono dunque certo che io debbo CERCARE chiedendo a Dio l’aiuto colla preghiera? Conosco i miei limiti e sono di­sposto ad accettare buoni consigli, spirituali aiuti, indicazioni oneste e autorevoli di chi mi conosce? Cer­co chi e le cose che mi possono il­luminare? So di dover tener conto che esi­stono vie ordinarie, comuni attra­verso la comune vita ed esistono scelte di vita più vicina a Dio? Ho davanti a me chiaramente le diverse ipotesi di scelta? Ne esclu­do forse – e pericolosamente – qualcuna, per paura del sacrificio che chiede? Valuto che con maggiori rinun­ce, maggiori pesi, io amerò di più Dio e servirò meglio il mio prossi­mo? Ho davanti i mestieri, le pro­fessioni, gli stati aperti dalla vita ed insieme le vocazioni a donazioni più alte, offerte da Dio? Di queste ultime è apparso qualche bagliore in fondo all’anima mia? Ho soffo­cato, sono fuggito, mi sono, maga­ri scioccamente distratto per non vedere e non sentire? So che i miei peccati, le mie male abitudini, i miei difetti, an­che quelli creduti leggeri possono fare ombra alla verità, sicché io non veda e non senta quello che è il mio vero e maggiore bene? Po­trei dunque essere colpevole di non aver voluto udire la voce di Dio, supremo indicatore, nel fondo del­la mia anima? Mi rendo conto che ogni difet­to sposta le mie preferenze, almeno tendenzialmente, verso quello che è più comodo e meno perfetto? Concludo adunque che per vede­re il mio futuro e sceglierlo bene ho bisogno di luce e per avere la luce debbo essere migliore? Avverto che in tutto questo ho assoluto bisogno della preghiera e dei Santi Sacramenti? Sono, final­mente, nello stato d’animo di voler fare solo e tutto quello che vorrò aver fatto il giorno della mia mor­te? Ho coscienza che solo così pongo in modo vero, utile e robusto il problema della mia vita? Nel caso io abbia avuto qualche indicazione dall’intimo dell’anima, dalle attrattive che sento, dai miei difetti e dalle mie capacità, dai buo­ni consigli ricevuti, io ho messo in moto attenzione, preghiera, rifles­sione, scelta di mezzi per arrivare ad avere una fondata certezza sulla mia scelta? Ho la Fede che in tutto questo Dio mi è vicino e che mi assiste il mio Angelo, il mio santo Protetto­re (se ce l’ho!), i miei cari che godono già di Dio nella vita eter­na? Mi rendo conto di non essere solo nel fare onestamente la mia scelta, soprattutto se questa mi in­dicasse una rinuncia ed un sacrifi­cio? Voglio essere qualcuno o nes­suno?

 

SCHEMA D’ESAME PER CHI VA AL MATRIMONIO

Di che natura sono le spinte a volgermi verso una determinata persona? O non piuttosto ho spin­te disordinate, casuali, effimere, in­costanti, superficiali verso persone diverse, avvicinate casualmente, in rotazione leggera e ridanciana? So che in questo caso ove non facessi uno sforzo autentico e generoso di serietà, rischierei di scegliere senza avvedutezza e con enorme rischio chi accompagnerà la mia esistenza? O non piuttosto mi troverei a con­cludere nulla con una esistenza sen­timentalmente tanto sbilanciata, e sterile? So che questo è il punto in cui affiorano tutte le carenze passa­te della mia educazione, della mia condotta, del mio ambiente, tutte le storture che ho apprese e fatte mie e che si traducono in sentimen­ti incontrollati, in giudizi erronei, in capacità di illusione anche dolo­rose? Mi ricordo che la natura ri­spetta chi l’ha rispettata e che nel momento di avviarmi ad una fami­glia mia, essa può restituirmi in malformazioni morali il poco conto in cui l’ho tenuta? Mi ricordo che la limpidità dell’amore è frutto del­la purezza di sempre nei costumi? Ho almeno il dubbio che i fatti mi potranno restituire le mie scorrettezze? Ma, infine, so io che è l’amore, volontà cioè di volere il bene proprio di chi si ama? Ho la capacità di intendere che la passio­ne, la passione soddisfatta, il rigur­gito della sensualità, non sono il vero amore, quello durevole e for­te, anche se nel futuro matrimonio i sensi e la soddisfazione materiale possono avere un posto onesto? Misuro la mia forza di volontà, la mia capacità di realizzare, la mia tempra di perseveranza per affron­tare i compiti d’ogni genere in chi fonda una famiglia? Ho coscienza della responsabilità che sto per as­sumere, dato che non dovrò sola­mente sostenere la mia vita, ma an­che quella di altri? Ho l’anima tem­prata per i momenti di freddo, di depressione, di scoraggiamento, i­nevitabili in qualunque umana im­presa? Ho almeno cominciato a ri­correre al Signore, a chi mi può porgere una mano, per ricuperare quanto eventualmente perduto, ri­costruire quanto dilapidato nella mia esperienza di carattere, nella mia onorabilità, nella mia parola? Rispetto la comparte evitando soddisfazioni illecite fuori del Ma­trimonio benedetto da Dio? Edi­fico sul sacrificio delle passioni ir­ruenti la serenità del mio domani? Dò alla mia comparte, col control­lo di me stesso, la sicurezza che domani non avrà a fianco una debo­le creatura, pronta a sfuggire ed a cadere in tutte le reti extrafami­liari? Nel frattempo ordino in me una vita spirituale, un metodo se­rio? Mi alleno a convivere, pen­sando che se in un primo tempo la foga degli inizi renderà tutto lumi­noso, coll’avvento delle acque che­te, avrò bisogno di pazienza, di ma­gnanimità esente da ogni gelosia, di perdono?

Cerco di conoscere la mia com­parte per sapere i punti di unifor­mità e di difformità temperamen­tale, in modo da arrivare ad uri giu­dizio conclusivo assennato e ad un passo fermo e cosciente? Mi so li­berare dalle facili illusioni degli in­namorati, per aver capacità di ve­dere e mi faccio aiutare da chi può in questo? Sono allergico ai consi­gli ed agli avvisi degli altri, che mi amano e vogliono il mio bene? Penso ai figli, al dono che Dio fa con essi, al dovere di prepararmi per i pesi e i dolci oneri che essi comportano, in quanto ragione del­la vita e del matrimonio? Illumino l’amore di oggi con la costante loro presenza, essendo quella presenza un incentivo di ele­vazione e di equilibrio, oltreché di calore onesto? In questa mia vicenda, che forse accadrà una sola volta in tutta la esistenza, mi servo dell’aiuto dei Santi Sacramenti e cerco di indur­re nella stessa prospettiva la mia comparte? Ho fatto un conto giu­sto del parere dei miei genitori? Posso constatare che il fidanza­mento porta in me un allineamen­to sul dovere, una lievitazione di fortezza, una purificazione dalle il­lusioni adolescenti, una maturità nuova? Sento che decido di sem­pre?

 

SCHEMA D’ESAME PER I CONIUGI

Capisco che, essendo il Matrimo­nio indissolubile, sono io che in qualunque modo devo adattarmi, accettare, riformare, subire, per il rispetto a Dio, al Sacramento e – se ci sono – ai figli? Nella vita coniugale so rispetta­re, attendere, incoraggiare con di­screzione ed amore? Nei facili di­verbi, nelle questioni, sono capace di partire dalla ipotesi che l’altra parte può avere ragione? So usare quei tratti di amabili­tà, che addolciscono, quelle nobili effusioni che spianano e rinsaldano, che possono essere anche gran sa­crificio, ma risparmiano guai ben grandi? Mi lascio forse avviluppa­re dalla strategia sciocca dei « mu­si », degli eloquenti silenzi, delle calcolate freddezze fuori posto? Mi rendo conto che nella vita matrimoniale spesso per vincere, bi­sogna perdere? Sono educato, cerco di essere fi­ne anche nell’esercizio dei miei di­ritti maritali? E a questi porto il decoro di attenermi alla Legge di Dio, che vuole il rispetto all’ordine stabilito, alla vita e alle sue natu­rali sorgenti? Sapendo che la famiglia è la pri­ma comunità naturale vi porto, co­me merita, le virtù di relazione: umiltà, sincerità, pazienza, perdo­no, discrezione, generosità…? Come difendo la mia famiglia dalle corruzioni esterne, che tenta­no di invaderla? Dò un sereno e perfetto esempio ai figli? Parlo con loro, quanto? So che la incomprensione maggiore deriva dal fatto di non parlarsi? Mi curo dell’anima dei figli? Sor­veglio la loro formazione religiosa, la loro educazione catechistica, in­coraggiando la loro frequenza ai Sacramenti? Cerco di creare attorno a loro un ambiente scelto accu­ratamente in modo da orientare con discreta dolcezza i loro contatti di passatempo, di amicizia, di studio, di lavoro? Prego per i miei figli? Faccio opere buone colla esplicita intenzione di ottenere da Dio luce e forza e grazia per loro? Mi op­pongo forse alla azione di Dio in loro? Dò ai figli l’esempio del sommo amorevole rispetto per i vecchi del­la nostra famiglia? Evito nel trat­to e nella conversazione di avviare i figli al giudizio, alla condanna del prossimo vicino e lontano, alla acri­monia per chicchessia? Istillo senti­menti di amorevolezza e pietà per quelli che stanno peggio di noi? Preghiamo insieme? Ho tentato di farlo? Se non mi è riuscito, qua­le è il perché? Curo perché in ca­sa trionfi la giustizia sempre, nel trattamento verso chiunque?

 

SCHEMA D’ESAME NEI RAPPORTI COL PROSSIMO

Sono convinto che non amerò mai Dio, se non amo il prossimo, tutto il prossimo, Sua creatura? Capisco che ogni cosa resterà in me imperfetta, decadente e falsa, se non aprirò il mio cuore alla carità verso tutti? So fare sacrifici per i miei simili? So tentare tutto per capirli in profondità? Ho la pazienza di at­tendere, di non giudicare, di non condannare? So rispettarli nell’uso della mia lingua? So privarmi di qualcosa per amo­re degli altri? So essere umile e paziente per improntare a serenità autentica i miei rapporti con loro? Come coopero alle opere per il prossimo? Capisco che senza per­dono continuo, non esisto ancora per il prossimo?

 

L’ESAME DI CHI DECIDE DELLA VIA DI LAVORO O DI PROFESSIONE

Mi rendo conto che nel sceglie­re il mestiere o la professione io spendo la grande moneta, che Dio ha messo nelle mie mani, la vita?

Da cristiano, capisco che, se quan­to scelgo deve servire al mio man­tenimento, al mantenimento della vita, a darmi un posto nella socie­tà, deve servire soprattutto tarmi in Cielo?

Mi conosco?

Conosco le mie capacità?

Conosco i miei limiti?

Nel giudizio di scelta, accetto di essere quello che sono e non mi il­ludo su quello che non sono?

Se, su questa sponda di scelta, mi sento pusillanime, incerto, vago­lo nel buio, forse depresso e scon­solato, ho la umiltà di sentire il parere e di accogliere, di invocare l’aiuto morale di altri, più esperi­mentati, più accorti, più onesti?

Mi rendo conto che il solo crite­rio del danaro da acquisire, della gloria da raggiungere, del potere da raggiungere, è criterio parziale e spesso anche ingannevole?

Quale patrimonio di generosità io porto al servizio del mio prossimo, qua­lunque sia la via che sceglierò?

So­no un egoista, un avaro? Sarò ca­pace di frodare?

So resistere alla pressione del lavoro, degli impegni?

Poiché sarà la professione ad in­serirmi profondamente nella vita sociale, ho il corredo spirituale suf­ficiente per diportarmi verso gli al­tri con sincerità, con rispetto, con giustizia, con saggezza e con gene­rosità?

 

L’ESAME DI CHI HA UNA VOCAZIONE

Mi rendo conto che se sento una simpatia per le cose di Dio, una at­trattiva verso il suo servizio, una gioia nel renderGli onore attraver­so l’apostolato e la carità, io sono fortunato e cammino nel sole?

Mi rendo conto che correrei un grave rischio a lasciare che tutto questo venga sormontato da pas­sioncelle, frivole reazioni, allegri co­modi, tirchia disponibilità, ombre i­nutili?

Capisco che la mia strada comincia da una volontà piena di non permettere l’inaridimento di quello che il Signore ha suscitato nell’anima mia?

Vedo che debbo portarmi verso la luce, verso am­biente confacente, verso persone e­semplari, verso consiglieri adatti?

Per arrivare ad una decisione ac­cetto di affrontare i sacrifici con chiarezza?

Mi sottopongo ad un e­same accurato delle mie doti e del­le mie deficienze, senza in questa disanima restare mai colpevolmen­te solo?

Ho ben netto in mente il dovere di non librarmi alla esperienza di una impegnativa missione nello sta­to insolubile di dubbio, perché so­lo una morale certezza mi autoriz­za a proseguire senza tentare Dio?

Per tutto questo ho un Confes­sore, un Direttore spirituale?

Ho una intensa consuetudine di prati­ca sacramentale e di rinunce, dimo­strative della mia vera tempra?

La vocazione mi porta la co­munità religiosa, sento di avere le virtù di relazione, necessarie a vi­verci decorosamente e a farne parte apportando qualcosa al bene di tut­ti? Ossia ho le virtù di relazione, necessarie a convivere: mortifica­zione, perdono, sincerità, generosi­tà, pazienza, soprattutto umiltà?

Sono pronto a passare per la notte oscura, per le aridità invitabili, in­denne davanti ai difetti altrui?

Sen­to di potermi donare allo spirito della fondazione, comunque si com­portino gli altri?

Se la vocazione mi porta alla vi­ta missionaria, sono pronto ad es­sere come gli apostoli, privo di tut­to, senza umani compensi, in pieno abbandono al servizio di Dio?

Sen­to che la preparazione alla vita missionaria è essenzialmente prepa­razione al sacrificio convincente, al­la umiltà conquistatrice, alla ob­bedienza vittoriosa, al totale distac­co dalle cose terrene e dal loro comfort?

Sento che dovrò difen­dere questo spirito puro ed evan­gelico, nonostante i mali esempi in contrario e nonostante il dileggio al quale il bene viene sottoposto?

So che non sarò un burocrate, ma un pioniere, non un dilettante, ma un realizzatore; non un turista, ma un evangelizzatore?

Se la vocazione mi porta al sa­cerdozio, mi rendo conto che non potrò mimetizzarmi, fuggire mai; che non potrò appartenere in alcun modo al mondo; che dovrò resi­stere sulla breccia, nell’olocausto di tutto, fino al sacrificip supremo?

Capisco che il sacerdozio non è una sistemazione, ma una missio­ne?

So che debbo essere preparato a non vedere i frutti del lavoro, che altri coglieranno, a non incon­trare gratitudine, a non adagiarmi in una molle stabilità estranea al dinamismo dei tempi?

Capisco che per essere tutto questo dovrò so­pratutto imparare ad obbedire?

Mi rendo conto, se la grandezza mi conturba, che è sempre vera la parola del Salvatore essere più felice il dare che il ricevere »? (Atti, 20,35).

 

SCHEMA DELL’ESAME PER QUELLI CHE INTRAVVEDONO UNA VOCA­ZIONE

– Capisco che nulla è grande come il servizio di Dio e la dedi­zione a Lui della nostra vita, anche se questo è impegno difficile? Capi­sco che tutte le cose umane sono effimere e la giovinezza resta sola­mente nell’anima di coloro che si sono spogliati dei propri anche one­sti piaceri, per metterli in mano a Dio? Capisco che le cose umane valgono soprattutto perché si può ad esse liberamente rinunciare per amore di Dio? Capisco che il mon­do ha bisogno soprattutto di Santi e di Apostoli; che sono innumere­voli le anime le quali tendono in­consciamente le mani per essere salvate? Sono questi i veri motivi, al fondo di quanto ora si sta agi­tando nell’anima mia?È il motivo dell’Eterno e dell’Amore che co­raggiosamente mi attira? So che a lasciarmi attirare in profondità io vado verso il giorno e non – co­me accade ai più – verso la notte? Voglio seriamente o non sono che un esteta, il quale corre solamente dietro a delle impressioni fugaci e, al fondo, soltanto piacevoli?

– Capisco abbastanza che in questo stato io debbo anzitutto au­mentare il mio contatto con Dio, il quale solo può con la sua provvi­denza darmi la sicurezza che io «vo­glio»? E, pertanto, ho cominciato un metodo di vita spirituale com­pleto, diretto, nutrito, e garantito dalla altrui sicura saggezza, per espormi veramente « dalla parte del sole » e sapere se l’anima mia è chiamata ad una strada di elezione fortunata e grande? Pretendo forse miracoli? Li potrò esigere solo ra­gionevolmente, quando ho invece la sicurezza che attuando quanto ora mi sono detto, arriverò e a ve­der chiaro e a mantenere fortemen­te una risoluzione presa?

– Intanto ho conteggiato chi sono e cosa valgo, quali virtù, quali positive indicazioni e quali difetti riscontro per poter trarre una som­ma che mi rimanga positiva e per poter dare elementi a chi fuori di me deve obiettivamente aiutarmi nel ricercare la fermezza di una de­cisione?

– Ho cominciato a staccarmi col cuore dal mondo e da, tutte quelle cose che gli sono caratteristiche? Capisco che sarei ridicolo se pensas­si di seguire una vocazione e intan­to continuassi a concedermi quanto appartiene all’agio mondano od an­che solo ad un comodo non confa­cente alla spiritualità e spogliazione del fine cui miro? Ho aumentato o no la mia preghiera, soprattutto quella mentale? E, se ne so poca, ho cercato chi mi possa insegnare ed aiutare? Ho cominciato ad eser­citarmi decisamente in quello che domani potrebbe essere il mio sacro benedetto e definitivo impegno? Che cosa aspetto? Pretendo che le vocazioni arrivino in carrozza o con dei miracoli? Capisco che i proble­mi si risolvono stando in piedi e lanciandosi dalla parte del sacrifi­cio?

 

SCHEMA PER COLORO CHE A QUA­LUNQUE TITOLO VOGLIONO SE­GUIRE UNA VIA DI PERFEZIONE

– Amo veramente Dio? So qua­li sono i punti ai quali occorre guardare per amare veramente Dio, oppure mi affido ad un impreciso e sfuggente impulso? Amo la Croce, in sé, nel Sacrificio di Cristo, come simbolo e metro del mio merito più puro? Ho veramente il cuore distac­cato dai beni terreni, per esser li­bero di aderire a Dio, o rimane ancora qualche bene terreno al qua­le mi lego, senza pienamente subor­dinarmi al volere Divino? Sono di­staccato col cuore da me stesso, os­sia sono veramente umile, veramen­te obbediente, senza superbia, pre­sunzione o derivati delle medesi­me? Se questi difetti restassero, co­me potrebbe essere sincero in me l’amore di Dio? Faccio sempre e so­lo la volontà di Dio, anche se pe­sante e qualunque sia il mezzo o il tramite per il quale mi viene indi­cata la volontà di Dio?. Ho rag­giunto o mi preoccupo di raggiun­gere veramente l’indifferenza della volontà nella adesione alla volontà divina? Ho lo spirito dei consigli evangelici, almeno in quella forma, che è compatibile col mio stato? Qual è il grado di purezza della mia vita, nel mio stato? Che cosa fac­cio per avere, non solo il cuore di­staccato dai beni terreni, ma una pratica ed un costume di tratta­mento che mi privi di qualcosa e mi metta, comunque possano esse­re i doveri o le apparenze, in un reale margine di vera misura e di sostanziale modestia? Cerco quanto posso di impreziosire le cose che mi sono libere, col beneficio di una ob­bedienza? La mia obbedienza è ve­ramente anche intellettuale?

– Amo veramente il mio pros­simo? Anche qui conosco quali so­no i punti ai quali io debbo guar­dare per rendermi conto se amo il prossimo? So io perdonare sempre, subito, senza reviviscenze inco­scienti o subcoscienti di una acri­monia repressa? Faccio in modo che mai il sole scenda sulla mia iracondia? Sono capace di modera­re e perfezionare almeno gradual­mente il mio temperamento perché gli altri stiano bene e non abbiano sofferenza dal contatto con me? So credere al bene altrui anche se que­sto mi costa infinita pazienza e lun­ghissima attesa? So contenermi dal giudizio malevolo in modo assoluto e salvo il dovere da compiere, da ogni e qualsivoglia sfogo della lin­gua a proposito del prossimo? So essere mite, servizievole, generoso, cercando di spostare all’infinito i confini di tutto questo? So sobbar­carmi a sacrifici e rinunce perché gli altri, di chiunque si tratti, ab­biano bene? So fare il bene altrui anche quando danneggia me? So fare a meno della gratitudine altrui, quando, almeno, questo sacrificio serve al meglio degli altri?

– Mi preoccupo, con un saggio metodo di vita spirituale, di assicu­rare il progresso giornaliero? Mi preoccupo di tendere sempre alla ricerca di quello che è più perfetto? Mi preoccupo di tenere unita a Dio l’anima in qualunque momento?

– Quanta e qual è la mia ora­zione, soprattutto mentale? Come la preparo e come la conduco? Se ha dei difetti, in quale misura essi dipendono dalla mia deficiente vo­lontà?

– Qual è la rettitudine della mia intenzione in ogni atto? È essa sempre e sola quella che si unifor­ma alla divina volontà? Sono io de­ciso nell’impedire qualsivoglia alte­razione della intenzione pura e so agire energicamente per distogliere da me l’attenzione laudativa degli uomini?

– Qual è lo stato del mio me­todo per conservare, controllare ed aumentare in me la perfezione con tutti i mezzi ordinari dei quali essa si avvantaggia? Sono volonterosa­mente fermo nel metodo su questo punto, dato che solo un metodo ri­goroso, per parte nostra, aiuta ve­ramente, prima del progresso, la necessaria perseveranza?

– Qual è il mio concorso, an­che solo indiretto, all’apostolato, dato che io non posso amare Dio veramente se non mi adopero nel­l’ambito del mio stato quanto oc­corre per la salvezza dei miei fra­telli, con me redenti dallo stesso Sangue di Gesù Cristo?

 

L’ESAME DI CHI SOVRINTENDE E DI CHI È SOTTOPOSTO AD ALTRI

N.B. Qui occorre un esame vera­mente particolare. I rapporti adom­brati nel titolo sono propri di una parte del geniere umano; per i paesi civilizzati, sono propri della mag­gior parte degli uomini e donne. La secolarizzazione dolorosamente in atto, tende tra l’altro a creare una dicotomia perfetta tra i rapporti re­ligiosi e morali privati con Dio ed il complesso delle funzioni sociali o pubbliche. Tale dicotomia è fal­sa, e ingannevole, comporta per molti un vero rischio di eterna dan­nazione. Dio è padrone tanto della vita individuale che associata, tanto delle azioni personali, che dei rap­porti interpersonali o sociali o pub­blici. La Sua Legge si estende a qualunque atto degli uomini e del­la loro collettività.

Per tale motivo è necessario un esame di coscienza anche sotto que­sto aspetto. Non bisogna dimentica­re che anche le leggi legittime uma­ne – sono vincolanti in coscienza e che pertanto la norma di moralità non può escludersi da qualsivoglia attività o rapporto umani. Necessi­ta esaminarsi non solo sui rapporti col « prossimo generico », ma su quel prossimo che si chiama « supe­riore », « sottoposto », « funzione pubblica attiva e passiva ». In que­sto settore si trovano oggi i pecca­ti che dilaniano la serena conviven­za tra gli uomini.

 

SCHEMA D’ESAME

Come comando, come dirigo? Faccio questo obbedendo leal­mente allo scopo puro verso il qua­le è diretto il mio comando, la mia guida; o deformo tale attività inquinandola con sentimenti ed in­teressi, reazioni personali non com­patibili coll’onore dovuto a Dio, colla giustizia, colla carità cristiana, colla pazienza? Mi rendo conto che il comando, senza in nulla essere ramollito della sua presa, è ta­le per essere un servizio reso ad u­na causa onesta e ai miei simili? In altri termini il mio spirito di co­mando è puro od è inquinato da superbia, avarizia, lussuria, accidia ecc.?

Resto fedele in modo leale e pu­ro alla mia « funzione sociale »? Oppure la deformo, dimenticando­mi del conto che anche di essa deb­bo rendere a Dio?

Nel comando rispetto le giuste leggi, i giusti diritti in tutti i loro particolari, i contratti in tutte le loro clausole, le esigenze della equi­tà quali addolciscono il rigore del­la giustizia, la sensibilità dei sotto­posti? Sono aperto o chiuso al pro­gresso, tuttavia in corso, della giu­stizia sociale?

Rivesto il mio atto di comando e guida di umanità, di mitezza, di comprensione? Evito di far pesare a chicchessia la eventuale superiori­tà di posizione gerarchica, di cultu­ra, di indipendenza economica?

Poiché il comando nelle cose u­mane è difficilmente disgiunto dal benessere economico della colletti­vità, vi collaboro colla esattezza dei rapporti di affari, colla lealtà pura da ogni frode, col rispetto del tessuto economico e delle sue natu­rali leggi? Sono io un cristiano an­che quando sto in ufficio, anche quando sovrintendo, anche quando dispongo delle mie possibilità e de­gli altri? Mi ricordo sufficientemen­te che gli affari non sono per nulla esenti dalla dipendenza a Dio e deb­bono pertanto essere condotti sem­pre con lealtà, giustizia e verità, nonché umiltà?

Se sono sottoposto, osservo tutti i miei obblighi derivanti o dalla mia libera scelta impegnativa, o dal mio contratto di prestazione di ope­ra, facendo l’interesse del mio la­voro, della mia azienda, della mia organizzazione? All’adempimento dei miei doveri porto zelo o pigri­zia? Apprezzo gli sforzi di coloro che operano per salvare lavoro, re­tribuzione del lavoro e sufficiente benessere economico della colletti­vità?

Trasformo la mia posizione for­se in gioco disonesto di potere? Se dispongo del potere mi- rendo con­to della responsabilità che grava su di me, del danno che arrecherei a molti qualora fossi inadempiente, pigro, condotto da oscuri interessi, oscure beghe, oscure fazioni? Ho la coscienza che la Legge di Dio è la fautrice e più saggia forgiatrice del­la migliore condotta politica? Sono forse tentato di barattare la mia coscienza con movimenti dubbi, per crearmi non una onestà ma uno spazio disonesto di potere pubbli­co? Ho rispetto alle leggi ed ai di­ritti di tutti i cittadini? Mi servo di strumenti non consentiti dalla coscienza morale cristiana per rag­giungere scopi di mio personale e disonesto interesse?

So che devo rispondere a Dio di tutto questo? Dò forse appog­gio, anche solo negativo a chi vuol inquinare le leggi con ammissioni immorali, contrariare la libertà e la missione salvifica soprannaturale della Chiesa?

Ed io, povero uomo della stra­da, so che aiuto il male nel mondo, anche solo comperando un foglio che non sia secondo verità e giusti­zia e contribuendo così all’irrobu­stirsi pravo del peggior strumento di depravazione che esista, quando è in mani impure e disoneste?

 

SCHEMA D’ESAME PER LA SANTITA’

N.B. Non si può tacerne, perché essendo la « santità » una vocazio­ne comune e non per sé privilegia­ta, deve costituire un impegno del cristiano ed un oggetto d’esame.

La traiettoria di qualunque vita finisce bene, quando finisce alla « santità ». La santità sta nella per­fetta e costante adesione a Dio col­la Fede, nonché colla volontà pie­namente ed attivamente uniforma­ta alla volontà di Dio. Tutte le virtù stanno in tale breve formula – presa peraltro dal Pater Noster – e mostra la semplicità del cam­mino verso l’ultimo fine.

Si direbbe che l’appello alla « santità » tace. Bisogna farlo ri­suonare. Cristo non è venuto nel mondo unicamente per salvarci in qualche modo ma per salvare di noi TUTTO, ossia le capacità, i ta­lenti, il tempo, le occasioni, la divi­na somiglianza al Padre. Egli non e venuto per una « salvezza » qua­lunque, sia pure « salvezza »; è ve­nuto per potarci ben oltre il li­mite della semplice sufficiente « sal­vezza ».

È la grandiosa verità che l’accu­rato esame deve tener vivo nella mente e nella giusta preoccupazione spirituale.

 

SCHEMA

Sono convinto che ogni giorno devo avvicinarmi di più a Dio per Cristo? Sono convinto che in que­sto cammino di « crescita » non posso perdere né tempo, né alcuna occasione, né alcun appiglio, né al­cun sacrificio?

Ho chiara la Fede per la quale so che ogni attimo meritorio, resta eterno nella beatitudine del Cielo?

Mi curo di conoscere vieppiù i mezzi che portano alla Santità: il Santo Sacrificio, i Sacramenti, l’orazione, la perfezione nei propri doveri di qualunque ordine, l’amo­re di Dio nella uniformità piena al­la Sua volontà e pertanto la carità senza confini per i miei fratelli?

Capisco che alla santità sono uti­li le rinunce, i sacrifici accettati o voluti, la Croce, la mortificazione, il distacco dal mondo?

Mi rendo conto che la santità sta bene spesso nelle sfumature, che gli uomini trascurano?

Sento a sufficienza che io non sarò mai tanto utile ai miei fratelli come quando potrò offrire a Dio per loro la mia vita santa e che questa può ottenere e servire più di quello che io tento di fare nella azione esterna? So che se li amo, debbo farmi santo?

Ho chiaro nella mente che la santità vera si ha solo nella piena adesione alla Santa Chiesa Cattoli­ca, Gerarchica, fondata da Cristo ed unico canale necessario per po­terlo raggiungere; che ogni passo fuori essa, non raggiungerebbe la meta ove non fosse scusato da una ignoranza invincibile?

Conosco le virtù Teologali, Car­dinali, le virtù derivate dalle une e dalle altre, e sulle quali posso stendere onorevolmente davanti a Dio la trama delle mie azioni?

Comincio a far si che la mia Fe­de sia illuminata e cerco di raggiungere la maggiore luce colla maggio­re cognizione della Verità Cattoli­ca?

 

SCHEMA PER CHI ESERCITA UNA PROFESSIONE

So io che ogni retribuzione sup­pone un dovere di giustizia e che pertanto tutti i rapporti con co­loro i quali si servono della mia opera debbono essere prima rappor­ti di giustizia e solo salvi questi di­ventano rapporti di legittimo inte­resse? Rapporto di giustizia signi­fica che ogni elemento in causa di­venta dovere e che vi deve essere giusta proporzione tra quello che do e quello che ricevo: mi attengo a questo criterio? Quello che do è genuino, è autentico, è lealmente ri­spondente alla aspettativa legittima, oppure io in questo inganno, vendo fumo, esagero, manco? Faccio tutto quello che occorre per poter dare quello che debbo dare con la mia professione? Mi aggiorno conve­nientemente, mi tengo al corrente, cerco di sviluppare le mie doti, per mantenermi limpidamente nella ve­rità? Osservo i giusti regolamenti e le giuste leggi? Mi servo forse dell’arma della dolosa reticenza, del­la menzogna e della ipocrisia per facilitare i miei affari? So moderare la sete di arrivare subito a posizio­ni preminenti, non badando contro coscienza ai mezzi usati, e so che Il fine non giustifica mai i mezzi?

 

SCHEMA PER CHI É DEDITO AL COMMERCIO ED AGLI AFFARI

Se io posso legittimamente guadagnare, ho ben chiara là no­zione dei limiti che l’onestà pone al guadagno stesso con le regole morali, le quali applicano i sommi principi tenendo conto delle legitti­me e serie consuetudini, della nor­male e seria economia di mercato, del comportamento degli uomini veramente probi? Ho abbastanza chiaro, in mente che il guadagno non è un fine, ma deve essere un onesto mezzo per raggiungere fini superiori?

Ho mai usato l’arma della menzogna, della finta dannosa, del­la dannosa sorpresa, per aiutare o promuovere il mio guadagno?

Ho sfruttato la buona fede, l’ignoranza, l’ingenuità altrui in modo che non vorrei fosse fatto a me?

Ho sfruttato in modo sconve­niente le situazioni altrui?

Ho usato l’arma dell’artificio ingannevole, della slealtà circa i ter­mini, l’oggetto e la procedura, del ricatto e di quanto può o ridursi o rassomigliarsi a questo?

Se ho danneggiato ingiustamen­te e consapevolmente, se ho ac­quistato ingiustamente, se ho gua­dagnato disonestamente, ho assolto gli eventuali compiti di riparazione e di restituzione, e per far bene questo, mi son consigliato con chi dovevo?

Ho retribuito i miei dipen­denti con giustizia ed equità?

Mi sono ricordato che delle mie azioni non debbo dare un giu­dizio solamente dal punto di vista della morale personale, ma ancora dal punto di vista degli eventuali danni arrecati da me ad altri con l’aiutare situazioni penose nell’andamento generale del mercato ecc., e in tal caso mi sono opportunamente consigliato?

La mia concorrenza è stata leale o meno? Ho esercitato verso altri delle azioni. di costrizione, Che possono anche solo lasciare il dub­bio sulla loro umanità ed onestà e. nel caso, mi sono opportunamente consigliato?

Se la mia posizione economi­ca mi dà agiatezza, questa agiatezza influisce a creare una cattiva libertà di prodigalità e di costume in me o nei miei familiari? Mi ricordo, e quanto, che intorno a me c’è gente che sta male ed opere che sono in difficoltà? Qual è la carità che io esercito? Quale il senso sociale, os­sia del bene comune, al quale par­tecipo e che mi guida? Quale aiuto do io alle necessità della Chiesa?

 

SCHEMA PER CHI HA RESPONSABILITA’

Amo il potere? Questo mi rende forse interessato, avido, su­perbo, invidioso, ingiusto verso qualcuno? So che « ogni potere è responsabilità davanti a Dio »? So­no disposto a lasciare ogni re­sponsabilità quando mi accorgo, o da persone veramente oneste sono avvertito, che è meglio mi ritiri? Credo di essere necessario? Mi ac­corgo della sopportazione altrui nei miei confronti?

Faccio prima io quello che chiedo agli altri?

Ho come regola suprema la Legge di Dio ed il bene comune?

Mi lascio travolgere dalla fa­zione, piuttosto che guidare dai ve­ri e seri principi?

Sorveglio che tutte le mie ca­pacità, con ogni dovuto aggiorna­mento e con continua attenzione, siano tese indomitamente al compi­mento del mio dovere e all’altrui stanchezza sui miei doveri? Lascio che la paura, o l’ingiustificata ar­rendevolezza infiacchiscano il mio contegno?

Ascolto i consigli, sia pure comparandoli tra di loro ed eserci­tando un giudizio critico sereno e retto a propostio di essi?

Ammetto davanti alla mia co­scienza e davanti a Dio i miei torti e, quando occorre, li ammetto an­che davanti agli altri, o pretendo di avere sempre ragione, per un erro­neo senso di dignità?

Mantengo la mia modestia, semplicità, umanità del tratto, edu­cazione di modi, mitezza di senti­mento o, per l’ubriacatura di un qualunque potere, sconvolgo tutto questo?

Mi ricordo abbastanza che di tutto risponderò a Dio?

So di avere dei collaboratori, rispettando la loro personalità, il loro valore, il loro merito e la lo­ro ragionevole autonomia? Ho for­se invidia dei miei sottoposti e te­mo che qualcuno di loro sia più va­lente di me?

Se così fosse, mi lascio tra­sportare dall’ira e dal dispetto, o so agire umilmente e serenamente nel riconoscimento della giusta capaci­tà e del suo risultato, pensando che l’esser io da meno non sminuisce la mia autorità, ma domanda a me as­sai maggiore virtù?

Accompagno con la preghiera convinta tutto quello che faccio in veste di avente comunque una re­sponsabilità?

 

VI.

ESAME DI COSCIENZA COME CITTADINI DEL MONDO

Oggi non siamo più isolati e tut­to il mondo è paese. Gli atti d’un pazzo in occidente possono avere contraccolpo anche in oriente. I mezzi di comunicazione – stru­menti in sé benedetti e mirabili – servono a propagare il bene, ma, forse, molto più, il male. Questa colleganza, questa immediatezza, u­na tale diretta e reciproca influenza su scala mondiale ha aggiunto una dimensione, non nuova, ma ora di­ventata apprezzabilissima alle re­sponsabilità della nostra coscienza. Abbiamo obblighi di larghezza ecclesiale e mondiale. Si deve far fronte a questi obblighi. Lo strumento di controllo, se an­che in questa piuttosto nuova di­mensione siamo in regola con Dio, e l’esame di coscienza.

L’esame di coscienza dei singoli, specialmente se appartenenti a ta­lune categorie, diventa necessario al fine difensivo, ad una giusta va­lutazione e ad un sano orientamen­to. L’esame di coscienza può dipa­narsi su due direttrici: quella degli influssi che si possono subire e che sono deformanti; quella dei doveri per contenere positivamente il male incombente sulla società cristiana ed umana.

Tale esame può sembrare una novità. E può anche esserlo, ma lo spettacolo di quello che accade in chi, dovendolo, non lo fa, e tale che sentiamo il dovere di proporlo.

Il mondo, la collettività umana, stanno scivolando e senza un tale esame si collabora ad aumentare la velocità di caduta. Scivola per questi motivi:

– il tenore di vita dei popoli avanzati dal punto di vista del be­nessere non è estensibile in eguale misura a tutti gli uomini. La ra­gione? Dio non ha creato questo mondo per dei godimenti eterni, ma solo per dare mezzo ai suoi intelli­genti abitatori di potere in tutta libertà e disponibilità guadagnarsi la vita eterna. Il mondo non può diventare una grande Sibari o un luogo da ozi di Capua, se non per un numero ristretto di suoi abita­tori. E che per l’egoismo dei pre­detti sia così, ripugna, bisogna pe­requare, ossia distribuire assai me­glio;

– l’ecologia avverte in modo sorprendente che abbiamo toccato un limite nell’uso delle risorse u­mane, dal quale o si ritorna indie­tro quanto basta, o costringeremo la Storia a farci recedere tra lacri­me e sangue;

– la comodità materiale impera sovrana e si riduce sensibilmente la attività dello spirito, anche se di questo non solo non si sono perdu­te la fame e la sete, ma si sono anzi notevolmente aumentate le me­desime. Lo squilibrio è dannoso, anzi rovinoso a tutti i livelli e a tutti ,gli effetti. La natura pare in­caricata da Dio di fornire una nuo­va prova della unicità e necessità del messaggio evangelico.

La famiglia della Chiesa, data la coabitazione col mondo, accoglie i riflessi del suo disagio con enor­me danno delle anime. Solo un ac­curato esame di coscienza può mettere a nudo in proposito le respon­sabilità, che è inutile appioppare a enti o a nebulose supposizioni, per­che la responsabilità è obbiettiva­mente dei singoli uomini.

 

LA NUOVA DIMENSIONE DELL’ESAME DI COSCIENZA

La situazione dunque mette l’e­same di coscienza in una nuova di­mensione. Bisogna ricostruirla, esa­minarla, affrontarla.

Ricostruirla

Per molti è distrutto il perno, il riferimento necessario di un esame di coscienza, che meriti tale nome: l’idea stessa di peccato. Se non esi­ste il peccato a che esaminarsi per trovarlo, valutarlo e trarre le logi­che conseguenze?

L’idea del peccato sta scompa­rendo. Non se ne parla più. In un mondo fragoroso, frastornante da mane a sera come il nostro, non parlare più di una cosa, significa abolirla (o tentare di abolirla) dal­la faccia della terra. Il chiasso è talmente continuo, anche in senso fisico, oltreché morale, che non è possibile il mondo normalmente pensi qualcosa di più di quel che il chiasso impone.

A fare scomparire l’idea del pec­cato ci si sono messi di tutte le estrazioni. Non parliamo di una classe filosofica, che ripete solo tutti i temi dell’illuminismo, dell’agno­sticismo, dell’idealismo e del freu­dismo, fa solo delle indagini stori­che spesso assai prevenute e si di­letta di bibliografia e di citazioni. Ci si sono messi tutti coloro, che, da inverosimili posizioni, pratica­mente aiutano desacralizzazione, se­colarizzazione, declericalizzazione, permissività. Si tratta di gente che forse difende se stessa o le pro­prie debolezze o si vendica in tale basso modo delle concupiscenze in­soddisfatte o soddisfatte troppo tardi.

Ci si sono messi coloro che non fanno il loro dovere di maestri e di guide.

Ci si sono messi usando come armi: la confusione, il disprezzo per le definizioni ed il ragionamento, il dileggio per chi ha ancora la Fe­de semplice e pratica la devozione, i miti e gli slogans, armi di po­chissimo costo e di grandissima pre­sa in mezzo agli esaurimenti cere­brali e nervosi.

Con questi precedenti la permis­sività cerca di sgomberare del tut­to obbligazioni di coscienza. E nella permissività si sono dati con­vegno i più grandi traditori e i peggiori sacrileghi.

Analizzarla

Il procedimento per abolire l’i­dea di peccato è interessante e ri­velatore, ma serve intanto a sve­lare il vero volto e le recondite mi­re di azione non sempre ritenute cattive. Si tace.

Si tace dei fondamenti per cui viene imposta la obiettiva distinzio­ne del bene e del male: Dio, la Creazione, il fine della vita, la de­finitiva sanzione dell’uso della li­bertà nel Paradiso o nell’Inferno.

Forse non si valuta l’importanza decisiva del « fine » della vita. Se non esiste questo « fine », stabili­to da chi ci ha creati e redenti, che vale distinguere il bene dal male, la virtù dal peccato? Resta solo un posto per la filosofia di Confucio, che è essenzialmente pragmatica; infatti spesso il male, il peccato, danno fastidio e guastano il san­gue.

Senza la sanzione definitiva a che prendersela tanto in questa lotta tra la verità e l’errore, l’immoralità e la santità?

Si affermano errori sottili, i qua­li per non essere vistosi, facilmen­te entrano nelle teste deboli senza scandalizzarle.

Si afferma la personalità in modo da farla arbitra di tutto (il che non è); si esalta la coscienza, cosa pu­litissima e corrusca, ma che oltre ad avere la funzione di applicare la Legge, avrebbe quella di farsela a piacimento (il che equivale a di­struggere la vera Legge). Questo di essere la coscienza sorgente del­la « norma » è affermazione così apparentemente poco distante dal credito indiscusso della « Coscien­za », che passa per la porta di ser­vizio ed entra. La prima rivelazio­ne alquanto smaccata dell’errore, la si fa quando si cassa la esistenza del peccato impuro, ammesso, in un primo tempo solo a titolo di in­nocente esperimento per prepararsi alla vita, saper distinguere o pre­pararsi addirittura al matrimonio.

Di errori « sottili » abbiamo solo portato un esempio, perché par­rebbe che l’impegno principale di certa sedicente teologia, di molta saggistica, della più sfrenata fanta­sia narrativa, sia quello di forgiare e sfornare degli « errori sottili ». Per coloro che hanno la gola stretta.

Si sbalordiscono le anime con af­fermazioni di capovolgimento di­retto, disperato, dissennato, ma per la sua stessa drammaticità atte a sconvolgere, a ingenerare un dub­bio, a mettere in forse il valore del proprio comprendonio, come se si dovesse ora camminare coi piedi in sù e la testa in giù. Le afferma­zioni sconvolgenti hanno il fascino del vuoto e della pazzia ed è furbi­zia strategica sapersene servire. Naturglmente, a danno degli altri. Dire che « Dio è morto », che non esistono limiti da parte del sesto comandamento è usare la forza del­la tattica sbalorditiva e sconvol­gente.

Si crea l’ambiente amorale con facilissime aperture e tolleranze ver­so la completa immoralità. Ormai pressoché nessuno osa protestare.

Peggio, le cose più sconvolgenti vengono anticipate in modo da uc­cidere per tempo ogni reazione. Particolari apparentemente ridotti vengono disattesi contando sul fat­to che col tempo operano cambia­menti profondi e deteriori nella psi­cologia: è il caso dell’abbigliamen­to maschile nella donna e dell’ab­bandono della veste propria negli ecclesiastici. Ma si tratta solo di un esempio: il catalogo sarebbe lungo. L’ambiente viene creato con una lunga anestesia ed a sua volta ope­ra inducendo nei singoli una vera e propria anestesia.

In conclusione si crea la sensa­zione che il mondo sia rivoltato, capovolto, che la modernità consista nei capovolgimenti più che nei miglioramenti; ne nasce un oscura­mento che chiede di venire indivi­duato, prima di cominciare un qua­lunque serio esame di coscienza.

Il mondo esterno pare assumere una strana e pericolosa capacità di sostituire impressioni cogenti all’in­telletto, fantasie riscaldate alla po­tenza logica. Lo si desume dal fat­to che diminuiscono in modo scon­volgente le acquiescenze di fronte ai capovolgimenti più rovinosi, co­me se essi avessero acquistata una tranquilla naturalezza.

Il nostro discorso fa parte del terribile avvertimento dato da No­stro Signore sul finire della inter­vista concessa di notte a Nicodemo (Gv 3,19) « preferiamo le tenebre alla luce perché erano cattive le loro azioni ».

La illusione che ebbe il mondo fi­no al Rinascimento che cioè fosse il sole a girare intorno alla terra, capovolgendo la realtà, era solo esterna e riguardava dati esterni malamente interpretati. Il fenome­no ora avviene all’interno degli uo­mini. Essi debbono liberarsene.

Si tratta, in altri termini di im­postare un esame di coscienza non sui peccati commessi, ma sul grado di intorpidimento, di svanimento delle nostre facoltà critiche, della crudele imbonitura che tenta ad­durre in noi il mondo dal quale siamo circondati; nel quale dob­biamo pure acquistare i nostri me­riti per il Paradiso, ed ai cui abita­tori dobbiamo fare del bene.

Si tratta di registrare se non siamo ancora padroni di noi stessi e della nostra testa o se non l’ab­biamo già devoluta all’ammasso, as­sumendo passivamente e senza rea­zioni tutte le illogiche cose che es­so inculca ed incide nelle anime.

Si tratta di esaminare se siamo o no ancora CAPOVOLTI.

Perché le affermazioni più sono illogiche ed inverosimili e più eser­citano un fascino maligno e sugge­stionatore.

È bene avere dinnanzi alcuni « CAPOVOLGIMENTI » tipici, per procedere ad un più serio esame nei riguardi di colorazioni mentali e morali, che si assorbono in stato di anestesia.

1. L’uomo « pubblico ».

Tre cose possono DIVORARE UN UOMO: gli affari, la politica, la fazione.

Il pericolo è tanto più grave in quanto la civiltà moderna sempre più porta tutti FUORI di casa. Il gran mondo, la cui risonanza è as­sordante e continua per via dei mezzi di comunicazione sociale, tende a svuotare di molte cose inte­riori (valevoli e solide) mentre lo opprime di tutte le occupazioni e preoccupazioni esteriori.

Ma il « gran mondo » più o me­no si allinea sulle tre direttrici in­dicate. Della prima si è parlato ne­gli schemí prcedenti. Resta di ri­chiamare la attenzione sulle altre due direttrici, in quanto possono entrare in un esame di coscienza.

La politica. Di fatto è diventata l’arte di raggiungere e mantenere il POTERE, il che non è precisamen­te la casta ed eterea definizione ari­stotelica. Essa in molti diventa arte di prevalenza, se non addirittura di inganno ed oppressione. Quando e tale evidentemente scardina la vita spirituale ed ha paura di qua­lunque esame di coscienza. Forse il suo aspetto immorale comincia pro­prio dalla paura di questo esame. Ma tuttavia qualcuno la deve pur fare e deve cercare di metterla d’ac­cordo colla Legge del Signore: nes­suno può abbandonare il campo ai predoni. Dunque c’è posto e motivo per un esame di coscienza.

La fazione. La si può chiamare in tanti altri modi, ma indica sem­pre uno schieramento di uomini da­vanti o contro altri uomini. Il che può essere onesto quando si tratta di difendere valori voluti da Dio e diritti inalienabili degli uomini. Ciò e concepibile perché possono esiste­ re uomini nell’errore e nella iniqui­tà, il che autorizza altri a coalizzar­si per fruire della verità e del bene.

Il pericolo, spesso scontato della fazione, è l’odio (generatore di ogni cosa irragionevole) e la lotta fratri­cida. Questo pericolo non segna sempre bene i confini divisori, data la estrema complicazione che spes­so assumono le cose umane.

Sta il fatto che possono esistere uomini onesti in fazione onesta. Dato il pericolo, anch’essi hanno bisogno d’un esame di coscienza e ne ha anche maggior bisogno la salvezza di tutti gli altri. Scopo dell’esame è: non lasciarsi divorare e continuare ad essere u­mani e cristiani.

2. La autonomia.

Consiste nel ripudiate qualunque cosa ostacoli il proprio incosciente o cosciente indirizzo, le proprie voglie, il proprio orgoglio, il proprio senso. Il ripu­dio avviene insensibilmente, accet­tando blande influenze dalla lettura o da persone di conoscenza già dro­gate. E per questo è facile cadervi ed è difficile rendersi conto della sua gravità.

Il « ripudio » in parola, arriva di­ritto diritto, se occorre, a rinnega­re verità della Fede, a mutilare il Credo, a rifiutare la Chiesa Gerar­chica, a ritenere oppressivo qualun­que atto della legittima Autorità. Nasconde la situazione in una anti­patia viscerale, testarda, spesso in­trattabile.

3. L’amore.

È l’argomento della massima con­fusione, anche perché si presenta talvolta con atteggiamenti addirit­tura mistici.

Esso non è più « il voler il bene della persona amata » colla volontà (facoltà spirituale) e pertanto col sacrificio, col dono e col perdono.

Esso è un sentimento che pren­de forma di un calore inebriante e viene riversato su qualche oggetto in forma e con mezzi anzitutto SEN­SIBILI. Come sentimento dà natu­ralmente un godimento, perché è sentimento di attrazione e tale at­trazione soddisfa.

Come tutte le cose variabile a breve o meno breve sca­denza, coll’effetto di coadunare di­versi e persino molti oggetti sui quali si riversa.

Esso abusa della parola « ami­cizia », la quale ha un significato ben più puro ed elevato, ma esso trae benefici da questa confusione.

Essendo sensibile, appena può, tende alla soddisfazione dei sensi talché, ove non venga interrotto o disincantato porta al suo naturale epilogo: si tuffa nella soddisfazio­ne sessuale. A questo punto gli è opportuno non fare tante distinzio­ni e pertanto, prima giustifica in qualche modo, poi sfrutta le soddi­sfazioni sessuali anche complete e persino invertite.

La finale di questo tipo di « amo­re » che viene spesso subdolamen­te colportato per abbindolare sog­getti sui quali si appuntano infa­mi desideri, e il vuoto al quale ar­riva una esperienza, che è di natu­ra sua incostante e variabile. So­prattutto nei giovani.

Talune decantate teorie sulla « a­micizia », sul suo primato « assolu­to », sul suo « dominio totale e generoso » sono la strada palliata per arrivare a quanto sopra de­scritto.

Abbiamo detto che il pericolo è grave, perché l’amore di tal fatta, arriva ad ammantarsi di paluda­menti mistici. Si rinnova la prassi che fu già al secolo secondo della eresia montanista. Gli atti più inve­recondi vengono ad assumere il ruolo di esperienza d’un amore superiore e di un tuffo nell’amore di Dio. Qui le cose si fanno orribili. Perché in questo campo si trovano generalmente le forme più usate per ingaggiare anime semplici ed incau­te. Come al tempo dei Montanisti.

Le teorie sull’« amore » vanno pertanto guardate ed esaminate con profondo sospetto e con giustifica­ta prevenzione.

Infatti questo tipo di « amore » arriva ormai liberamente allo sfo­go sessuale senza peccato, alla e­sperienza complessa matrimoniale, alla necessità per i ministri di Dio di esperimentare, essi stessi, ogni soddisfazione impura e così trovar­si in grado di prevenire ed educa­re gli altri. Risum teneatis amici!

4. L’Educazione.

Sarebbe la guida saggia e discre­ta per condurre coloro, che cresco­no e non si suppongono ancora completi, alla loro missione nella vita, ad usare con ragionevolezza ed ossequio alla Legge della propria libertà. Va da sé che la educazio­ne per ottenere il suo effetto deve graduare il godimento della libertà effettiva, la quale abusata fuori tem­po, viene perduta e facilmente sur­rogata da una dipendenza dai pro­pri difetti, manchevolezze, passio­ni, nonché influenze altrui, inde­bite e spesso disoneste. Il comples­so di limiti graduali che l’educazio­ne comporta, sono oggetto di con­danna, di odio e di conseguente ri­volta. Questo stato contrario alla retta educazione viene in questo mondo incentivata persino da leggi balorde.

Ma è chiaro che scatenato l’amo­re (di cui sopra) a quanto è più comodo nell’anima dei giovani, vie­ne sconvolto tutto il piano ordina­to della loro vita.

Le parole di personalità, di li­bertà, di democrazia… non basta­no a coprire questo sconcio reale e dannosissimo, proprio a coloro che lo accarezzano.

5. Nulla fa più scandalo.

La situazione dei mezzi di comu­nicazione, il contegno in pubblico, il nudismo (difeso persino da pubblicazioni dette cattoliche) ecc. di­mostrano ampiamente che tutto è lecito in pubblico, anzi in una lu­minosa esibizione quale è quella de­gli schermi e dei palcoscenici. Que­sto scandalo ammesso è, oltre tut­to un inganno, perché, quando ha attratto e divorato, lascia, come già si è detto, nel vuoto e nella aridità una vita interminabilmente lunga ed insipida. L’uso delle facoltà di natura nell’ambito della legge di Dio, prolunga il senso della vita; l’abuso lo spegne.

6. Il capovolgimento per il capovolgimento.

È una teoria, forse è la più im­portante delle teorie eversive. Get­tarsi a capofitto, contraddire, attac­care, denigrare, demolire, rovescia­re, sistemarsi in una lotta continua senza perché e senza approdi validi, fare rivoluzioni – magari promosse dalla Chiesa – deformare, sbrana­re… È la strana baldoria che eser­cita la stessa presa del vuoto e del mare.

Tutto questo fa capire come oggi uno non fa un serio esame di se stesso, se non vede in quali termi­ni stanno i propri rapporti con que­sta mentalità che lo attornia e che è sempre sul punto di inghiottirlo. In fin dei conti un esame di co­scienza ha il compito di avvistare oltre che le situazioni, anche i pe­ricoli. E qui si tratta del pericolo di essere inghiottito.

 

GLI SCHEMI D’ESAME

1. Ci sono elementi esterni a me, prodotti della vita sociale o culturale che mi attraggono? Qua­li? Sono la politica, il pettegolez­zo, la cronaca nera, la critica ma­levola, la demagogia? Se si tratta di una di queste cose, ho mai pro­vato a sottoporle ad un vaglio cri­tico serrato? Ho dubitato delle mie capacità di arrivare ad un giudizio solido e franco? Mi sono fatto aiu­tare per arrivarci, ho cercato mezzi indiscussi ed indiscutibili per arri­varci?

Ho chiara la distinzione tra « ideologia » e dottrina accettabile, tra « ideologia » e Fede? Aderisco a qualche ideologia? Ho esaminato, nel modo franco e giusto se tale ideologia ha elementi in contrasto colla mia Fede, colla Dottrina Cat­tolica? Sono io che penso o è un ambiente, forse da me neppure con­trollato o mai sottoposto ad un esa­me critico, che pensa e parla in me? Non sono forse, in tal modo, una semplice immagine altrui, ri­flessa in uno specchio?

Partecipo, anche solo come « votante », fiancheggiatore alla vi­ta pubblica? So che anche nella vi­ta pubblica vale tutta la Legge di Dio, non meno che nella vita pri­vata?

Capisco che io non posso schie­rarmi in alcun modo dalla parte di chi rinnega anche solo qualche punto della Legge di Dio? Mi ren­do conto che in questo diventa il­lecito ogni trio apporto anche in­diretto? Vedo abbastanza che io non posso aderire a nessuna con­seguenza, applicazione, orientamen­to, la matrice dei quali sta in una dottrina contraria a Dio, alla Sua Legge, alla Spiritualità dell’anima, al prevalente problema di permet­tere aiutandoli che gli uomini si avviino ad una vita eterna?

La mia coscienza mi dice chiaramente che quando è in peri­colo la libertà di servire Dio, la possibilità di educare cristianamen­te non posso restare passivo?

Se agisco in campi pubblici, so di non potermi affidare all’inganno, alla frode, a qualunque violazione del giusto diritto altri e che io non posso prestar mano a coloro che vogliono opprimere gli uomini?

Quale appoggio io dò, cer­to contro coscienza a mezzi di co­municazione sociale che alterano la verità, i fatti, gli orientamenti ed avvelenano i giusti e leali rapporti fra gli uomini?

Mentre il mondo ha sinistre frane, io che cosa faccio, con chi sto, con che cosa mi allineo? Sento o non sento il dovere di essere cit­tadino utile del mondo e cristiano coerente nella Chiesa?

2. Che cosa leggo? Che cosa ve­do? A chi dò la preferenza nella scelta delle mie opinioni e delle mie preferenze?

Vivo in un clan di persone, qua­lunque sia la loro etichetta? Que­sto clan mi è diventato necessa­rio ed io ne dipendo psicologica­mente, avendone assolutamente – così credo – bisogno? Sono suc­cube di qualcuno?

I miei sentimenti sono det­tati, esaltati, deformati da tutte queste cose esterne, invece di es­sere diretti da una coscienza chia­ra ed illuminata da Dio?

Ho dato ad altri la delega di scegliere, pensare, per me?

3. Mi rendo conto del grado di mia impressionabilità, sensibilità, conformismo rispetto a quello che incide su di me?

La mia sensibilità è forse determinata dal mio contegno in u­na sequela di debolezze e di colpe, dal mio orgoglio, che restringe il campo visivo della mia anima? A questo proposito mi ricordo abba­stanza che tutti i nostri atti ci se­guono e sono spesso la vera causa della nostra mancanza di coerenza, di costanza e di personalità? Mi rendo conto che nulla quanto la superbia rende schiavo di tutto e di tutti, dato che chiede elemosina di plauso e di lodi a tutti?

4. Mi difendo nella pura Fede da tutti gli errori, che nella gran parte delle. pubblicazioni si vanno oggi seminando? Ho una base, al­meno catechistica, sufficiente per poter, se non indiviudare, almeno difendermi dalle sorprese dell’er­rore? Mi rendo conto che la pos­sibilità dell’inganno in fatto di fede è arrivato non raramente al livello di quelli che dovrebbero insegnare una Dottrina pura? Fino a che pun­to io mi trovo imbevuto di una fan­tastica onniscenza infallibile, pro­pria della monca cultura moderna? So che la sua Fede, oggi, ognuno deve difendersela anzitutto da sé?

5. Mi sottraggo all’errore larga­mente diffuso per il quale non esi­ste differenza tra il bene e il male, tra la virtù e il peccato? Non ho forse accettata, sul piano pratico, la permissività sessuale, per cui tutto è lecito di quello che invece proibisce il sesto comandamento? Credo ancora alla purezza angelica ed alla modestia che ne salvaguar­dia la inviolabilità? Sono tenero per costumi naturisti e nudisti che do­vrebbero vergognare il genere uma­no? Avverto la depravazione che lentamente sale al livello di con­vinzione? Sostengo forse la oppor­tunità della mescolanza indifferente dei due sessi? Rido forse di quelli che rimangono fermi assertori del­la purezza di vita reclamata ed im­posta da tutta la Divina Rivelazio­ne? Ammetto forse le esperienze ante matrimoniali ed extra matri­moniali? Sono arrivato all’orrore di giudicare stupidità lo stato vergi­nale? Passo indifferente, come un abituato od un rassegnato attraver­so tutte le brutture, esimendomi da quelle equilibrate reazioni che im­pongono il rispetto?

6. Quanto è entrata in me l’idea di sottrarmi ad ogni Autorità costi­tuita, quasi che questa indipenden­za fosse un requisito necessario al­la mia personalità? Quanto è entra­ta in me l’idea deleteria che alla Autorità si sostituisce la « comuni­ta », ossia o nessuno o dei tiranni palliati?

Aderisco forse alla tendenza che riguarda la Autorità della Chie­sa Gerarchica, tale voluta da Cristo e tale documentata negli Evangeli e negli scritti neotestamentari, co­me una costruzione umana atta ad esercitare solo un dominio sulle a­nime? Rifiuto forse le indicazioni del Magistero della Chiesa e le in­dicazioni, che per restare nella Leg­ge e nella grazia di Dio, mi vengo­no date dalla Sacra Gerarchia? Ca­pisco che talvolta, per salvaguarda­re beni necessari spirituali, la indi­cazione della Gerarchia può esten­dersi a vicende del campo terreno?

7. Conosco sufficientemente la Dottrina Cristiana, per potermi di­fendere dalle sobillazioni dei mol­tissimi errori e dalla impostazione della vita, indipendente da ogni vincolo morale ed intellettuale?

Che cosa faccio per difen­dere, in tale situazione la mia Fe­de? Ho aumentata la mia orazione per proteggere adeguatamente la mia Fede?

Che cosa faccio per aiutare la azione evangelizzatrice della Chiesa, la massima impresa della vita dei singoli e della umanità?

 

VII.

L’ESAME DI COSCIENZA COME MEMBRO DELLA SANTA CHIESA CATTOLICA

La Chiesa è in questa età conte­, stata, perdente in superficie, soffe­rente in molti suoi membri, offesa dalla desacralizzazione.

Ciò crea una situazione grave e nessuno può ritirarsi dal proprio impegno cattolico, sia accedendo a giudizi ingiusti, sia non adempiendo i doveri di collaborazione e difesa che incombono ad ogni figlio della Chiesa stessa. Ecco gli elementi per preparare un esame.

La Chiesa è contestata e questo da parte di suoi membri. La verità che sono pochi, ma fanno crede­re di essere in molti. Gridano forte.

Tale contestazione mira a di­struggere l’Autorità, a relativizzare la Dottrina, a spogliare di dignità e valore il sacerdozio, a consentire ogni libertà. Non tutti i contesta­tori vogliono tutto questo, ma fan­no il gioco di coloro che vogliono tutto questo. Il pericolo maggiore sta in questo settore di ingenui, perché è il settore che si compone dei deboli, dei vanitosi, degli scioc­chi. Altri più demoniaci chiedereb­bero dei Martiri. I più furbi non vogliono martiri, vogliono solo dei fantocci istrumentalizzati. Hanno minor prezzo.

La Chiesa in superficie è perden­te. Che ci sia un rilassamento non lo si può negare e sarebbe presto per cercarne le cause. Ma è certo che questo è piuttosto in apparen­za; la realtà è che è fuor di luogo intonare delle assurde marce fu­nebri. Tuttavia le piaghe ci sono ed il pericolo più grave non sta negli anticlericali, ma nei cattolici e negli uomini consacrati, i quali, ignorando del tutto il mandato del Divin Fondatore, criticano, giudi­cano quello che non possono né criticare, né giudicare. E’ mancan­za di competenza e di obbedienza a Dio. È pertanto necessario che tutti si esaminino su questo punto, specialmente quelli che sono presi da furori di zelo purificatore verso la Chiesa, verso suoi rappresentan­ti e si arrogano di fare « senza Cristo ».

 

SCHEMA D’ESAME

Avverto che quasi tutto quello che si stampa o si proietta è anti­Chiesa? Sì o no? Come reagisco quando leggo o sento cose, nelle quali non è salvo il rispetto alle cose ed alle istituzioni, nonché al­le persone sacre? Capisco che se la mia reazione non è quella di una fede granitica, sono già bacato e qualcosa è alterato in me, nella mia fede di cristiano? So abbastanza che la Chiesa è nella Storia la con­tinuazione: voluta da Cristo, della Sua opera e che io non posso as­solutamente essere con Cristo se non sono colla Chiesa? Mi rendo conto della immensa opera organiz­zata per la distruzione della Chiesa, alla quale partecipano, forse incon­sci, molti buoni Cristiani in ragione della loro ignoranza religiosa? So che è di Fede la necessità della ve­ra Chiesa per salvarci? Ne traggo le conseguenze e, soprattutto, le ri­spetto? Ho la onestà di fare una distinzione ben netta tra l’Ufficio esercitato nella Chiesa e la Perso­na che lo esercita? So che il rispet­to all’ufficio, voluto da Dio, mi obbligherà ad un migliore giudizio verso la persona, che lo esercita?

Mi lascio attirare da gruppi detti spontanei ed in realtà anar­chici o politici mascherati in ogni modo, ma lontani dalla Gerarchia o addirittura in contrasto con Essa? Mi rendo conto che solo restando nella Chiesa Cattolica, quale l’ha fondata Nostro Signore, si rimane pienamente nella Comunione dei Santi? Che altro può sostituire la Comunione dei Santi, se non qual­che ingannevole illusione?

Mi rendo conto dei dolori e delle persecuzioni alle quali è soggetta la Chiesa? Che faccio io di fronte alla ribellione demoniaca di taluni suoi figli?

Accetto la Sacra Autorità, la gui­da gerarchica, la costituzione divi­na della Chiesa? Mi rendo ben con­to che i Sacramenti, in forma legit­tima piena, me li può amministra­re solo la Santa Chiesa o chi è nel­la comunione con Essa?

Come partecipo all’attività as­sociazionale, che si raccoglie intor­no alla Chiesa quale nucleo e lievi­to per la salvezza di tutti i fra­telli?

Quale rispetto ho io per tut­to ciò che è sacro?

Come giudico o subisco Leggi eversive del sacro diritto delle ani­me, dei Sacramenti, della stessa vi­ta? Sono o no un paladino del Ma­gistero della Santa Chiesa?

 

VIII

L’ESAME PARTICOLARE

Per coloro che intendono vera­mente perfezionarsi nella via di Dio è necessario il discorso sul­l’« ESAME PARTICOLARE ».

Esso non sostituisce, ma integra e potenzia l’esame generale di ogni giorno, di ogni periodo, di ogni condizione.

L’esame particolare è tale perché prende di mira un solo difetto da combattere o una sola virtù da e­sercitare. Esso va fatto normalmen­te due volte ogni giorno, per eser­citare un controllo serrato ed effi­ciente sull’andamento della propria vita e per stimolare al massimo la volontà. Alla sera, evidentemente, l’esame particolare va unito, restan­done distinto, all’esame generale.

1. La determinazione dell’ogget­o

Se si tratta di difetto contro del quale puntare gli sforzi metodici, bisogna evidentemente individuar­lo. È ottimo criterio quello di pun­tare sul difetto peggiore o fonda­mentale.

L’esame quotidiano può rivelar­lo. Ma talvolta la rivelazione può venire dal Confessore, dal Diretto­re spirituale; è bene anzi che la decisione sia sempre presa col con­siglio di chi sorveglia e dirige l’ani­ma. Molte volte la indicazione del peggior difetto viene dall’esterno, chi convive con noi, dall’opinione che intorno si ha di noi. Per questo invece di adontarsi delle mormora­zioni, che si fanno sul nostro con­to, occorre prenderle con pazienza, umiltà, serenità; esse costituiscono uno spunto magnifico per sapere chi siamo, che cosa siamo, per sco­prire difetti a noi ignoti; spessis­simo la indicazione del difetto, da mette sotto l’incudine dell’esame particolare viene proprio da quella parte. Gli orgogliosi che non tolle­rano giudizi altrui, si privano di questo ausilio magnifico che i male­voli ci offrono assai più degli amici e si condannano a sentirsi prepetua­mente vittime, quando sono i col­pevoli e danno un fondamento – non sufficiente – ma obiettivo ai rimproveri altrui.

2. La insistenza sul difetto prin­cipale può durare anni.

Non ci si deve stancare fino a che il difetto non è debellato sicuramente o la virtù non è saldamente acquisita. Arrivati a compimento si ricomin­cia con un altro difetto o con un’al­tra virtù. La strada di Dio finisce solo al momento della nostra morte.

3. L’efficacia della costanza nel­l’esame particolare è legata alle sin­tesi ed ai confronti.

Si tratta di confronti tra mattino e sera, tra giorno e giorno, tra settimana e settimana, tra periodo e periodo. Questo confronto assume il ruolo di un giudizio intermedio ed anche conclusivo, è una sintesi e dona un adamento metodico. Per essere ta­le può avere bisogno di un sussi­dio materiale redatto in modo da presentare con facilità visiva lo stato del metodico rilievo. A tal fi­ne si suggerisce la allegata tabella.

 

CONCLUSIONE

Tutto lo scopo immediato dell’e­same di coscienza, che appare co­sa non semplice ha, tra gli altri, lo scopo di impedire l’immobilismo della vita.

Questo immobilismo può manife­starsi in più modi, o tocca diversi punti.

a) C’è l’immobilismo spirituale. Consiste nel credere di aver raggiunta una buona e sufficiente qua­lità morale, uno stato di quiete, senza alcuno stimolo all’avanzamen­to spirituale, alla purificazione con­tinua, alla riparazione dei propri peccati. Generalmente tale immobi­lismo mummifica la vita e diviene anche in modo incosciente il limite per non richiedere agli altri alcun progresso spirituale. È facile pen­sare che sorta di danno sia questo in coloro che debbono dirigere spi­ritualmente gli altri: si considerano il metro oltre il quale non occorre avanzare.

b) L’immobilismo della azione. Fatti alcuni schemi, svanisce il bi­sogno di aggiornare la propria at­tività, che diventa routine. La con­seguenza di tale stato è molteplice: si tende ad assicurare anzitutto la propria quiete, le proprie vacanze od evasioni diurne, setimanali, men­sili, annuali; ci si sottrae dal consi­derare i segni dei tempi in quanto indicatori di nuove necessità alle quali corrispondere o nuovi sacrifi­ci da adottare; si diventa gli oppo­sitori di quanti capiscono che nul­la nella vita può diventare statico e definitivo. Ci si riduce ad essere facili ingombri di tutti gli altri.

c) C’è immobilismo della carità. Si ripetono alcuni atti standardiz­zati ed il prossimo coi suoi bisogni diventa ogni giorno più estraneo al nostro cuore ed alla nostra genero­sità. Le esigenze dell’apostolato proprio di qualunque cristiano tac­ciono per quanto riguarda l’aposto­lato.

FONTE