CAPITOLO 1

Due particolari visioni che il Signore mostrò alla mia anima; altre rivelazioni e misteri che mi costringevano ad allontanarmi dalle cose terrene, sollevando la dimora del mio spirito al di sopra della terra.

 

1. Ti benedico e ti magnifico, o Re altissimo, che per tua degnazione e sublime maestà hai nascosto questi alti misteri ai sapienti e agli intelligenti e li hai rivelati a me tua schiava, la più piccola ed inutile della tua Chiesa, per essere tanto più riconosciuto e ammirato come onnipotente ed autore di quest’Opera quanto più lo strumento è vile e debole.

2. Questo altissimo Signore – dopo le lunghe resistenze di cui ho parlato, dopo molti timori esagerati e grandi incertezze causate dalla mia codardia nel riflettere su questo immenso mare di meraviglie in cui m’immergo col timore di esserne sommersa – mi fece sentire dall’alto una virtù forte, soave, efficace e dolce, una luce che illumina l’intelletto e piega la volontà ribelle acquietando, indirizzando, governando l’insieme dei sensi interni ed esterni e assoggettando tutta la creatura al compiacimento e alla volontà dell’Altissimo, cosicché essa cerchi in tutto solo la sua gloria e il suo onore. Trovandomi in questa disposizione, udii la voce dell’Onnipotente che mi chiamava e mi attirava a sé, sollevando in alto il mio spirito. Egli mi fortificava contro i leoni che ruggivano famelici per separare la mia anima dal bene offertole nella conoscenza dei grandi misteri racchiusi in questo tabernacolo e città santa di Dio. Egli mi liberava dalle porte delle tribolazioni attraverso le quali m’invitavano ad entrare, circondata dai dolori della morte e della perdizione e assediata dalle fiamme di questa Sodoma e Babilonia in cui viviamo. Volevano abbagliarmi perché io, cieca, mi volgessi indietro e mi abbandonassi a chi mi offriva oggetti di apparente diletto per i miei sensi, ingombrandoli di vanità con fallacia ed inganno. Da tutti questi lacci che tendevano ai miei piedi mi liberò l’Altissimo che, sollevando il mio spirito e insegnandomi il cammino della perfezione con efficaci esortazioni, m’invitava a una vita spiritualizzata e angelica nella carne mortale. In questo modo mi obbligava a vivere con una sollecitudine tale che dentro alla fornace non mi toccassero le fiamme e in modo che mi sapessi liberare dalla lingua impura, quando spesso mi raccontava frottole terrene. Così sua Altezza mi chiamava affinché mi sollevassi dalla polvere e dalla fiacchezza che la legge del peccato procura. Voleva che io resistessi agli effetti ereditati dalla natura corrotta e che la ostacolassi nelle sue inclinazioni disordinate, dissipandole alla vista della luce e sollevandomi al di sopra di me stessa. Con la forza di Dio potente, con correzioni di Padre e carezze di sposo, molte volte mi chiamava e mi diceva: «Mia colomba e opera delle mie mani, alzati e affrettati; vieni a me che sono luce e via: chi mi segue non cammina nelle tenebre. Vieni a me che sono verità sicura, santità certa, onnipotenza e sapienza, e correggo i sapienti».

3. Gli effetti di queste parole erano per me dardi di dolce amore, d’ammirazione, di timore e coscienza dei miei peccati e della mia viltà, per cui mi ritiravo, mi umiliavo e mi annichilivo. Il Signore mi diceva: «Vieni, anima, vieni, poiché io sono il tuo Dio onnipotente; e come sei stata prodiga e peccatrice, così ora alzati da terra e vieni a me che sono tuo Padre, ricevi la stola della mia amicizia e l’anello di sposa».

4. Trovandomi in questa dimora, un giorno vidi sei angeli santi che l’Onnipotente mi aveva assegnato per assistermi in quest’Opera guidandomi in essa, come in altre occasioni di combattimenti. Essi mi purificarono e mi prepararono. Fatto ciò, mi presentarono al Signore e sua Maestà diede alla mia anima una nuova luce, simile allo splendore della gloria, con la quale mi fortificò, rendendomi capace di vedere e conoscere ciò che sorpassa le mie forze di creatura terrena. Subito mi apparvero altri due angeli di gerarchia superiore, che udii chiamarmi con grande forza da parte del Signore; capivo che erano misteriosissimi e che mi volevano svelare sublimi arcani. Risposi loro con sollecitudine e, impaziente di godere di quel bene che mi annunziavano, con ardente desiderio manifestai la mia intenzione di vedere ciò che mi volevano rivelare ma che intanto mi celavano con fare misterioso. Subito essi mi risposero con decisione: «Fermati, o anima». Mi rivolsi alle loro Altezze e dissi: «Principi dell’Onnipotente e messaggeri del gran Re, perché, dopo avermi chiamato, ora mi trattenete così, facendo violenza alla mia volontà e ritardando la mia gioia e allegrezza? Quale forza è la vostra e quale il potere che mi chiama, mi infiamma, mi sollecita e mi trattiene, e tutto questo ad un tempo? E attirandomi dietro al profumo degli unguenti del mio diletto Signore mi trattenete tuttavia come con forti catene? Ditemi la ragione di questo». Mi risposero: «Perché è necessario, o anima, che per conoscere questi sublimi misteri, tu venga completamente spoglia dei tuoi desideri e delle tue passioni, poiché non si conciliano con le cattive inclinazioni. Togliti i sandali, come fu intimato di fare a Mosè, perché potesse guardare quel roveto miracoloso». Io risposi: «Principi e signori miei, molto fu chiesto a Mosè esigendo che nella sua natura terrena si comportasse come un angelo; ma egli era santo ed io peccatrice piena di miserie. Il mio cuore si turba e mi lamento di questa schiavitù e legge del peccato che nelle mie membra sento contraria a quella del mio spirito». Ed essi: «Anima, ti si chiederebbe una cosa assai violenta se la dovessi operare con le tue sole forze, ma l’Altissimo, che vuole e ricerca questa disposizione, è onnipotente e non ti negherà l’aiuto, se glielo domandi di cuore disponendoti a riceverlo. Il suo potere, che faceva ardere il roveto senza che si consumasse, sarà ben capace di far sì che l’anima imprigionata e chiusa nel fuoco delle passioni non bruci, se vuole liberarsi. Sua Maestà chiede ciò che vuole e può ciò che chiede e col suo aiuto tu puoi quel che ti ordina. Togliti i sandali, piangi amaramente e grida dal profondo del tuo cuore affinché venga udita la tua preghiera e si compia il tuo desiderio».

5. Vidi subito un velo ricchissimo che nascondeva un tesoro e la mia volontà desiderava ardentemente che venisse tolto scoprendo quello che l’intelligenza mi manifestava come mistero. A questo mio desiderio risposero: «Obbedisci, o anima, in ciò in cui ti si ammonisce e che ti si comanda: spogliati di te stessa e ti sarà svelato». Per questo mi proposi di emendare la mia vita e di vincere i miei appetiti, e piangevo forte con sospiri e gemiti dal profondo dell’anima mia, affinché questo bene mi si manifestasse. E nella misura in cui facevo propositi, scorgevo aprirsi il velo che copriva il mio tesoro. Infine si aprì del tutto e con gli occhi dello spirito vidi quello che non saprei dire né manifestare a parole. Vidi un segno grande e misterioso nel cielo; vidi una Donna, una signora e regina bellissima coronata di stelle, vestita di sole e con la luna sotto ai suoi piedi. Mi dissero i santi angeli: «Ecco la beata donna che san Giovanni vide nell’Apocalisse e nella quale sono racchiusi, depositati e sigillati gli ammirabili misteri della redenzione. L’Altissimo e onnipotente favorì così tanto questa creatura umana che desta ammirazione persino in noi suoi spiriti. Considera e ammira le sue perfezioni e scrivile, perché proprio a questo fine – dopo quello del tuo profitto spirituale – ti è rivolta questa manifestazione». Io allora conobbi così tante meraviglie che la loro abbondanza mi fa ammutolire, l’ammirazione mi tiene in sospeso e non credo affatto che tutte le creature terrene siano capaci di conoscerle nella vita terrena, come in seguito spiegherò.

6. Un altro giorno, in tempo di quiete e serenità, in questa medesima dimora di cui parlo, udii la voce dell’Altissimo che mi diceva: «Sposa mia, voglio che ti decida seriamente, mi cerchi con diligenza e mi ami con fervore. Voglio che la tua vita sia più angelica che umana, dimenticandoti di tutte le cose terrene. Ti voglio sollevare dalla polvere come povera e dall’immondizia come misera; voglio che, mentre ti innalzo, tu ti umilii e stando alla mia presenza il tuo nardo spanda la soavità del suo profumo. Conoscendo la tua debolezza e miseria ti devi persuadere di tutto cuore che meriti la tribolazione e con essa l’umiliazione. Guarda la mia grandezza e la tua piccolezza, considera che sono giusto e santo e ti affliggo giustamente usandoti la misericordia di non castigarti come meriti. Su questo fondamento dell’umiltà sforzati di acquistare altre virtù, affinché si adempia la mia volontà. Ti assegno come maestra la Vergine madre mia perché ti istruisca, ti corregga e ti riprenda. Ella ti addestrerà e orienterà i tuoi passi secondo il mio gusto e il mio beneplacito».

7. A queste parole era presente la Regina stessa, la quale non si sdegnò affatto di assumere un simile incarico che sua divina Maestà le assegnava. Al contrario, accettandolo benignamente, disse: «Figlia mia, voglio che tu sia mia discepola e compagna ed io sarò tua maestra; ma sappi che mi devi obbedire con fortezza e da oggi in poi non deve restare più in te traccia del tuo essere figlia di Adamo. La mia vita, le opere del mio pellegrinaggio e le meraviglie che il braccio onnipotente dell’Altissimo ha operato con me devono essere tuo specchio e regola della tua vita». Io mi prostrai dinanzi al trono regale del Re e della Regina dell’universo offrendomi di obbedire in tutto e resi grazie al sovrano Signore per il beneficio tanto superiore ai miei meriti che mi concedeva dandomi un tale patrocinio e una tale guida. Nelle mani della Vergine rinnovai i voti della mia professione offrendomi nuovamente di obbedirle e di cooperare con tutte le mie forze all’emendazione della mia vita. Allora mi disse il Signore: «Fai attenzione e guarda». Io lo feci e vidi una scala di molti gradini, bellissima, con un numero grande di angeli che la circondavano e altri che per essa salivano e discendevano. E sua Maestà mi disse: «Questa è la misteriosa scala di Giacobbe, che è casa di Dio e porta del cielo. Se tu ti preparerai e la tua vita sarà tale che i miei occhi non vi trovino nulla da riprendere, tu per essa salirai a me».

8. Questa promessa eccitava il mio desiderio, accendeva la mia volontà e teneva sospeso il mio spirito. Di conseguenza, con molte lacrime, mi lamentavo di essere io medesima un peso a me stessa. Sospiravo la fine della mia schiavitù e desideravo di raggiungere la meta dove non c’è più ostacolo che possa impedire l’amore. In queste ansie passai alcuni giorni, procurando di perfezionare la mia vita, facendo di nuovo la confessione generale e riformando alcune imperfezioni. Sempre continuava la visione della scala, ma non ne intendevo il siguificato. Feci anche molte promesse al Signore, proponendo nuovamente di allontanarmi da ogni cosa terrena e di conservare libera la mia volontà per amare lui solo senza lasciarla inclinare verso cosa alcuna, per quanto minima e fuor di sospetto; respinsi e ripudiai ogni cosa vana e visibile. Avendo trascorso alcuni giorni in questi affetti e in tale disposizione, l’Altissimo mi rivelò che quella scala rappresentava la vita, le virtù e i misteri della santissima Vergine. E mi disse: «Voglio, o mia sposa, che tu salga per questa scala di Giacobbe, che tu venga a conoscere attraverso questa porta del cielo i miei attributi e a contemplare la mia divinità: sali, dunque, affrettati, ascendi a me per essa. Questi angeli che l’assistono e l’accompagnano sono quelli che io ho destinato a custodia, difesa e presidio di questa città di Sion. Fai attenzione e, meditando queste virtù, impegnati per imitarle». Così mi parve di salire per questa scala e di conoscere la più grande meraviglia, il prodigio più ineffabile del Signore in una semplice creatura, la più grande santità e perfezione delle virtù che abbia mai operato il braccio dell’Onnipotente. Alla sommità di questa scala vidi il Signore dei signori e la Regina di tutto il creato: mi ordinarono di glorificarlo, lodarlo ed esaltarlo per questi magnifici misteri e di scrivere tutto ciò che ne avessi inteso. L’eccelso Signore mi dette su queste tavole, migliori di quelle di Mosè, una legge da meditare ed osservare, scritta col suo dito onnipotente: egli mosse la mia volontà affinché in sua presenza manifestassi alla purissima Regina che avrei vinto la mia resistenza e col suo aiuto avrei scritto la sua santissima vita proponendomi tre fini. Primo: la conoscenza della profonda riverenza dovuta al Dio eterno e come la creatura si debba umiliare ed annientare quanto più la sua immensa maestà le si comunica, dovendo derivare dai maggiori benefici e favori, quale effetto, maggior timore, riverenza, attenzione ed umiltà. Secondo: la coscienza da parte del genere umano, dimentico del suo rimedio, di quanto deve alla sua Regina e madre pietosa nell’opera della redenzione; di quanto amore e riverenza ella ha avuto per Dio e di quanto noi dobbiamo averne per lei, nostra signora. Terzo: la manifestazione della mia bassezza e viltà e della mia inadeguata corrispondenza per quanto ricevo a chi dirige la mia anima e, se conveniente, a tutti gli uomini.

9. A questo mio desiderio la Vergine santissima rispose: «Figlia mia, il mondo è così bisognoso di questi insegnamenti perché non conosce né porta a Dio onnipotente la dovuta riverenza. Per siffatta ignoranza l’audacia dei mortali provoca la Giustizia, che li affligge ed opprime, e, non sapendo cercare il rimedio né vedere con la luce, restano nell’oblio e nelle tenebre. Ciò deriva dalla mancanza di timore e di riverenza che invece dovrebbero avere». L’Altissimo e la Regina mi diedero questi ed altri avvertimenti per chiarirmi la loro volontà riguardo a quest’Opera, cosicché rifiutare gli ammaestramenti che questa grande Signora aveva promesso di darmi parlandomi della sua santissima vita mi parve temerario e poco caritatevole verso me stessa. Inoltre stimai inopportuno rimandare a un altro momento, poiché l’Altissimo mi aveva manifestato che era questo il tempo opportuno, dicendomi: «Figlia mia, quando io inviai il mio Unigenito nel mondo, esso si trovava nello stato peggiore in cui fosse mai stato dal suo principio in poi, eccetto i pochi che mi servivano fedelmente; perché la natura umana è così imperfetta che, se non si riferisce alla guida interiore della mia luce e alla pratica di quanto insegnano i miei ministri, cade subito nel profondo delle tenebre e in innumerevoli miserie, di abisso in abisso, fino a giungere all’ostinazione nel peccato. E questo accade ogni volta che non si vuole assoggettare la propria volontà a seguire me, che sono via, verità e vita, e ad osservare i miei comandamenti senza perdere la mia amicizia. Dalla creazione e dal peccato del primo uomo fino alla legge che diedi a Mosè gli uomini si governarono secondo le loro inclinazioni e incorsero in gravi errori e peccati. Sebbene li commettessero anche dopo la legge col non obbedirvi e andassero così sempre più allontanandosi dalla verità e dalla luce fino a pervenire allo stato del sommo oblio, tuttavia io con paterno amore inviai alla natura umana la salvezza eterna e la medicina a rimedio delle sue infermità incurabili, e con ciò giustificai la mia causa. E come allora aspettai il tempo in cui avrebbe potuto risplendere meglio tale misericordia, così adesso voglio mostrarne un’altra assai grande, perché è appunto questo il tempo opportuno per operarla finché non giunga la mia ora, in cui il mondo troverà contro di sé tali e tanti capi d’accusa, che riconoscerà quanto sia giusta la ragione del mio sdegno. In quell’ora farò conoscere il mio cruccio, la mia giustizia ed equità e quanto sia ben giustificata la mia causa. Per farlo meglio e poiché è questo il tempo in cui l’attributo della mia misericordia si deve maggiormente manifestare e in cui voglio che il mio amore non resti inoperoso, avendo riguardo per i giusti che ci sono in questo tempo e che lo rendono accettabile, voglio aprire a tutti una porta attraverso cui accedere alla mia misericordia. Ora che il mondo è giunto al secolo più infelice da quando il Verbo si è fatto carne e gli uomini sono più dimentichi del proprio bene, che cercavo sempre meno; ora che più volge al termine il giorno della loro vita mortale col tramonto del sole del tempo, giungendo per i reprobi la notte dell’eternità e nascendo per i giusti il giorno eterno senza più notte; ora che la maggior parte dei mortali vive nelle tenebre della propria ignoranza e delle proprie colpe, opprimendo i giusti e disprezzando i figli di Dio; ora che la mia legge santa e divina si conculca per l’iniqua ragione di stato tanto odiosa quanto nemica della mia grande provvidenza; ora infine che mi vedo così ripagato dai malvagi, proprio in questo tempo, per riguardo ai giusti, voglio offrire una luce perché gli uomini si illuminino nelle tenebre della loro cecità, e voglio dar loro – ammesso che vogliano avvalersene – un rimedio opportuno per giungere alla mia grazia. Felici coloro che lo troveranno; beati quelli che ne conosceranno il valore; ricchi coloro che s’incontreranno con questo tesoro; fortunati e assai sapienti quelli che vi scruteranno dentro con riverenza e ne intenderanno gli enigmi e i misteri! Voglio inoltre che sappiano quanto vale l’intercessione di colei che fu rimedio delle loro colpe, dando nel suo grembo vita mortale all’Immortale. Voglio che abbiano come specchio, in cui scorgere la propria ingratitudine, le opere ammirabili del mio braccio onnipotente con questa semplice creatura, e intendo manifestarne molte altre da me compiute con la Madre del Verbo, ma che finora ho tenuto nascoste per i miei alti giudizi».

10. «Nella Chiesa primitiva non manifestai tali misteri perché, essendo troppo alti, i fedeli si sarebbero soffermati troppo a scrutarli e ad ammirarli, mentre era necessario che si stabilissero rapidamente la legge della grazia e il Vangelo. E benché fosse tutto compatibile, tuttavia l’ignoranza umana avrebbe potuto incorrere in alcuni sospetti e dubbi troppo dannosi in un tempo in cui la fede derivata dall’incarnazione e dalla redenzione e i precetti della legge evangelica erano ancora agli inizi. Per questo lo stesso Verbo incarnato nell’ultima cena disse ai suoi discepoli: Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. In loro parlò a tutto il mondo, che, finché non si fosse ben radicata la legge della grazia e la fede del Figlio, non sarebbe neanche stato pronto a ricevere i misteri e la fede della Madre. Inoltre al presente ne ha maggior necessità ed essa mi obbliga anche più della sua disposizione. Oh! Se mi obbligassero con l’onorare, credere e contemplare le meraviglie che la Madre della pietà racchiude in sé! E se tutti sollecitassero di cuore la sua intercessione, ben avrebbe il mondo qualche rimedio!… Tuttavia non voglio trattenermi dal porre loro davanti questa Mistica Città di rifugio; tu descrivila e fanne il ritratto, per quanto può la tua inadeguatezza. Ma non voglio che questa descrizione ed esposizione della sua vita consista in opinioni né in contemplazioni quanto piuttosto in verità certa. Quelli che hanno orecchi per intendere intendano, quelli che hanno sete vengano alle sorgenti d’acqua viva e lascino le cisterne screpolate e quelli che vogliono la luce la seguano sino alla fine» Questo disse il Signore Dio onnipotente.

11. Queste sono le parole che l’Altissimo mi disse nell’occasione che ho riferito. Del modo in cui ricevo questi insegnamenti e questa luce e in cui conosco il Signore, parlerò nel capitolo seguente, per soddisfare l’obbedienza che me lo comanda e perché siano manifeste a tutti le rivelazioni e le misericordie di questo genere, che ricevo e che riferirò d’ora in poi.

CAPITOLO 2

Si spiega il modo in cui il Signore manifesta all’anima mia i misteri e la vita della Regina del cielo nello stato in cui sua Maestà mi ha posto.

 

12. Per far conoscere, nel resto di quest’Opera, il modo in cui il Signore mi manifesta queste meraviglie, mi parve conveniente premettere questo capitolo, in cui ne darò spiegazione come meglio potrò e come mi verrà concesso.

13. Da quando ho avuto l’uso della ragione, ho provato un beneficio del Signore, che giudico il maggiore di quanti la sua mano liberale mi ha fatti. Questo consiste in un timore intimo e grande di perderlo che Dio mi ha infuso. E ciò mi ha incitata e mossa a desiderare in tutte le cose ciò che è meglio e più sicuro, operandolo sempre e sempre chiedendolo all’Altissimo, che ha crocifisso la mia carne con questo dardo perché ho temuto i suoi giudizi sempre vivo con questo timore di perdere l’amicizia dell’Onnipotente e di non trovarmi in essa. Mio pane di giorno e di notte sono state le lacrime, che questa ansietà mi procurava. Essa, in questi ultimi tempi, in cui ai discepoli del Signore che praticano la virtù è necessario starsene nascosti, mi ha portato altresì a fare grandi suppliche a Dio, implorandolo con tutto il mio cuore affinché mi guidi e indirizzi per un cammino retto ma nascosto agli occhi degli uomini; sollecitando l’intercessione della Regina e vergine purissima.

14. A tali reiterate domande mi rispose il Signore: «Non temere, o anima, e non ti affliggere, perché da parte mia io ti darò uno stato e un sentiero di luce e di sicurezza tanto nascosto e stimabile, che soltanto chi ne è l’autore lo potrà conoscere. Cosicché tutto ciò che di esteriore è soggetto a pericolo da oggi innanzi ti verrà meno e il tuo tesoro resterà nascosto: da parte tua custodiscilo e conservalo con una vita perfetta. Io ti metterò in una via nascosta, chiara, vera e pura, e tu cammina per essa». Da allora in poi percepii una trasformazione dentro di me ed uno stato molto spiritualizzato. All’intelletto fu data una nuova luce, attraverso cui gli è comunicata ed infusa la scienza, con la quale conosce in Dio tutte le cose, ciò che sono in se stesse e i loro effetti. Esse gli sono manifestate perché è volere dell’Altissimo che le conosca e le veda. Ora questa luce intellettiva che illumina è santa, soave, pura, sottile, acuta, mobile, sicura e nitida, fa amare il bene e riprovare il male. È un’emanazione della virtù di Dio ed un effluvio genuino della sua luce, la quale mi si pone come specchio dinanzi all’intelletto. Con la parte superiore dell’anima e con la vista interiore, vedo molto, perché si comprende che l’oggetto è infinito mediante la luce che da esso riverbera, quantunque gli occhi e l’intelletto siano limitati. In questa vista è come se il Signore sedesse sopra un trono di grande maestà, dove si conoscono i suoi attributi con distinzione, benché con i limiti della condizione umana. Infatti lo copre come un cristallo purissimo che si frappone ed è per mezzo di esso che si conoscono e ravvisano queste meraviglie, questi attributi, ossia queste perfezioni di Dio, con grande chiarezza e distinzione. Questo anche se attraverso quel velo, che impedisce di vederlo tutto immediatamente. cioè intuitivamente e senza velo; velo che è, appunto, come un cristallo. Tuttavia la cognizione di ciò che copre non è penosa per l’intelletto, ma ammirabile, poiché si comprende che è infinito l’oggetto e limitato solo colui che lo contempla; inoltre gli dà speranza che, se lo acquista, si aprirà quel velo, togliendosi quello che si frappone quando l’anima si spogli della mortalità del corpo.

15. In questa conoscenza vi sono modi e gradi di vedere, disposti dal Signore a seconda che sia sua volontà di manifestarsi più o meno, perché è specchio volontario. Talora si rivela più chiaramente, talora meno, e qualche volta vengono mostrati alcuni misteri, nascondendone altri sempre grandi. Questa differenza abitualmente si uniforma alla disposizione dell’anima, poiché, se essa non si trova in tutta quiete e pace, o se ha commesso veramente qualche colpa o imperfezione, per piccola che sia, non giunge a vedere questa luce nel modo che dico, luce in cui si conosce il Signore con tanta chiarezza e certezza, che non lascia dubbio alcuno su ciò che s’intende. Ma si comprende che è Dio colui che è presente meglio e prima che si capisca tutto quello di cui sua Maestà parla. Tale cognizione provoca un impulso soave, forte ed efficace per amare, servire l’Altissimo ed ubbidire a lui. In questa illuminazione si apprendono misteri grandi: quanto vale la virtù e quanto prezioso sia il possederla e praticarla; se ne conosce la sicurezza e la perfezione; si sente una virtù e forza che costringe al bene, contrasta e combatte il male e le passioni e molte volte le vince. Se l’anima gode di questa luce e vista interiore e fa in modo di non perderle, non può essere vinta, perché le danno coraggio, fervore, sicurezza e gioia, luce attenta e sollecita che chiama ed innalza, dà leggerezza e brio, cosicché la parte superiore dell’anima trae dietro a sé quella inferiore ed ancora rende lieve il corpo stesso, che resta per quel tempo come spiritualizzato, sospendendosi il suo gravame e peso.

16. Quando l’anima conosce e sente questi dolci effetti, con amoroso affetto dice all’Altissimo: «Trahe me post Te», attirami dietro a te e correremo insieme. Infatti, unita al suo amato, non sente più le cose della terra e, lasciandosi attirare dalla fragranza di questi unguenti del suo diletto, viene a vivere più dove ama che dove anima. Lascia deserta la parte inferiore e, quando torna a cercarla, è per perfezionarla, riformando e in un certo senso sopprimendo questi animaleschi appetiti delle passioni. Infatti, se talora si vogliono ribellare, l’anima li respinge con prontezza, perché ormai non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.

17. Si sente qui con certezza in tutti i moti e gli atti santi l’assistenza dello Spirito di Cristo, che è Dio ed è vita dell’anima, poiché nel fervore, nel desiderio, nella luce, nell’efficacia ad operare si riconosce una forza interiore, che solo Dio può dare. Si sente l’effetto e la virtù di questa luce, l’amore che suscita e una parola intima, continua e viva, che fa attendere a tutto quello che è divino e astrae da ciò che è terreno. In questo si manifesta che Cristo vive in me, la sua virtù e luce, che sempre risplendono nelle tenebre. Questo significa propriamente stare negli atri della casa del Signore, poiché l’anima vede dove rifulge la luce della lampada dell’Agnello.

18. Non dico che si possegga tutta la luce, ma una parte si e questa parte è una comprensione superiore alle forze o alle capacità della creatura. Per comunicare questa visione, l’Altissimo anima l’intelletto, dandogli una qualità e una luce tutta propria, perché questa potenza sia capace di conoscere ciò che è superiore alle sue forze; ciò ancora si comprende e si conosce in questo stato con la certezza con cui si credono e conoscono le altre cose divine. Tuttavia anche qui accompagna la fede e in questo stato l’Onnipotente mostra all’anima il valore di questa scienza, di questa luce che le infonde. Non si può estinguere la sua luce; insieme con essa mi vennero tutti i beni e attraverso le sue mani una ricchezza incalcolabile. Questa lampada mi precede, indirizzando i miei passi: senza frode l’appresi e senza invidia desidero comunicarla e non già nascondere la sua bellezza. È partecipazione di Dio e la sua compagnia è contentezza e gioia. In un istante insegna molto e trasforma il cuore, con forza potente allontana e separa dalle cose ingannevoli, nelle quali, contemplandole in questa luce, si trova un’immensità di amarezza. Per questo l’anima, allontanandosi sempre più da questa caducità e correndo, fugge al sacro rifugio della verità eterna ed entra nella cella del vino dove il sovrano Signore ordina in me la carità. Con essa mi costringe ad essere paziente e senza invidia, ad essere benigna senza offendere alcuno, a non essere superba né ambiziosa, a non adirarmi né pensare male del prossimo, a soffrire e tollerare tutto. Sempre mi istruisce e mi ammonisce nel segreto con grande forza, perché io operi ciò che è più santo e puro, insegnandomelo in tutto; e se sono mancante, anche se in una cosa da poco, mi riprende senza alcuna dissimulazione.

19. Questa è luce che ad un tempo illumina, infervora, ammaestra, riprende, mortifica e vivifica, chiama e trattiene, ammonisce e costringe, insegna a distinguere il bene e il male, l’altezza e la profondità, la lunghezza e la larghezza, il mondo, il suo stato, la sua disposizione, i suoi inganni, le illusioni e le falsità dei suoi abitanti ed amanti e soprattutto m’insegna a disprezzarlo e calpestarlo, sollevandomi al Signore, guardando a lui come sovrano, padrone e governatore di tutto. Nella sua Maestà vedo e conosco la disposizione delle cose, la forza degli elementi, il principio, la fine e il mezzo dei tempi, i loro mutamenti e le loro varietà, il corso degli anni, l’armonia di tutte le creature e le loro qualità, tutti i segreti degli uomini, le loro opere e i loro pensieri e quanto siano lontani da quelli del Signore, i pericoli in cui vivono, i sentieri tortuosi che percorrono, gli stati, i governi, la loro momentanea fermezza e poca stabilità, qual è il loro principio e la loro fine e ciò che possiedono di verità e di menzogna. Tutto questo si vede e si penetra in Dio distintamente con questa luce, conoscendo le persone e le loro qualità. Nondimeno, discendendo ad un altro stato più basso, in cui l’anima si trova di solito e in cui si serve della sostanza e della veste della luce, ma non di tutta la sua luminosità, in esso vi è qualche limitazione di quella conoscenza così alta circa le persone, gli stati e i segreti pensieri di cui ho detto. Infatti qui, in questo luogo inferiore, non ho maggiore comprensione di quella che basta per liberarmi dal pericolo e fuggire dal peccato, compatendo con vera tenerezza le persone, senza permettermi di parlare chiaramente con alcuna, né di manifestare quel che conosco. Né potrei farlo, perché mi pare di restare muta, se non quando l’Autore di queste opere talvolta mi dà il permesso e mi ordina di ammonire qualcuno; tuttavia vuole che ciò sia fatto parlando al cuore con ragioni piane, chiare, comuni e caritative in Dio e chiedendo aiuto per queste necessità, che per questo appunto mi sono manifestate.

20. Quantunque abbia conosciuto tutto ciò con chiarezza, il Signore non mi ha mai mostrato la fine infelice di nessuna anima, che si sia dannata. Ciò è stata provvidenza divina, perché così è giusto e, se non per grandi fini, non si vuole manifestare la dannazione di alcuno e inoltre perché, se io la conoscessi, credo che ne morirei di dolore. Questo sarebbe effetto della cognizione derivata da questa luce, poiché è una grande sofferenza vedere che un’anima è privata per sempre di Dio. Per questo lo supplicai di non mostrarmi nessuno che si danni, ma, se io potessi, dando la mia vita, liberare qualcuno che sia in peccato, non ricuserei la tribolazione, né che il Signore me lo mostrasse; ma colui per il quale non vi è più rimedio, ah, no! Che io non lo veda!

21. Mi è data questa luce, non già perché io palesi il mio segreto in particolare, ma piuttosto perché ne faccia uso con prudenza e sapienza. Questa luce mi resta come una sostanza che vivifica (benché sia accidentale), che emana da Dio, e come un abito da usare per regolare bene i sensi e la parte inferiore. Nondimeno, nella parte superiore dello spirito godo sempre di una visione e abitazione di pace e conosco intellettualmente tutti i misteri che mi vengono mostrati circa la vita della Regina del cielo e molti altri della fede, che quasi incessantemente tengo presenti; per lo meno non perdo mai di vista la luce. E se qualche volta discendo, come creatura, per attendere alla conversazione umana, subito il Signore mi chiama con rigore e forza soave e mi riporta all’attenzione delle sue parole e locuzioni, e alla conoscenza di questi misteri, di queste grazie, virtù ed opere sia interiori che esteriori della Madre vergine, come andrò esponendo.

22. In questo modo, inoltre, negli stati e nella luce che dico, vedo e conosco la medesima Regina e signora nostra quando mi parla, nonché i santi angeli e la loro natura e perfezione. Alcune volte li conosco e li vedo nel Signore ed altre in se stessi, ma con differenza, perché per conoscerli in se stessi discendo qualche grado più in basso. Di questo mi rendo conto e questo risulta dalla differenza degli oggetti e dal modo di muovere l’intelletto. In questo grado più basso vedo e intendo i santi principi e parlo con loro: essi conversano con me e mi manifestano molti di quegli stessi misteri che già il Signore mi ha mostrato; la Regina del cielo mi rivela e manifesta quelli della sua santissima vita, nonché le vicende mirabili di essa. Con distinzione conosco ciascuna di queste persone in se stessa, sentendo gli effetti divini che ognuna mi provoca nell’anima.

23. Nel Signore poi li vedo come in uno specchio volontario, poiché sua Maestà mi mostra i santi che vuole e come gli piace, con una chiarezza grande e con effetti più alti; infatti si conoscono con ammirabile luce lo stesso Signore, i santi e le loro eccellenti virtù e meraviglie e come essi le operarono con la grazia, in forza della quale tutto poterono. In questa conoscenza la creatura resta più abbondantemente e adeguatamente piena di gaudio, che la riempie di maggiore virtù e soddisfazione, e rimane come nel riposo del suo centro. Questo perché quanto più tale cognizione è intellettuale e meno corporea ed immaginaria, tanto più la luce è forte, alti gli effetti e maggiore la sostanza e certezza che si sente. Ma anche qui vi è una differenza: si sa che è un grado superiore il vedere e conoscere il Signore, i suoi attributi e le sue perfezioni, i cui effetti sono dolcissimi e ineffabili, e che è un grado inferiore vedere e conoscere le creature, anche se nello stesso Signore. Questa inferiorità mi pare che nasca in parte dalla stessa anima, la cui vista, essendo limitata, non contempla tanto Dio con le creature quanto la sola sua Maestà senza di esse; questa sola vista mi pare contenga maggiore pienezza di gaudio, che il vedere in Dio le creature. Questa conoscenza della Divinità è così delicata che, almeno finché siamo mortali, l’osservare in essa qualsiasi altra cosa la impedisce alquanto.

24. Nell’altro stato, inferiore a quello che ho detto, vedo la Vergine santissima in se stessa e gli angeli: comprendo e conosco che il modo di insegnarmi, parlarmi ed illuminarmi è simile alla maniera in cui gli angeli medesimi si danno luce, comunicano e parlano gli uni con gli altri e al modo in cui quelli superiori illuminano gli inferiori. Il Signore stesso, come causa prima, dona questa luce, ma siffatta luce partecipata, di cui questa Regina fruisce con tanta pienezza, viene poi da lei comunicata alla parte superiore della mia anima, cosicché io conosco sua Altezza, le sue prerogative e i suoi misteri nello stesso modo in cui l’angelo inferiore conosce ciò che gli comunica quello superiore. Inoltre si comprende mediante l’insegnamento che trasmette, l’efficacia che possiede e altre qualità della visione che si sentono e si gustano, quali la purezza, l’altezza e la verità della stessa visione, in cui niente d’impuro, di oscuro, di falso o di sospetto si riconosce, e niente di santo, di puro e di vero si tralascia di riconoscervi. Lo stesso mi accade conversando a loro modo coi santi principi; ugualmente il Signore mi ha spiegato molte volte che l’illuminazione della mia anima e la comunicazione con essa è la stessa che hanno tra sé. Anzi, molte volte mi accade che l’illuminazione passi per tutti questi canali, cioè che il Signore dia la rivelazione e la luce, o l’oggetto di essa, la Vergine santissima me la manifesti e gli angeli mi suggeriscano i termini. Altre volte – ed è più frequente – fa tutto ciò il Signore e mi ammaestra; altre volte lo fa la Regina, dandomi tutto lei, ed altre gli angeli. Talora sogliono darmi solo l’illuminazione, e prendo io da quello che ho inteso i termini per spiegarmi. In questo potrei sbagliare se il Signore lo permettesse, poiché sono donna ignorante, mi valgo di quello che ho udito e, quando trovo qualche difficoltà nello spiegare le manifestazioni, ricorro al mio maestro e padre spirituale nelle materie più ardue e difficili.

25. In questi tempi e stati ricevo molto di rado visioni corporee, ma ne ho alcune immaginarie, e queste sono di grado molto inferiore a tutte quelle che ho detto, le quali sono sublimi e molto spirituali, ossia intellettuali. Quello che posso assicurare è che in tutte le rivelazioni grandi e piccole, inferiori e superiori del Signore, della Vergine santissima e dei santi angeli, ricevo abbondantissima luce e insegnamento molto proficuo, in cui vedo e conosco la verità, la più grande perfezione e santità, e sento una forza e luce divina che mi spinge a desiderare la maggiore purezza dell’anima e la grazia del Signore, di morire per essa e di operare in ogni cosa il meglio. Mediante i gradi e i modi di queste manifestazioni che ho detto, conosco tutti i misteri della vita della Regina del cielo, con grande profitto e giubilo del mio spirito. Per questo con tutto il mio cuore e con tutta la mia mente magnifico l’Onnipotente, lo esalto, lo adoro e lo riconosco come Dio santo, onnipotente, forte, ammirabile, degno di lode, di magnificenza, di gloria e di riverenza per tutti i secoli. Amen.

CAPITOLO 3

La manifestazione che ebbi della Divinità e della decisione che Dio prese di creare tutte le cose.

 

26. O Re altissimo e sapientissimo Signore! Quanto incomprensibili sono i tuoi giudizi e quanto inaccessibili le tue vie! Dio invitto, che vivi in eterno e che da sempre sei, chi potrà conoscere la tua grandezza, o sarà all’altezza di raccontare le tue magnifiche opere? E chi ti potrà dire: «Perché le facesti così?». Infatti tu sei altissimo al di sopra di tutti e la nostra vista non ti può raggiungere, né il nostro intelletto comprendere. Benedetto sii tu, o Re magnifico, che ti degnasti di svelare a questa tua schiava e vile vermicello grandi e altissimi misteri, sublimando ed elevando la dimora del mio spirito là dove vidi cose che non saprò ridire. Vidi il Signore e creatore di tutti. Vidi un’Altezza non espansa in se stessa prima di creare qualsiasi altra cosa. Ignoro il modo nel quale mi si mostrò, ma non ciò che vidi e compresi. E sua Maestà, che tutto comprende, sa bene come, a parlare della sua divinità, il mio pensiero resta sospeso, l’anima mia si turba profondamente, le mie facoltà si arrestano nelle loro azioni e tutta la parte superiore, lasciando quella inferiore deserta e i sensi inattivi, se ne vola dove ama, abbandonando ciò che anima. E in tali amorosi svenimenti e deliqui, i miei occhi versano lacrime e la mia lingua ammutolisce. O altissimo e incomprensibile Signor mio, oggetto infinito del mio intelletto! Oh, come alla tua vista – giacché sei immenso ed eterno – mi ritrovo annichilita, il mio essere si confonde con la polvere e a stento percepisco quel che sono! E come ardisce questa piccolezza e miseria fissare lo sguardo nella tua magnificenza e maesta grande? Anima, o Signore, il mio essere, avvalora la vista e da’ vigore al mio cuore impaurito, tanto che possa riferire ciò che io ho visto e obbedire al tuo comando.

27. Con l’intelletto vidi l’Altissimo così come egli è in se stesso e compresi chiaramente con vera cognizione che egli è un Dio infinito nella sostanza e negli attributi, eterno, somma Trinità in tre Persone ed un solo vero Dio. Tre, perché si esercitano le attività del conoscersi, comprendersi ed amarsi, e uno solo, per conseguire il bene dell’unità eterna. È Trinità di Padre, Figlio e Spirito Santo. Il Padre non è fatto, né creato, né generato, né può esserlo, né può avere origine. Conobbi che il Figlio trae la sua origine dal Padre, ma solamente per eterna generazione – essendo entrambi ugualmente eterni – ed è generato dalla fecondità dell’intelletto del Padre. Lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio per amore. In questa Trinità indivisa non vi è cosa che si possa dire anteriore o posteriore, maggiore o minore: tutte e tre le Persone in se stesse sono egualmente eterne ed eternamente uguali, essendovi unità di essenza in trinità di Persone, cioè un Dio solo nella indivisa Trinità e tre Persone nell’unità di una sola sostanza. Non si confondono le Persone per il fatto che è un Dio solo, né si separa o si divide la sostanza per il fatto che sono tre Persone, ed essendo distinte nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, è una sola e medesima la divinità, è uguale e identica la gloria e la maestà, la potenza, l’eternità, l’immensità, la sapienza e la santità e tutti gli altri attributi. E benché siano tre le Persone in cui queste infinite perfezioni sussistono, tuttavia è uno solo il Dio vero, santo, giusto, potente, eterno ed immenso.

28. Ebbi anche la rivelazione che questa divina Trinità comprende se stessa con una vista semplice, senza che le sia necessaria una nuova e distinta conoscenza, sapendo il Padre quello che sa il Figlio e il Figlio e lo Spirito Santo quello che sa il Padre; che fra loro si amano reciprocamente con uno stesso amore immenso ed eterno. È un’unità d’intendere, di amare e di operare, uguale ed indivisibile; è una semplice, incorporea, indivisibile natura; è un essere di Dio vero, nel quale si trovano in supremo ed infinito grado tutte le perfezioni unite e raccolte insieme.

29. Conobbi la forma di queste perfezioni dell’Altissimo: che egli è bello senza neo, grande senza quantità, buono senza qualità, eterno senza tempo, forte senza infiacchire, vita senza mortalità, verità senza menzogna, presente in ogni luogo, riempiendolo senza occuparlo e stando in tutte le cose senza estensione. Non ha contraddizione nella bontà, né difetto nella sapienza; in essa è irraggiungibile, nei consigli terribile, nei giudizi giusto, nei pensieri segretissimo, nelle parole veritiero, nelle opere santo, nei tesori munifico. Lo spazio non lo dilata, né l’angustia del luogo lo restringe; in lui non c’è volontà che cambi, né tristezza che lo turbi, né cose passate che passino, né future che si succedano. A lui nessuna origine diede principio, né tempo darà fine. O immensità eterna, quali interminabili spazi ho visto in te! Quale infinità riconosco nel tuo infinito Essere! La vista non ha confine, né diminuisce, contemplando questo oggetto illimitato! È questo l’Essere immutabile, l’Essere sopra ogni altro essere, la santità perfettissima, la verità invariabile. È questo l’infinito, la latitudine e la longitudine, l’altezza e la profondità, la gloria e la sua origine, il riposo senza fatica, la bontà in grado immenso. Vidi tutto ciò nello stesso tempo e non riesco a dire quel che vidi.

30. Vidi il Signore come era prima di creare cosa alcuna e con stupore guardai dove aveva la sua sede l’Altissimo; infatti non vi era il cielo empireo, né vi erano gli altri cieli inferiori, né sole, né luna, né stelle, né elementi, ma c’era solo il Creatore senza aver creato cosa alcuna. Se ne stava tutto solo, senza la presenza degli angeli, né degli uomini, né degli animali; per questo compresi che di necessità si deve ammettere che Dio era nel suo stesso essere e che non ebbe necessità né sentì bisogno di nessuna cosa di quelle che egli creò, poiché era infinito negli attributi prima di crearle non meno che dopo e in tutta la sua eternità li possedette e possederà, come soggetto indipendente e increato. Infatti nessuna perfezione assoluta e semplice può mancare a sua Divinità, poiché egli solo è ciò che è e contiene in se stesso in modo eminentemente ineffabile tutte le perfezioni che si trovano nelle creature; inoltre, ogni cosa che esiste, è racchiusa in quell’Essere infinito, come gli effetti sono contenuti nella loro causa.

31. Compresi che l’Altissimo se ne stava appunto nell’immobilità del suo stesso essere, quando fra le medesime Persone divine – a nostro modo d’intendere – fu deciso di comunicare le loro perfezioni, distribuendole in doni. E voglio dire, per spiegarmi meglio, che Dio conosce le cose con un atto in se stesso indivisibile, semplicissimo e senza discorso: egli non procede dalla cognizione di una cosa a quella di un’altra, come procediamo noi, che discorriamo col pensiero conoscendo prima una cosa con un atto dell’intelletto e subito dopo un’altra con un altro. Ma Dio conosce tutte le cose contemporaneamente, senza che ci sia, nel suo intelletto infinito, né un prima né un dopo, dato che tutte sono unite insieme nella conoscenza divina increata, come lo sono nell’essere di Dio, dove sono racchiuse e contenute come origine prima.

32. In questa conoscenza, che prima si chiama di semplice intelligenza, secondo la naturale precedenza dell’intelletto sulla volontà, si considera in Dio un ordine non già di tempo, ma di natura, secondo il quale noi concepiamo l’atto dell’intelletto divino come un precedere quello della volontà. Infatti noi consideriamo prima di tutto in Dio il solo atto d’intendere, senza la decisione della sua volontà di dare la vita alle creature. Ora, in questo stadio o momento, le tre Persone divine si consultarono insieme, con quell’atto d’intendere, sulla convenienza delle opere ad extra, vale a dire di tutte le creature che furono, sono e saranno.

33. Inoltre Dio volle degnarsi di soddisfare al desiderio che gli espressi, per quanto indegna, di conoscere l’ordine che egli seguì, o quello che noi dobbiamo comprendere, nella creazione di tutte le cose; cosa che io gli domandavo per conoscere il posto che, secondo quest’ordine, la Madre di Dio e regina nostra ebbe nella mente divina. Per questo dirò, come meglio potrò, quello che mi fu risposto e manifestato e l’ordine che in Dio c’è tra queste idee, suddividendolo in momenti perché altrimenti non si può adattare alla nostra capacità la conoscenza di questo sapere divino, che già qui si chiama scienza di visione e alla quale appartengono le idee, ossia le immagini delle creature, che stabilì di creare e che nella sua mente ha ideate, conoscendole infinitamente meglio di come le vediamo e conosciamo noi al presente.

34. Quantunque questo sapere divino sia uno, semplicissimo e indivisibile, tuttavia, poiché le cose che vede sono molte, fra loro ordinate in modo che le une sono prima delle altre e le une hanno vita o esistenza attraverso le altre, con rispettiva dipendenza, è necessario dividere la scienza divina – e così la volontà – in molti stadi e in molti atti che corrispondano ai diversi stadi, secondo l’ordine degli oggetti. Così diciamo che Dio concepì e determinò prima questo che quello, o l’uno per mezzo dell’altro, e che, se prima non avesse voluto e conosciuto con scienza di visione una cosa, non avrebbe voluto neppure l’altra. Con ciò non si vuole inferire che vi siano in Dio molti atti d’intendere o di volere, ma vogliamo solamente dire che le cose sono concatenate fra loro e le une succedono alle altre. Immaginandole con questo ordine oggettivo, ricomponiamo, per meglio comprenderle, l’ordine stesso negli atti della scienza e volontà divina.

CAPITOLO 4

Si dividono in momenti successivi i decreti divini, rivelando quello che in ciascuno Dio stabilì circa la sua comunicazione ad extra.

 

35. Compresi che quest’ordine doveva essere diviso nei seguenti momenti: nel primo Dio conobbe i suoi attributi divini e le sue perfezioni, con la propensione ed ineffabile inclinazione a comunicarsi fuori di sé. Questa fu la prima cognizione che Dio è comunicativo ad extra. Perciò Dio, vedendo la natura delle sue infinite perfezioni e l’efficace potenza che racchiudono in se stesse per compiere opere meravigliose, nella sua equità vide che ad una così grande bontà era più che opportuno comunicarsi, per operare secondo la sua inclinazione comunicativa e per esercitare la sua liberalità e misericordia, distribuendo con magnificenza fuori di sé la pienezza dei suoi infiniti tesori racchiusi nella divinità. Infatti, essendo infinito, a lui è molto più naturale fare grazie e doni di quanto non lo sia per il fuoco salire alla sua sfera, per la pietra tendere al centro e per il sole spandere la sua luce. Questo profondo mare di perfezioni, quest’abbondanza di tesori, questa impetuosa infinità di ricchezze, volge tutta a comunicarsi per sua inclinazione, ma anche per la volontà e la sapienza di Dio stesso, il quale, per la comprensione che ha di sé stesso, sa bene che fare doni e grazie, comunicandosi al di fuori, non è un diminuirle ma piuttosto un accrescerle, dando un opportuno sfogo a quella inestinguibile sorgente di ricchezze.

36. Dio guardava tutto ciò in quel primo momento, dopo la comunicazione ad intra (dentro se stesso) già avvenuta con le emanazioni eterne. E ponendovi attenzione, si trovò come condotto da se stesso a comunicarsi ad extra (al di fuori), riconoscendolo come cosa santa, giusta e misericordiosa, dato che nessuno glielo poteva impedire. Conforme al nostro modo d’intendere, ben possiamo immaginare che, in un certo senso, Dio non stava quieto, né tranquillo, finché non fosse arrivato al centro delle creature, nelle quali e con le quali trova le sue delizie, rendendole partecipi della sua divinità e delle sue perfezioni.

37. Due cose mi stupiscono, mi tengono sospesa e inteneriscono il mio tiepido cuore lasciandolo come annichilito in questa cognizione e luce che sperimento: la prima è quella inclinazione e quel peso che vidi in Dio e la veemenza della sua volontà di comunicare la propria divinità e i tesori della sua gloria; la seconda è l’ineffabile e incomprensibile immensità dei beni e dei doni che conobbi che voleva distribuire, e come li creava destinandoli a tal fine, rimanendo infinito come se niente avesse dato. Infatti io intesi che, in questa inclinazione e in questo suo desiderio, egli era disposto a santificare, giustificare e riempire di doni e di perfezioni tutte le creature insieme e ciascuna in particolare, dando ad ognuna più di quanto hanno tutti i santi angeli e serafini messi insieme, quantunque fossero stati capaci di ragione e dei suoi doni tutte le gocce e la sabbia del mare, tutte le stelle, le piante, gli elementi, e tutte le creature irrazionali, purché da parte loro si disponessero ad accoglierli e non opponessero alcun ostacolo alla sua grazia. Oh, terribile peccato e malizia del peccato! Tu sola basti per trattenere l’impetuosa corrente di tanti beni eterni!

38. Nel secondo momento conferì e decretò questa comunicazione della Divinità, perché fosse per maggiore gloria ad extra e per maggiore esaltazione di sua Maestà, manifestando la sua grandezza. In questo istante Dio guardò tale esaltazione come fine del comunicarsi e del farsi conoscere nella liberale profusione dei suoi attributi, usando cioè la sua onnipotenza per essere conosciuto, lodato e glorificato.

39. Nel terzo momento conobbe e determinò l’ordine e la disposizione, vale a dire le modalità di questo comunicarsi, in modo che, nell’effettuare una così ardua determinazione, si ottenesse il fine più glorioso. Non altrimenti determinò l’ordine che doveva esserci negli oggetti, la maniera e la differenza con cui comunicare loro la sua divinità e le sue qualità, in modo che quel moto, per così dire, del Signore avesse giuste ragioni e oggetti proporzionati, e si trovasse tra loro la più bella e ammirabile disposizione, armonia e subordinazione. In questa fase si determinò in primo luogo che il Verbo divino s’incarnasse e si rendesse visibile; si decretò la perfezione e i tratti della santissima umanità di Cristo nostro Signore, la quale così restò come impressa nella mente divina. In secondo luogo, fu presa la stessa decisione per gli altri ad imitazione di lui, ideandosi nella mente divina l’armonia dell’umana natura coi suoi ornamenti, composta di corpo organico ed anima propria, anima fornita di apposite facoltà per conoscere e godere il suo Creatore, discernendo tra bene e male, per amare con libera volontà lo stesso Signore.

40. Compresi che era necessario che questa unione ipostatica della seconda Persona della santissima Trinità con la natura umana fosse la prima opera e il primo oggetto in cui l’intelletto e la volontà divina uscissero ad extra, per ragioni altissime che non potrò spiegare. Una ragione è che, dopo essersi Dio conosciuto ed amato in se stesso, l’ordine migliore era quello di conoscere ed amare ciò che era più immediato alla sua divinità, cioè l’unione ipostatica. Un’altra ragione è che, essendosi comunicata sostanzialmente ad intra, doveva anche comunicarsi sostanzialmente ad extra, affinché l’intenzione e volontà divina cominciasse le sue opere per il fine più alto e le sue qualità si comunicassero con un ordine perfetto. Infatti quel fuoco della divinità doveva operare principalmente, e il più possibile, in ciò che più le era immediato, quale è appunto l’unione ipostatica, e in primo luogo doveva comunicare la sua divinità a chi doveva pervenire, dopo Dio, al più alto ed eccellente grado nella sua conoscenza e nel suo amore, nelle opere e nella gloria della sua stessa divinità. Diversamente, Dio si sarebbe esposto – secondo il nostro basso modo d’intendere – al pericolo di non conseguire questo fine, che era il solo che potesse avere proporzione con una così meravigliosa opera e giustificarla. Era anche conveniente e necessario, dato che Dio voleva creare molte creature, che le creasse con armonia e subordinazione, e che questa fosse la più ammirabile e gloriosa possibile. Conforme a ciò, doveva esservene una che fosse capo, a tutte superiore e immediatamente unita con Dio, per quanto fosse possibile, cosicché per essa tutte le altre in un certo modo potessero passare per giungere alla sua Divinità.

Per questa ed altre ragioni, che non posso spiegare, solamente nel Verbo incarnato si poté provvedere alla dignità delle opere di Dio, per conseguire così nella natura un bellissimo ordine, che altrimenti non vi sarebbe stato.

41. Nel quarto momento si decisero i doni e le grazie che all’umanità di Cristo nostro Signore, unita con la divinità, si dovevano dare. E qui l’Altissimo allargò la mano della sua liberale onnipotenza e dei suoi attributi, per arricchire quella santissima umanità e anima di Cristo con abbondanza di doni e di grazie, nella completa pienezza e nel sommo grado possibile. Così in tale stadio fu determinato quello che poi disse Davide: Un fiume e i suoi ruscelli rallegrano la città di Dio. Infatti il torrente dei suoi doni, orientandosi a questa umanità del Verbo, le comunicò tutta la scienza infusa e beata, tutta la grazia e la gloria, di cui la sua anima santissima era capace, e quanto conveniva ad un soggetto che era insieme Dio e uomo vero, capo di tutte le creature capaci della grazia e della gloria, che da quella corrente impetuosa doveva traboccare in loro con l’ordine in cui avvenne.

42. Il decreto della predestinazione della Madre del Verbo incarnato appartiene conseguentemente e come in secondo luogo a questa stessa fase, perché fu qui che io intesi che questa semplice creatura era stata pensata prima che Dio stabilisse di crearne qualunque altra. Così ella fu concepita nella mente di Dio prima di tutte, come spettava e conveniva alla dignità, all’eccellenza e ai doni dell’umanità del suo santissimo Figlio; subito tutto l’impeto del torrente della Divinità e dei suoi attributi si orientò verso di lei, per quanto era capace di riceverlo una semplice creatura, come si conveniva alla dignità di Madre.

43. Confesso che nel comprendere questi altissimi misteri e decreti fui rapita dall’ammirazione e sollevata fuori del mio stesso essere. Inoltre, conoscendo questa santissima e purissima creatura formata e ideata nella mente divina ab initio (fin dal principio) e prima di tutti i secoli, con giubilante fremito del mio spirito magnifico l’Onnipotente, che prese la stupenda e misteriosa decisione di crearci una così pura, grande, misteriosa e divina creatura, più per essere da tutte le altre ammirata con lode, che per essere descritta da alcuna. Tanta è questa mia ammirazione, che io potrei dire quello che diceva san Dionigi areopagita, che, cioè, se la fede non mi insegnasse e l’intelligenza di ciò che sto contemplando non mi facesse comprendere che è Dio colui che la formò nella sua idea e che solo la sua onnipotenza può aver formato e formare una simile immagine della sua Divinità, se questo, appunto, non mi fosse stato mostrato tutto ad un tempo, io avrei potuto senza dubbio sospettare che la Vergine madre fosse ella stessa una divinità.

44. Oh, quante lacrime sgorgano dai miei occhi, e quale dolorosa sorpresa prova la mia anima, vedendo che questo divino prodigio non è noto a tutti i mortali, né a tutti è manifesta questa meraviglia dell’Altissimo! Molto se ne conosce, è vero, ma è molto più quello che se ne ignora, poiché questo libro sigillato purtroppo non è stato ancora aperto. Io resto assorta nella conoscenza di questo tabernacolo di Dio e riconosco che il suo Autore è più ammirabile nella sua formazione che in quella di tutte le altre creature a lei inferiori. Infatti, quantunque la diversità delle creature manifesti mirabilmente la potenza di colui che le creò, tuttavia in questa sola, Regina di tutte, si racchiudono e contengono maggiori tesori che non in tutte le altre unite insieme e la varietà e il valore delle sue ricchezze glorificano chi ne è l’autore più di tutto il resto degli esseri creati messi insieme.

45. Fu qui che – a nostro modo d’intendere – si fece promessa al Verbo e si strinse con lui come una specie di contratto, riguardante sia la santità, la perfezione e i doni di grazia e di gloria, dei quali doveva essere adorna colei che era destinata ad essere sua Madre, sia la protezione, la custodia e la difesa che sarebbero state accòrdate a questa vera Città di Dio, nella quale Dio contemplò le grazie e i meriti che avrebbe acquistati per se stessa, nonché i frutti che avrebbe ottenuto per il suo popolo col suo amore, che avrebbe contraccambiato a sua Maestà. In questo medesimo momento, come terza ed ultima decisione, Dio determinò di creare il luogo in cui il Verbo incarnato e sua Madre avrebbero dovuto vivere e abitare. In vista di loro, e per loro soli, creò dapprima il cielo e la terra coi loro astri ed elementi e quanto in essi è contenuto. Successivamente, il suo intento e decreto fu per le membra di cui l’uomo-Dio doveva essere capo e per i servi dei quali doveva essere Re, poiché tutto ciò che è necessario e opportuno fu disposto e preparato precedentemente con provvidenza regale.

46. Passo al quinto momento, benché abbia già trovato quel che andavo cercando. In questo stadio, dunque, fu decretata la creazione della natura angelica. Di essa fu prevista e stabilita innanzi la creazione, nonché la disposizione ammirabile in nove cori e in tre gerarchie, essendo la più eccellente e corrispondente nell’essere spirituale alla Divinità. Del resto, quantunque la prima intenzione di Dio fosse quella di creare gli angeli per sua gloria e perché assistessero al trono di sua Altezza, lo conoscessero e l’amassero, tuttavia, conseguentemente e secondariamente, li destinò anche ad assistere, glorificare, onorare, riverire e servire, sia l’umanità divinizzata nel Verbo eterno, riconoscendola per capo, sia la sua santissima madre Maria, regina degli stessi angeli, perché fosse loro ordinato di portarli sulle loro mani in tutte le loro vie. In questa fase Cristo nostro Signore, con i suoi infiniti meriti presenti e previsti, meritò loro tutta la grazia che dovevano ricevere, essendo allo stesso tempo istituito loro capo, esempio e supremo re del quale sarebbero stati servi. E sebbene il numero degli angeli fosse quasi infinito, i meriti di Cristo nostro bene furono più che sufficienti per meritare loro la grazia.

47. A questo momento appartiene la predestinazione degli angeli buoni e la riprovazione dei cattivi. In esso Dio, nella sua scienza infinita, vide e conobbe col dovuto ordine tutte le opere degli uni e degli altri. Pertanto, con la sua libera volontà e liberale misericordia, predestinò quelli che lo avrebbero ubbidito e riverito e riprovò quelli che per il loro disordinato amor proprio si sarebbero levati in superbia e disobbedienza contro la sua Maestà. Contemporaneamente decise di creare il cielo empireo, dove manifestare la sua gloria e premiare in essa i buoni, nonché la terra e il resto per le altre creature e, nel centro e profondo di essa, l’inferno, per il castigo degli angeli cattivi.

48. Nel sesto momento fu stabilito di creare un popolo, un gruppo di uomini per Cristo già prima determinato nella mente e volontà divina. Fu deciso di formare l’uomo a sua immagine e somiglianza, affinché il Verbo incarnato avesse fratelli somiglianti ed inferiori e un popolo della sua stessa natura, di cui essere capo. In tale istante fu determinato l’ordine della creazione di tutta l’umana stirpe, la quale doveva avere origine da un uomo e una donna soli e da loro propagarsi fino alla Vergine e al suo Figlio, nell’ordine concepito. Si ordinarono anche, per i meriti dello stesso Cristo nostro bene, la grazia e i doni che sarebbero stati loro elargiti, nonché la giustizia originale, nel caso in cui avessero voluto perseverare in essa. Fu prevista la caduta di Adamo e, in lui, di tutti, fuorché della Regina, che in questo decreto non fu compresa. Fu ordinata la riparazione e che perciò Cristo fosse disposto alla sofferenza: per liberale grazia furono eletti i predestinati e per retta giustizia furono riprovati i presciti. Fu ordinato tutto ciò che è necessario e conveniente per la conservazione dell’umana natura e per conseguire questo fine della redenzione e della predestinazione, lasciando libera la volontà agli uomini, dato che questo era più conforme alla loro natura e alla divina giustizia. E non fu per loro un aggravio perché, se col libero arbitrio avrebbero potuto peccare, altresì con la grazia e con la luce della ragione avrebbero potuto non farlo. Inoltre Dio non voleva violentare nessuno, come pure a nessuno viene meno o nega il necessario. Infatti, avendo egli scritto la sua legge in tutti i cuori degli uomini, nessuno può discolparsi se non lo riconosce e non lo ama come sommo Bene e autore di tutto il creato.

49. Nel comprendere questi misteri, mi si mostrarono con grande chiarezza e forza i motivi altissimi che i mortali hanno di lodare e adorare la grandezza del Creatore e redentore di tutti, per essersi manifestato in queste opere e averci dimostrato la sua magnificenza. Ma, nello stesso tempo, conobbi quanto essi sono tardi nel riconoscere questi doveri e nel ricambiarlo di tali benefici. Per questo l’Altissimo si lamenta e si sdegna di tanto oblìo. E mi comandò ed esortò a fare bene attenzione a non cadere io pure in tale ingratitudine, ma piuttosto ad offrirgli un sacrificio di lode e un cantico nuovo, affinché anzi lo magnificassi al posto di tutte creature.

50. O altissimo e incomprensibile Signore mio! Chi potrebbe avere l’amore e la perfezione di tutti gli angeli e i giusti per proclamare ed esaltare degnamente la tua grandezza! Confesso, grande e potente Signore, che questa creatura vilissima non poté meritare un così grande beneficio, quale è il darmi questa conoscenza e questa luce così chiara della tua altissima Maestà, alla cui vista ora comprendo anche la mia piccolezza, che prima ignoravo, non conoscendo quale e quanta sia la virtù dell’umiltà che si apprende in questa scienza. Non che io voglia dire che ora la possieda, ma neanche nego che conobbi il cammino sicuro per trovarla, poiché la tua luce, o Altissimo, m’illuminò, la tua lampada m insegno i sentieri per vedere ciò che ero e che sono, e per temere quello che posso divenire. Rischiarasti, o Re altissimo, il mio intelletto ed infiammasti la mia volontà con l’oggetto nobilissimo di queste facoltà, attirandomi tutta al tuo volere. E questo confesso a tutti i mortali, perché mi abbandonino ed io abbandoni loro. Io sono per il mio diletto e, quantunque non lo meriti, il mio diletto è per me. Rinvigorisci, o Signore, la mia fiacchezza, affinché io corra dietro alla fragranza dei tuoi profumi, e correndo ti raggiunga, e raggiungendoti non ti lasci né ti perda.

51. In questo capitolo la mia espressione è inadeguata e incerta, poiché se ne potrebbero fare molti libri, ma taccio, perché non so parlare e sono donna ignorante, e perché il mio intento è stato solamente quello di manifestare come la Vergine madre fu pensata e prevista ante saecula nella mente divina. Per quello che ho compreso di questi altissimi misteri, mi rivolgo al mio cuore e, tutta raccolta in me stessa, in una silenziosa ammirazione, esalto l’Autore di siffatte grandezze col cantico dei beati, dicendo:

«Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti».

CAPITOLO 5

 

La conoscenza che l’Altissimo mi diede della sacra Scrittura, riguardo al capitolo ottavo dei Proverbi, a conferma del capitolo precedente.

 

52. Parlerò, o Signore, con la tua grande Maestà, poiché sei il Dio della misericordia, sebbene io sia polvere e cenere, e supplicherò la tua incomprensibile grandezza affinché dal tuo trono altissimo tu guardi a questa vilissima e inutilissima creatura, e affinché tu mi sia propizio, continuando a darmi la tua luce per illuminare il mio intelletto. Parla, o Signore, la tua serva ascolta. Parlò dunque l’Altissimo che corregge i saggi e, rimandandomi al capitolo ottavo dei Proverbi, mi illuminò su questo mistero, come è lì contenuto, e innanzi tutto me ne rivelò il senso letterale, che è il seguente:

53. Il Signore mi possedette nel principio delle sue vie, prima che facesse cosa alcuna, dal principio. Fui ordinata dall’eternità e dalle cose antiche, prima che fosse fatta la terra. Ancora non esistevano gli abissi e già io ero concepita; ancora non erano scaturite le sorgenti delle acque, né i monti si erano stabiliti col loro greve peso; prima dei colli io venivo generata, prima che facesse la terra, i fiumi e i cardini del mondo; quando preparava i cieli, io ero presente; quando con legge certa e tracciando un cerchio arginava gli abissi, quando nell’alto dava consistenza ai cieli e pesava le fonti delle acque; quando circondava il mare col suo confine e dava ordine alle acque perché non uscissero dai loro confini; quando poneva le fondamenta della terra, io ero con lui, disponendo tutte le cose, ogni giorno mi dilettavo, scherzando continuamente dinanzi a lui, scherzando sul globo terrestre, e la mia delizia era stare con i figli degli uomini.

54. Sin qui è il passo dei Proverbi su cui l’Altissimo mi illuminò. Anzitutto intesi che tratta delle idee e dei decreti presenti nella sua mente divina prima di creare il mondo; compresi che letteralmente parla della Persona del Verbo incarnato e della sua Madre santissima e misticamente dei santi angeli e profeti; poiché prima di fissare e formare le idee per creare il resto delle creature materiali, ideò e determinò l’umanità santissima di Gesù Cristo e della sua purissima Madre: questo significano le prime parole.

55. Il Signore mi possedette nel principio delle sue vie. In Dio non vi furono vie, né la sua divinità ne aveva bisogno, eppure le fece, perché per queste vie tutte le creature capaci di conoscerlo io conoscessero e si recassero a lui. In questo principio, prima che nella sua idea creasse qualunque altra cosa, e quando voleva fare sentieri ed aprire cammini nella sua mente divina per comunicare la sua divinità e per dare inizio a tutto, dapprima stabilì di creare l’umanità del Verbo, che doveva essere la via per cui gli altri sarebbero andati al Padre. Insieme a questo decreto vi fu quello relativo alla sua santissima Madre, per mezzo della quale la Divinità doveva venire nel mondo, formandosi e nascendo da lei come Dio e come uomo. Perciò dice: «Dio mi possedette». Infatti la Maestà divina li possedette ambedue. Possedette il Figlio in quanto Dio, perché come tale già era possesso, proprietà e tesoro del Padre, senza potersene separare, dato che sono una stessa sostanza divina con lo Spirito Santo. Non meno lo possedette in quanto uomo, per la conoscenza e il decreto della pienezza di grazia e di gloria che gli avrebbe elargito fin dalla sua creazione ed unione ipostatica. Ma poiché tale decreto e possesso non si doveva eseguire se non per mezzo della Madre, che avrebbe generato e partorito il Verbo, giacché non stabilì di crearne il corpo dal niente, né da altra materia, era conseguente che egli possedesse colei che doveva dargli forma umana. E così la possedette e la riservò per sé in quello stesso istante, volendo efficacemente che in nessun tempo e momento avesse diritto o parte in lei, per quanto spetta alla grazia, il genere umano, né alcun altro, ma solamente lui, il Signore. Egli si impadronì di questa proprietà come di parte unicamente sua, come doveva essere per dargli forma umana della sua stessa sostanza; solo lei poteva chiamarlo figlio ed egli poteva chiamare solo lei madre, e madre degna di avere un Dio per figlio, volendosi Dio fare uomo. Ora, come tutto questo precedeva in dignità tutto il creato, così dovette anche precedere nella volontà e mente del supremo Creatore. Perciò dice:

56. Prima che facesse cosa alcuna, dal principio. Fui ordinata dall’eternità e dalle cose antiche. In questa eternità di Dio, che noi concepiamo ora come rappresentandoci un tempo interminabile, quali erano le cose antiche, se non ve n’era ancora nessuna creata? È’ chiaro che egli parla delle tre Persone divine e vuol dire che dalla sua divinità senza principio e da quelle cose che solo sono antiche, cioè la Trinità indivisa – poiché il resto, che ha principio, è tutto nuovo – l’unione del Verbo eterno con l’umanità per mezzo della santissima Vergine fu ordinata quando solo esistere l’antico Increato e prima che s’immaginasse il futuro da crearsi. Entro questi due estremi si pose al centro l’unione ipostatica, con l’intervento di Maria santissima, cosicché entrambi, Cristo e Maria, furono ordinati immediatamente dopo Dio e prima di ogni altra creatura. Tale ordine fu il più ammirabile che mai si fece e che mai si farà. Così la prima e più stupenda immagine della mente di Dio, dopo l’eterna generazione, fu quella di Cristo, e subito dopo quella della sua Madre.

57. Di fatto, quale altro, se non questo, può essere stato l’ordine che qui si pone in Dio: in lui l’ordine consiste nell’essere tutto unito ciò che ha in se stesso, senza bisogno che una cosa tenga dietro all’altra, né che alcuna si perfezioni aspettando le perfezioni dell’altra, succedendosi tra loro stesse. Tutto fu ordinatissimo nella sua eterna natura, lo è e sempre lo sarà. Quello che ordinò fu che la persona del Figlio s’incarnasse e da questa umanità divinizzata cominciasse l’ordine del volere divino e dei suoi decreti, che fosse il capo e l’esempio di tutti gli altri uomini e di tutte le altre creature, al quale tutti fossero ordinati e subordinati. Questo infatti era il più perfetto ordine ed accordo nell’armonia delle creature: che uno fosse primo e superiore e da lui avesse inizio l’ordine di tutta la natura, specialmente quella dei mortali. Ma tra questi la prima era la Madre dell’uomo-Dio, come la suprema tra le semplici creature umane, la più vicina a Cristo e, per mezzo di lui, alla Divinità. Con tale ordine cominciò a sgorgare dal trono di Dio l’acqua di fonte cristallina, in maniera che scorresse prima verso l’umanità del Verbo, e subito dopo verso la sua santissima Madre nel grado e nel modo possibile ad una semplice creatura, ma altresì adeguato ad una creatura che fosse Madre dello stesso creatore. Ora, era opportuno che tutti gli attributi divini si effondessero in lei e che non gliene fosse negato alcuno, per quanto fosse capace di riceverne, essendo inferiore unicamente a Cristo nostro Signore, ma incomparabilmente superiore in gradi di grazia a tutte le altre creature capaci di grazia e di doni. Questo fu l’ordine disposto dalla Sapienza: incominciare da Cristo e dalla Madre sua; per questo il testo aggiunge:

58. Prima che fosse fatta la terra. Ancora non esistevano gli abissi e già io ero concepita. La terra di cui qui si parla è quella del primo Adamo. Prima che si decidesse la sua formazione e che nella mente divina si formassero gli abissi delle idee ad extra, Cristo e la Madre sua erano già ideati e formati. Si chiamano abissi perché tra l’essere di Dio increato e quello delle creature vi è una distanza infinita e questa, a nostro modo d’intendere, fu misurata solo quando le creature furono ideate e formate, poiché proprio allora furono nel loro modo quegli abissi di distanza immensa. Ma prima di tutto questo il Verbo era già concepito: non solo per la generazione eterna del Padre, ma anche perché era stabilita e concepita nella mente divina la sua generazione temporale da Madre vergine piena di grazia, mentre senza la madre, e tale madre, non si poteva determinare questa generazione temporale con efficace e compiuto decreto. Qui dunque, in quella immensità beatifica fu concepita, allora, Maria santissima e la sua memoria eterna fu scritta nel seno di Dio, affinché per tutti i secoli e l’eternità non fosse mai cancellata. Così restò impressa e disegnata dal supremo Artefice nella sua mente divina e posseduta dal suo amore con inseparabile amplesso.

59. Ancora non erano scaturite le sorgenti delle acque. Ancora le immagini e le idee delle creature non erano uscite dall’origine e dal principio loro, dato che non erano ancora sgorgate le fonti della Divinità, per mezzo dei canali della bontà e della misericordia affinché la volontà divina decidesse l’universale creazione e la comunicazione dei suoi attributi e delle sue perfezioni. Infatti, rispetto a tutto il resto dell’universo, queste acque e queste sorgenti erano ancora trattenute e racchiuse nell’immenso pelago della Divinità, non avendo nel loro stesso essere scaturigini né correnti per manifestarsi e non essendo state inviate agli uomini; ma appena cominciarono ad esistere, furono indirizzate a Cristo e alla sua Madre vergine. Quindi si aggiunge:

60. Né i monti si erano stabiliti col loro greve peso: perché fino ad allora Dio non aveva ancora deciso neppure la creazione degli alti monti, vale a dire dei Patriarchì, dei Profeti, degli Apostoli, dei Martiri e degli altri Santi di maggiore perfezione, né ancora era stato stabilito il decreto di così importante decisione col suo greve peso e con la sua equità, in quel modo forte e soave che ha Dio nei suoi consigli e nelle sue grandi opere. Inoltre ella fu generata non solamente prima dei monti, che sono i grandi santi, ma prima delle colline, che sono gli ordini dei santi angeli, prima dei quali fu formata nella mente divina sia l’umanità santissima di Gesù Cristo unita ipostaticamente al Verbo divino, sia la Madre che la generò. Questo Figlio e questa Madre furono prima di tutti gli ordini angelici, per cui, se Davide disse nel salmo 8: Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, tutti devono intendere e conoscere che Cristo è insieme uomo e Dio, e che appunto perché è Dio, e ad un tempo uomo superiore, sta al di sopra di tutti gli uomini e di tutti gli angeli, e tutti sono inferiori e servi suoi. Ne consegue che egli è primo nella mente e nella volontà divina e, unitamente e inseparabilmente con lui, vi è una Donna e vergine purissima, perché madre sua e quindi superiora e regina di ogni altra creatura.

61. Intanto se l’uomo – come dice lo stesso salmo – fu coronato di onore e di gloria e costituito sopra tutte le opere delle mani del Signore, questo fu perché l’uomo-Dio suo capo gli meritò tale corona, come meritò quella che ebbero gli angeli. Di conseguenza, lo stesso salmo, dopo aver detto che l’uomo fu abbassato ad essere inferiore agli angeli, aggiunge che lo costituì sopra le opere delle sue mani, cioè anche sopra gli angeli, perché anch’essi sono opera delle sue mani. E così Davide comprese tutto dicendo che Dio fece gli uomini poco inferiori agli angeli, ma che, se erano inferiori nella natura, doveva pure esservene uno che fosse superiore e costituito sopra gli stessi angeli perché anch’essi opera delle mani di Dio. Questa superiorità aveva origine dall’essere della grazia, cioè non derivava solo dalla divinità unita all’umanità, ma anche dall’umanità stessa, in virtù della grazia che dall’unione ipostatica sarebbe risultata in essa e poi nella sua Madre santissima. Non solo, ma persino alcuni dei santi, in virtù dello stesso Signore incarnato, possono conseguire un grado ed un seggio superiore agli stessi angeli. Ora, dice:

62. Io venivo generata ed è più che dire concepita. Infatti, l’essere concepita si riferisce all’intelletto divino della beatissima Trinità quando fu conosciuta e quando fu come discussa l’opportunità dell’incarnazione, mentre l’essere generata si riferisce alla volontà che decise quest’opera perché fosse eseguita efficacemente, poiché la santissima Trinità nel suo divino concistoro stabilì e in un certo senso eseguì prima di tutto in se stessa quest’opera meravigliosa dell’unione ipostatica e dell’essere di Maria santissima. Perciò, in questo capitolo, prima dice che fu concepita e poi che fu generata, ossia costituita, perché dapprima fu conosciuta e subito dopo determinata e voluta.

63. Prima che facesse la terra, i fiumi e i cardini del mondo. Prima di formare un’altra terra – perciò ripete due volte terra – cioè quella del paradiso terrestre, dove il primo uomo fu trasportato dopo essere stato creato dalla prima terra, dalla polvere (dal campo di Damasco), prima di questa seconda terra in cui l’uomo peccò, fu stabilito di creare l’umanità del Verbo, nonché la materia da cui doveva essere formato, che era la Vergine, dato che Dio doveva prevenirla affinché non avesse parte nel peccato, né fosse ad esso soggetta. I fiumi e i cardini del mondo sono la Chiesa militante e i tesori della grazia e dei doni che con impeto dovevano sgorgare dalla sorgente della Divinità, raggiungendo tutti, e, in modo particolarmente efficace, i santi e gli eletti. Essi appunto come cardini si muovono in Dio, rimanendo dipendenti dal suo volere attraverso le virtù della fede, della speranza e della carità, mediante le quali si sorreggono, si animano e si regolano, muovendosi verso il sommo bene ed ultimo fine, nonché verso le relazioni con gli uomini, senza perdere i cardini a cui si appoggiano. Ancora qui si comprendono i sacramenti e l’ordinamento della Chiesa, la sua protezione ed invincibile fermezza, la sua bellezza e santità senza macchia né ruga perché appunto ciò significano questo «mondo» e questi «fiumi» della grazia. Ora, prima che l’Altissimo preparasse tutto ciò, ordinasse questo «mondo» e corpo mistico di cui Cristo nostro bene doveva essere capo, decise l’unione del Verbo con la natura umana e ne stabilì la Madre, per mezzo ed intervento della quale avrebbe operato queste meraviglie nel mondo.

64. Quando preparava i cieli, io ero presente. Quando preparava e predisponeva il cielo e il premio che voleva elargire ai giusti figli di questa Chiesa dopo il loro esilio, era lì presente l’umanità unita col Verbo, meritando loro come capo la grazia, e con lui era presente altresì la sua Madre santissima. Dio, avendo preparato al Figlio e alla Madre la maggior parte di tale gloria, sul loro esempio, preparava e predisponeva quella che voleva dare agli altri santi.

65. Quando con legge certa e tracciando un cerchio arginava gli abissi… Questo versetto sta a significare che Dio decideva di cingere gli abissi della sua divinità nella Persona del Figlio, con legge e confine certi, che nessun vivente avrebbe potuto vedere né comprendere, quando faceva questo cerchio e questa specie di argine. In esso nessuno mai poté, né può, penetrare fuorché il solo Verbo – dato che egli solo può comprendere se stesso – per umiliarsi e racchiudere la divinità nell’umanità, la divinità ed umanità insieme prima nel ventre di Maria santissima e poi nella piccola quantità e nelle specie del pane e del vino, e infine con esse nell’angusto petto di un uomo peccatore e mortale. Tutto questo indicavano quegli abissi, quella legge, quel cerchio o confine, che chiama legge certa sia per il molto che comprende, sia per segnare la certezza di questo fatto, che pareva impossibile ad essere quanto malagevole a spiegarsi. Invero, non pare che Dio potesse sottostare a una legge, né chiudersi entro limiti determinati, eppure tanto poté fare e rese possibile la sapienza e la potenza del Signore stesso, nascondendosi in una cosa limitata.

66. Quando nell’alto dava consistenza ai cieli e pesava le fonti delle acque; quando circondava il mare col suo confine e dava ordine alle acque perché non uscissero dai loro confini. Qui ai giusti dà il nome di cieli, perché lo sono, poiché Dio ha in loro la sua dimora per mezzo della grazia, per la quale dà ad essi sede e fermezza, sollevandoli – quantunque viatori – al di sopra della terra, secondo le disposizioni di ciascuno, e poi, nella Gerusalemme celeste, dà loro luogo e sede, secondo i loro meriti. Per essi soppesa le fonti delle acque e le divide, distribuendo a ciascuno con equità e peso i doni della grazia e della gloria, le virtù, gli aiuti e le perfezioni, secondo quello che la divina sapienza dispone. Quando fu deciso di fare questa divisione delle acque, fu stabilito di dare all’umanità unita al Verbo tutto il mare della grazia e dei doni che gli derivava dalla divinità in quanto Unigenito del Padre. Ora, benché questo mare fosse infinito, gli si pose un confine, che fu l’umanità in cui abita la pienezza della divinità. In questo confine rimase nascosta trentatré anni, per poter abitare con gli uomini, e perché non accadesse a tutti come ai tre Apostoli sul Tabor. Nello stesso istante in cui tutto questo mare e queste fonti della grazia giunsero a Cristo Signore nostro, come immediato alla Divinita, ridondarono anche nella sua Madre santissima come immediata al suo Figlio unigenito. Infatti senza la Madre, e tale madre, non sarebbero stati disposti ordinatamente, con tutta perfezione, i doni del suo Figlio, né poteva cominciare con altro fondamento l’ammirabile armonia della creazione celeste e spirituale, nonché la distribuzione dei doni nella Chiesa militante e in quella trionfante.

67. Quando poneva le fondamenta della terra, io ero con lui, disponendo tutte le cose. Le opere ad extra sono comuni a tutte e tre le Persone divine, perché tutte sono un solo Dio, una sola sapienza, un solo potere, cosicché era necessario e inevitabile che il Verbo, in cui secondo la Divinità furono fatte tutte le cose, fosse col Padre per farle. Ma qui dice di più, perché anche in quanto uomo il Verbo era già presente nella volontà divina con la sua Madre santissima, dato che, come per mezzo del Verbo in quanto Dio furono fatte tutte le cose, così in primo luogo per lui, come il fine più nobile e degno, furono create le fondamenta della terra e tutto quanto è contenuto in essa. Per questo dice:

68. Ogni giorno mi dilettavo, scherzando continuamente dinanzi a lui, scherzando sul globo terrestre. Il Verbo incarnato gioiva tutti i giorni, perché conosceva tutti i giorni dei secoli e le vite dei mortali che, confrontate con l’eternità, sono un breve giorno. Di questo gioiva: che la successione dei secoli avrebbe avuto un termine, affinché, compiuto l’ultimo giorno in tutta perfezione, gli uomini godessero della grazia e corona di gloria. Gioiva, come enumerando i giorni in cui sarebbe disceso dal cielo in terra ad assumere la natura umana. Sapeva che i pensieri e le opere degli uomini erano come uno scherzo e che tutti erano burla ed inganno. Guardava ai giusti, che, comunque deboli e limitati, erano tuttavia adatti a ricevere la comunicazione e manifestazione della sua gloria e delle sue perfezioni. Guardava il suo stesso essere immutabile, la pochezza degli uomini e come doveva incarnarsi tra loro; si dilettava nelle sue stesse opere, particolarmente in quelle che disponeva per la sua Madre santissima, dalla quale gli era tanto gradito prendere forma d’uomo, facendola degna di un’opera così ammirabile. Erano questi i giorni nei qua-li il Verbo incarnato si deliziava. E siccome al concepire e ideare tutte queste opere e alla decisione efficace della divina volontà, doveva seguire l’esecuzione di tutte, il Verbo divino aggiunse:

69. La mia delizia era stare con i figli degli uomini. La mia delizia è patire per loro e favorirli, il mio piacere è morire per loro, la mia letizia essere loro maestro e riparatore. La mia delizia è sollevare il povero dalla polvere e unirmi all’umile, per questo abbassare la mia divinità, coprendola e nascondendola con la loro natura: annichilirmi e umiliarmi, sospendendo la gloria del mio corpo per farmi passibile e meritare loro l’amicizia del Padre mio, divenire mediatore tra la sua giustissima indignazione e la malizia degli uomini ed essere loro esempio e capo, che possano imitare e seguire. Queste sono le delizie del Verbo incarnato.

70. O Bontà incomprensibile ed eterna, quanto ammirata e sospesa io rimango, vedendo le immensità del vostro essere immutabile a confronto con la piccolezza dell’uomo! E quanto ancora vedendo il vostro amore farsi mediatore tra due estremi di tanto incomparabile distanza, amore infinito per una creatura non solamente piccola, ma anche ingrata! Oh, su quale oggetto basso e vile voi ponete, o Signore, i vostri occhi, e su quanto nobile oggetto poteva e doveva l’uomo porre gli occhi e gli affetti suoi, in vista di un così grande mistero! Sospesa nella meraviglia e nella tenerezza del mio cuore, lamento la sventura dei mortali, le tenebre e la cecità loro, perché non si dispongono a conoscere quanto presto la vostra Maestà cominciò a guardarli e a preparare loro la vera felicità, con tanta cura e con tanto amore, come se nella loro consistesse la vostra.

71. Fin da principio, ab initio, il Signore ebbe presente nella sua mente tutte le opere e il loro ordinamento, così come le doveva creare: le numerò e pesò con la sua equità e rettitudine. E come sta scritto nella Sapienza, conobbe la disposizione del mondo prima di crearlo, il principio, il mezzo e la fine dei tempi, i loro mutamenti, il ciclo degli anni, la disposizione delle stelle, la forza degli elementi, la natura degli animali, l’istinto delle bestie, la forza dei venti, le differenze delle piante, le virtù delle radici e i pensieri degli uomini. Tutto soppesò e numerò, e non solamente le creature materiali e razionali, come suona alla lettera, ma tutte lé altre che misticamente sono da queste significate e che tralascio, perché ora non è questo il mio intento.

CAPITOLO 6

Il dubbio che presentai al Signore sull’insegnamento di questo capitolo e la rispettiva risposta.

 

72. Circa l’intelligenza e l’insegnamento dei capitoli precedenti, mi si presentò un dubbio, provocato da ciò che molte volte ho udito da persone dotte, cioè argomenti di cui si disputa nelle scuole. Il dubbio era questo: forse che il motivo principale per cui il Verbo divino s’incarnò fu quello di farlo capo e primogenito di tutte le creature e di comunicare ai predestinati – per mezzo dell’unione ipostatica con la natura umana – i suoi attributi e le sue perfezioni nel modo conveniente per grazia e per gloria? Fu dunque un fine secondario assumere la natura passibile e morire per gli uomini? Se è vero tutto questo, come mai nella santa Chiesa vi sono, al riguardo, tante opinioni diverse? Anzi, la più comune è che il Verbo eterno sia sceso dal cielo con l’intento principale di redimere gli uomini per mezzo della sua passione e morte.

73. Presentai con umiltà questo dubbio al Signore e sua Maestà si degnò di rispondermi, dandomi insieme una comprensione e una luce molto grande, nella quale conobbi e compresi molti misteri, che non potrò spiegare perfettamente, per la profondità di significato delle parole che il Signore mi rivolse in risposta. Egli così mi disse: «Sposa e colomba mia, ascolta, perché come tuo Padre e maestro voglio rispondere al tuo dubbio e ammaestrarti nella tua ignoranza. Considera attentamente che il fine principale e legittimo della decisione che presi di comunicare la mia divinità nella persona del Verbo unita ipostaticamente alla natura umana, fu la gloria che da questa comunicazione doveva risultare al mio nome e alle creature capaci di quella gloria che io volli dare loro. Questo decreto si sarebbe senza dubbio attuato mediante l’incarnazione anche se il primo uomo non avesse peccato, perché fu irrevocabile e incondizionato nella sostanza. La mia volontà, che in primo luogo fu quella di comunicarmi all’anima e all’umanità unita al Verbo, doveva dunque essere efficace poiché ciò era conforme alla mia santità e alla rettitudine delle mie opere; perciò, sebbene tale decreto fosse l’ultimo nell’esecuzione, fu il primo nell’intenzione. E se io tardai ad inviare il mio Unigenito, fu perché stabilii di preparargli prima nel mondo un gruppo eletto e santo di giusti, i quali, dato il presupposto del peccato comune, sarebbero stati come rose tra le spine degli altri peccatori. Ma, vista la caduta del genere umano, decisi espressamente che il Verbo venisse nel mondo in forma passibile e mortale per redimere il suo popolo, di cui era capo. Ciò avvenne affinché si manifestasse e si conoscesse ancor meglio il mio amore infinito verso gli uomini e si desse così debita soddisfazione alla mia equità e alla mia giustizia, cosicché, essendo un uomo ed essendo il primo ad esistere colui che peccò, fosse altresì un uomo, e fosse il primo nella dignità, il Redentore; infine, affinché gli uomini conoscessero in ciò la gravità del peccato ed uno solo fosse l’amore di tutte le anime, come uno solo è anche il Creatore, il vivificatore, il redentore e colui che li deve giudicare. Inoltre, volli costringere i mortali a questa gratitudine e a questo amore non castigandoli, come gli angeli apostati, senza possibilità di appello; al contrario invece, perdonai all’uomo e l’aspettai, e lo fornii di un opportuno rimedio, esercitando il rigore della mia giustizia nel mio Figlio unigenito e facendo penetrare nell’uomo la pietà della mia grande misericordia».

74. «Affinché tu intenda meglio la risposta al tuo dubbio, devi considerare bene che, non essendoci nei miei decreti successione di tempo, né avendone io necessità per operare ed intendere, coloro che dicono che il Verbo s’incarnò per redimere il mondo, dicono bene, e coloro che dicono che si sarebbe ugualmente incarnato se l’uomo non avesse peccato, parlano altrettanto bene, se però s’intende con verità. Infatti, se Adamo non avesse peccato, sarebbe disceso dal cielo nella forma che per quello stato sarebbe stata opportuna, ma poiché peccò, emanai il secondo decreto, che cioè discendesse passibile perché, visto il peccato, conveniva che lo riparasse così come fece. E siccome desideri sapere in quale modo si sarebbe verificato questo mistero dell’incarnazione del Verbo se l’uomo avesse conservato lo stato d’innocenza, sappi che la forma umana sarebbe stata la medesima nella sostanza, ma col dono dell’impassibilità ed immortalità, quale ebbe il mio Unigenito dopo che risuscitò, fino a quando non salì al cielo. Avrebbe così vissuto e conversato con gli uomini e i misteri sarebbero stati a tutti manifesti. Molte volte avrebbe rivelato la sua gloria, come fece una sola volta quando visse come mortale. Ma quello che mostrò ed operò dinanzi a tre apostoli nello stato mortale, lo avrebbe manifestato, nello stato di immortalità, dinanzi a tutti, e tutti i viatori avrebbero visto il mio Unigenito con grande gloria e con la sua conversazione si sarebbero consolati, né avrebbero posto impedimento ai suoi divini effetti, perché sarebbero stati senza peccato. Tuttavia la colpa impedì e distrusse tutto questo e per essa fu opportuno che venisse in forma passibile e mortale».

75. «Ora l’esistenza, nella mia Chiesa, di opinioni diverse circa questi ed altri misteri, è nata da questo: ad alcuni maestri io rivelo alcuni misteri e ad altri ne manifesto di diversi, perché i mortali non sono capaci di ricevere tutta la luce. Né era conveniente che, finché sono viatori, si desse ad uno solo di essi la conoscenza di tutte le cose, perché, anche nello stato di beati, la ricevono per parti e la si dà loro proporzionata allo stato e ai meriti di ciascuno, secondo i criteri distributivi della provvidenza. Infatti la pienezza era solamente dovuta all’umanità del mio Unigenito e, rispettivamente, a sua Madre. Gli altri mortali non la ricevono tutta, né sempre abbastanza chiara da poter essere certi in tutto; perciò l’acquistano con fatica, con l’uso delle lettere e delle scienze. Inoltre, quantunque nelle mie Scritture vi siano tante verità rivelate, tuttavia, siccome molte volte io li lascio nella conoscenza naturale – sebbene talora io li illumini dall’alto – ne segue che i misteri vengono compresi con diversità di pareri, si trovano differenti spiegazioni e sensi nelle Scritture e ciascuno segue la sua opinione, così come le intende. E benché il fine di molti sia buono, e la luce e la verità nella sostanza sia una sola, tuttavia s’intende e si usa di essa con diversità di giudizi ed inclinazioni, a seconda che gli uni siano più propensi ad alcuni maestri e gli altri più ad altri; da qui nascono tra loro stessi le controversie».

76. «Tra le altre cause per cui è più comune l’opinione che il Verbo sia sceso dal cielo col principale intento di redimere il mondo, una è data dal fatto che il mistero della redenzione e il fine di queste opere è più conosciuto e manifesto, perché si compie e si ripete tante volte nelle sacre Scritture. Al contrario, il fine dell’impassibilità non fu stabilito né deciso in modo assoluto ed esplicito, per cui tutto quello che sarebbe appartenuto a questo stato rimase nascosto e nessuno può saperlo con certezza, se non colui al quale in particolare io darò luce o rivelerò ciò che è opportuno di quel decreto e dell’amore che portiamo alla natura umana. E sebbene questo potrebbe muovere molto i mortali se lo considerassero e penetrassero, tuttavia il decreto e le opere della redenzione dalla loro caduta sono più potenti ed efficaci per muoverli e attirarli alla conoscenza ed al contraccambio del mio immenso amore, che è il fine delle mie opere. Perciò faccio in modo che questi motivi e misteri siano più presenti e più trattati, perché è conveniente così. E considera che in un’opera possono anche esservi due fini, quando uno si pone sotto qualche condizione, come fu quello che, se l’uomo non avesse peccato, il Verbo non sarebbe disceso in forma passibile, ma che, se avesse peccato, sarebbe stato passibile e mortale; così, in qualsiasi caso, non si sarebbe tralasciato di compiere l’incarnazione. Io voglio che i misteri della redenzione siano riconosciuti, stimati e tenuti sempre presenti, per darmene il contraccambio. Non altrimenti, però, voglio che i mortali riconoscano il Verbo incarnato come loro capo e come causa finale della creazione di tutto il resto della natura umana, poiché – dopo quello della mia benignità – egli fu il principale motivo che ebbi per dare l’esistenza alle creature. Per questo deve essere onorato non solamente perché redense il genere umano, ma anche perché diede motivo alla sua creazione».

77. «Sappi inoltre, mia sposa, che io permetto e dispongo che molte volte i dottori e i maestri esprimano opinioni diverse, affinché gli uni dicano il vero e gli altri, con le forze naturali del loro ingegno, dicano ciò che è dubbio; altre volte permetto anche che dicano quello che non è, quantunque non discordi subito dalla verità oscura della fede, nella quale tutti i fedeli stanno fermi. Infine altre volte permetto che dicano quello che è possibile, secondo ciò che essi intendono. E con questa varietà si va indagando la verità e la luce, e ancor più si manifestano i misteri nascosti, poiché il dubbio serve di stimolo all’intelletto per investigare la verità. In questo le controversie dei maestri hanno un’onesta e santa causa. Ne segue anche che si conosce, dopo tante diligenze e tanti studi dei grandi e perfetti dottori e sapienti, che vi è nella mia Chiesa una scienza che li rende superiori a tutti i saggi del mondo, ma che vi è in pari tempo, sopra tutti, colui che corregge i saggi, e sono io, che solo so tutto e tutto comprendo e misuro senza poter essere misurato né compreso; infine gli uomini, per quanto scrutino i miei giudizi e le mie testimonianze, non potranno mai intenderli perfettamente, se io, che sono il principio e l’autore di ogni sapienza e conoscenza, non avrò dato loro l’intelligenza e la luce. Sapendo questo i mortali, voglio che mi lodino, magnifichino, proclamino, esaltino e glorifichino».

78. «Nondimeno è mio volere che i dottori acquistino per sé molta grazia, luce e gloria con il loro impegno onesto, lodevole e santo, che si vada sempre più scoprendo ed appurando la verità con l’avvicinarsi di più alla sua origine e così, investigando con umiltà i misteri e le opere ammirabili della mia destra, vengano ad esserne partecipi, godendo del pane dell’intelletto delle mie Scritture. Grande provvidenza ho usato io coi dottori e i maestri, benché le loro opinioni e i loro dubbi siano stati tanto diversi e con differenti fini. Infatti il loro contrastarsi e contraddirsi a vicenda talvolta è per mia maggior gloria ed onore, altre volte è per altri fini di natura terrena. Questa rivalità e passione ha fatto in modo che procedessero e procedano per vie diverse. Pur con tutto ciò li ho guidati, retti, illuminati, assistendoli con la mia protezione, in modo che la verità è stata ampiamente esplorata e manifestata, la luce per conoscere non poche delle mie perfezioni e opere meravigliose molto si è diffusa, e le sacre Scritture sono state interpretate così profondamente, che ho trovato in ciò grande compiacimento. A causa di ciò il furore dell’inferno, con incredibile invidia – molto più nei tempi presenti – ha innalzato il suo trono d’iniquità, impugnando la verità, presumendo di bersi il Giordano e di oscurare, con eresie e basse dottrine, la luce della fede, contro la quale ha seminato la sua falsa zizzania, con l’aiuto degli uomini. Tuttavia la Chiesa e le sue verità si conservano in modo assolutamente perfetto, e i fedeli cattolici, sebbene non poco avvolti e accecati da altre miserie, per quanto riguarda la verità della fede, ne mantengono la luce in modo del tutto perfetto. Veramente io chiamo tutti con paterno amore a questo bene, ma pochi sono gli eletti che mi vogliono rispondere».

79. «La mia provvidenza dispone che vi siano tra i maestri molte opinioni affini e che sempre più si scrutino le mie testimonianze, con l’intento che agli uomini viatori, mediante l’accurata ricerca, gli studi e le loro fatiche, sia chiaro il midollo delle divine Scritture. Tuttavia voglio ancora, o mia sposa, che tu intenda come gradirei molto che le persone dotte estinguessero e allontanassero da sé la superbia, l’invidia, l’ambizione dell’onore vano, le altre passioni e gli altri vizi che da questo s’ingenerano; insomma, tutta la cattiva semenza che seminano i cattivi effetti di tali occupazioni e che io per ora non sradico, perché con essa non si sradichi anche quella buona». Questo mi rispose l’Altissimo, con molte altre cose che non posso manifestare. Sia benedetta eternamente la sua grandezza, che si degnò d’illuminare la mia ignoranza e soddisfarla così adeguatamente e misericordiosamente, senza sdegnare la piccolezza di una donna insipiente e del tutto inutile. Grazie e lodi senza fine le rendano tutti gli spiriti beati e tutti i giusti della terra.

CAPITOLO 7

Come l’Altissimo diede inizio alle sue opere, creò tutte le cose materiali per l’uomo e gli angeli e gli uomini perché formassero un popolo, di cui il Verbo incarnato fosse capo.

 

80. Causa di tutte le cause, e creatore di tutto quello che esiste, fu Dio. Egli, col potere del suo braccio, volle dare inizio a tutte le sue ammirabili opere ad extra quando e come fu sua volontà. L’ordine e l’inizio di questa creazione viene da Mosè riferito nel primo capitolo del libro della Genesi e poiché il Signore me ne ha dato la comprensione, dirò qui quello che conviene, per indagare sin dal loro principio le opere e i misteri dell’incarnazione del Verbo e della nostra redenzione.

81. Il capitolo primo della Genesi alla lettera dice così: In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno. In questo primo giorno, la Genesi dice che in principio Dio creò il cielo e la terra, perché da ciò il Dio potente incominciò ad operare, stando nel suo essere immutabile e quasi uscendone per creare fuori da se stesso le creature, che in quel momento cominciarono ad esistere in se stesse. E in certo qual modo Dio cominciò a ricrearsi nelle sue creature, quali opere adeguatamente perfette. Inoltre, affinché anche il loro ordine fosse perfettissimo, prima di creare creature intellettuali e razionali, formò il cielo per gli angeli e gli uomini, e la terra, dove i mortali dovevano essere viatori. Tali luoghi erano così proporzionati ai loro fini e così perfetti, che, come dice Davide, i cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento e la terra annunziano le opere delle sue mani. I cieli, con la loro armonia, manifestano la magnificenza e la gloria, perché sono deposito del premio preparato per i santi; il firmamento della terra annunzia che devono esservi creature e uomini che l’abitino, innalzandosi per suo mezzo al Creatore. Ma prima di crearli, l’Altissimo volle preparare loro, creandolo, tutto il necessario per questo e per la vita che li avrebbe mandati a vivere, affinché da ogni parte si trovino costretti ad ubbidire e ad amare il loro Creatore e benefattore, e conoscano, per mezzo delle sue opere, l’ammirabile suo nome e le infinite sue perfezioni.

82. Della terra, la Genesi dice che era informe e non lo dice del cielo, perché in esso Dio creò gli angeli nell’istante in cui disse: «Sia la luce!». E la luce fu. Infatti non parla della luce materiale soltanto, ma anche delle luci angeliche e intellettuali. Né volle far più chiara menzione di loro che chiamandoli con questo nome (luci), per l’indole degli ebrei troppo facile ad attribuire la divinità a cose nuove ed altresì inferiori agli spiriti angelici. Tuttavia molto appropriata fu la metafora della luce nell’indicare la natura degli angeli e, misticamente, la luce della scienza e della grazia con cui nella loro creazione furono illuminati. Unitamente al cielo empireo Dio creò la terra, per formare nel suo centro l’inferno, poiché, nell’istante in cui fu creata, per divina disposizione rimasero nel mezzo di questo globo molte profonde e spaziose caverne, adatte per l’inferno, il limbo e il purgatorio. Nell’inferno ad un tempo fu creato fuoco materiale e le altre cose che lì, al presente, servono di pena ai dannati. Il Signore doveva dividere subito la luce dalle tenebre e chiamare la luce giorno, come le tenebre notte. Questo non avvenne solo tra la notte e il giorno naturali, bensì anche tra gli angeli buoni e i cattivi, dando ai buoni, che chiamò giorno, e giorno eterno, l’eterna luce della sua visione; al contrario, chiamò i cattivi notte del peccato, precipitandoli nelle tenebre eterne dell’inferno, affinché comprendiamo tutti quanto nel castigo andarono congiunte la liberal misericordia del Creatore e vivificatore e la giustizia del rettissimo giudice.

83. Gli angeli furono creati nel cielo empireo e nello stato di grazia affinché, per mezzo di essa, il merito precedesse il premio della gloria. Infatti, quantunque fossero nel luogo di tale gloria, tuttavia la Divinità non si era manifestata loro faccia a faccia, né con chiarezza, fino a che, per mezzo della grazia, quelli che obbedirono alla divina volontà lo meritarono. E così questi angeli santi, non altrimenti che gli altri apostati, rimasero assai poco nello stato di viatori, perché la creazione, lo stato e il termine loro consistettero in tre stazioni, divise con qualche intervallo in tre stadi o momenti. Nel primo furono tutti creati e adornati di grazia e doni, restando bellissime e perfette creature. A questo momento seguì una stazione, nella quale a tutti fu proposta e intimata la volontà del loro Creatore e fu loro ordinato di operare riconoscendolo come supremo Signore, adempiendo così al fine per cui li aveva creati. In questa stazione, si verificò, tra san Michele con i suoi angeli e il drago con i suoi, quella grande battaglia, che san Giovanni riporta nel capitolo dodicesimo dell’Apocalisse: gli angeli buoni, perseverando nella grazia, meritarono la felicità eterna, mentre i disobbedienti, levandosi contro Dio, meritarono la pena che scontano.

84. Ora, benché in questa seconda stazione tutto poté succedere molto brevemente, in considerazione della natura angelica e del potere divino, nondimeno intesi che la pietà dell’Altissimo si trattenne alquanto, e con qualche intervallo presentò loro il bene e il male, la verità e la falsità, il giusto e l’ingiusto, la sua grazia ed amicizia e la malizia del peccato e l’inimicizia di Dio, il premio e il castigo eterno, nonché la perdizione per Lucifero e per coloro che lo avessero seguito. Mostrò loro anche l’inferno con le sue pene ed essi lo videro tutto, perché nella loro natura tanto superiore ed eccellente si possono vedere tutte le cose come sono in se stesse, essendo create e limitate, di modo che, prima di decadere dalla grazia, videro chiaramente il luogo del castigo. E sebbene non abbiano conosciuto in egual misura il premio della gloria, tuttavia ebbero di essa un’altra conoscenza e la promessa manifesta ed esplicita del Signore. Con questo l’Altissimo giustificò la sua causa ed operò con somma equità e rettitudine. Ma poiché tutta questa bontà e giustificazione non bastò a trattenere Lucifero e i suoi seguaci, essi furono puniti come pertinaci e precipitati nel profondo delle caverne infernali, mentre i buoni furono confermati in grazia e in gloria eterna. Tutto questo avvenne nel terzo momento, nel quale si conobbe, con tale fatto, che nessuna creatura fuori di Dio è per sua natura impeccabile, dal momento che l’angelo, che la possiede tanto eccellente e che la ricevette adorna con tanti doni di scienza e di grazia, alla fine peccò e fu perduto. Ora, che farà la fragilità umana, se il potere divino non la difende qualora essa lo obblighi ad abbandonarla?

85. Resta da sapere la motivazione di Lucifero e dei suoi seguaci nel loro peccato, motivazione che vado cercando e da cui presero l’occasione per la loro disubbidienza e caduta. Riguardo a ciò compresi che poterono commettere molti peccati secundum reatum, benché non abbiano commesso gli atti di tutti, ma, da quelli che con la loro volontà depravata commisero, rimase loro un’abituale inclinazione per tutti gli atti malvagi, inducendovi altri ed approvando quei peccati che non potevano operare da soli. Per il malvagio desiderio che allora ebbe Lucifero, incorse in un disordinatissimo amore di se stesso; questo gli venne dal vedersi con doni maggiori e con maggiore bellezza di natura e di grazia rispetto a tutti gli altri angeli inferiori. In tale cognizione si trattenne soverchiamente, e la còmpiacenza, che provò di se stesso, lo ritardò e intiepidi nella riconoscenza che doveva al suo Dio, come alla causa unica di tutto quello che aveva ricevuto. E rivolgendosi di nuovo a rimirarsi, si compiacque nuovamente della sua bellezza e delle sue grazie, le attribuì a se stesso e le amò come sue. Questo disordinato amor proprio non solamente lo fece peccare di vanagloria per quello che aveva ricevuto da un’altra superiore virtù, ma altresì lo spinse ad invidiare e a bramare altri doni ed eccellenze altrui, che egli non possedeva. Quindi, non potendole conseguire, concepi un odio ed uno sdegno mortale contro Dio – che lo aveva creato dal niente – e contro tutte le sue creature.

86. Da qui ebbero origine la disobbedienza, la presunzione, l’ingiustizia, l’infedeltà, la bestemmia ed anzi quasi una specie di idolatria, perché desiderò per sé l’adorazione e la riverenza dovute a Dio solo. Bestemmiò la sua grandezza e santità, venne meno alla fede e alla lealtà che doveva e pretese di distruggere tutte le creature e presunse di potere tutto questo e molto di più; ne derivò che la sua superbia cresce sempre e persevera, benché la sua arroganza sia maggiore della sua fortezza, perché in questa non può crescere, mentre nel peccato un abisso chiama un altro abisso. Il primo angelo che peccò fu Lucifero, come consta dal capitolo quattordicesimo di Isaia; egli indusse altri a seguirlo e così si chiama principe dei demoni non già per natura, giacché per essa non poté avere questo titolo, ma per la colpa. D’altra parte quelli che peccarono non furono solamente di una gerarchia o di un ordine, ma furono in molti a cadere.

87. Ora per rendere manifesto, come mi fu dimostrato, quale fu l’onore e l’eccellenza che con tanta superbia bramò e invidiò Lucifero, faccio presente che, come nelle opere di Dio vi fu equità, peso e misura, così, prima che gli angeli si potessero orientare a diversi fini, la sua provvidenza decise di manifestare loro, immediatamente dopo la loro creazione, il fine per cui li aveva creati di una così alta ed eccellente natura. Di tutto ciò ricevettero spiegazione in questa forma: prima ebbero intelligenza molto chiara dell’essere di Dio, uno nella sostanza e trino nelle Persone, e ricevettero ordine di adorarlo e riverirlo come loro creatore e sommo Signore, infinito nel suo essere e nei suoi attributi. A quell’ordine si arresero tutti, seppure con qualche differenza; infatti gli angeli buoni ubbidirono per amore e per un principio di giustizia, assoggettando il loro affetto di buona volontà, ammettendo e credendo ciò che era superiore alle loro forze, e ubbidendo con gioia. Lucifero invece si assoggettò perché gli pareva che fosse impossibile il contrario. Non lo fece dunque con carità perfetta, perché divise la volontà dandone parte a se stesso e parte alla verità infallibile del Signore. Questo fece sì che il precetto gli riuscisse alquanto violento e arduo e che non lo compisse con affetto pieno di amore e di giustizia; così si dispose a non perseverare in esso. Sebbene questa remissione e tiepidezza nell’operare questi primi atti con ritrosia non gli togliesse la grazia, nondimeno di qui cominciò la sua cattiva disposizione, riportandone una certa debolezza nella virtù e svogliatezza nello spirito, tanto che la sua bellezza non rifulse come doveva. L’effetto che questa rilassatezza e difficoltà, a mio parere, procurò in Lucifero, fu somigliante a quello che fa nell’anima un peccato veniale avvertito. Non affermo con questo che abbia allora peccato mortalmente né venialmente, poiché adempì il precetto di Dio, ma questo adempimento fu debole ed imperfetto, e più per esservi spinto dalla forza della ragione che per amore e volontà di ubbidire; così si dispose a cadere.

88. In secondo luogo, Dio manifestò loro che avrebbe creato una natura umana e creature razionali inferiori perché amassero, temessero e riverissero Dio, come loro autore e bene eterno. Manifestò loro che avrebbe molto favorito tale natura, che anzi la seconda Persona della stessa Trinità santissima si sarebbe incarnata e fatta uomo, innalzando la natura umana all’unione ipostatica e alla persona divina e che essi dovevano riconoscere come capo quella persona, uomo e Dio, non solo in quanto Dio, ma anche in quanto uomo; lo avrebbero dovuto riverire e adorare, dovendo essere essi, gli angeli, inferiori a lui in dignità e grazia, e suoi servi. Inoltre fece loro comprendere la convenienza, l’equità, la giustizia e la ragione che c’era in questo, perché era appunto l’accettazione dei meriti previsti di quell’uomo-Dio che aveva loro meritato la grazia che possedevano e la gloria che avrebbero posseduto; per la sua gloria essi stessi erano stati creati e sarebbero state create le altre creature, dovendo egli essere a tutte superiore e dovendo, quelle che fossero capaci di conoscere e godere Dio, essere tutte popolo e membra di quel capo per riconoscerlo e riverirlo. Tutto questo, senza indugio, fu ordinato agli angeli.

89. A tale comando tutti gli angeli ubbidienti e santi si arresero e prestarono ossequioso assenso, con umile ed amoroso affetto e con tutta la loro volontà. Ma Lucifero con superbia ed invidia oppose resistenza e provocò gli angeli suoi seguaci perché facessero altrettanto, come di fatto fecero, seguendo lui e disobbedendo al divino mandato. Il reo principe li persuase che sarebbe stato loro capo e che avrebbe costituto un principato indipendente e separato da Cristo. L’invidia e la superbia poterono causare in un angelo tanta cecità e un affetto così disordinato da essere origine e contagio, perché si comunicasse a tanti altri il peccato.

90. Qui segui la grande battaglia, di cui san Giovanni parla, che avvenne nel cielo. Poiché gli angeli obbedienti e santi, con ardente zelo di difendere la gloria dell’Altissimo e l’onore del Verbo contemplato già nella sua incarnazione, chiesero il permesso e il beneplacito al Signore per resistere e opporsi al drago e fu loro concesso. In questo, peraltro, si compì un nuovo mistero: quando a tutti gli angeli si propose di ubbidire al Verbo incarnato, si diede loro un terzo precetto, in forza del quale dovevano ritenere ugualmente superiore una donna, nelle membra della quale avrebbe assunto la natura umana l’Unigenito del Padre. Tale donna sarebbe stata loro regina e padrona di tutte le creature, distinta e avvantaggiata nei doni di grazia e di gloria più di tutte le creature angeliche ed umane. Gli angeli buoni, obbedendo a questo precetto del Signore, accrebbero la loro umiltà, per cui non solo lo accolsero, ma lodarono anche il potere e i misteri dell’Altissimo. Non così Lucifero e i suoi compagni: essi, per questo precetto e mistero, si levarono in superbia e in vanità anche maggiori, a tal punto che, disordinatamente furibondo, egli bramò per se stesso il privilegio di essere capo di tutta la stirpe umana e di tutti gli ordini angelici; e se ciò fosse avvenuto mediante l’unione ipostatica, che questa si operasse in lui stesso.

91. Quanto all’essere inferiore alla Madre del Verbo incarnato e signora nostra, vi si oppose con orrende bestemmie, prorompendo in uno sdegno sfrenato contro l’Autore di così grandi meraviglie. Di conseguenza, provocando anche gli altri, questo drago diceva loro: «Questi ordini sono ingiusti e si fa affronto alla mia grandezza; però questa natura a cui tu, Signore, guardi con tanto amore e che ti proponi di favorire tanto, io la perseguiterò e distruggerò, e in questo impiegherò il mio potere e la mia cura. Io precipiterò questa donna, Madre del Verbo, dallo stato in cui tu prometti di porla e nelle mie mani dovrà perire il tuo intento».

92. Questo superbo vaneggiare irritò il Signore al punto che, umiliando Lucifero, gli disse: «Questa donna, che tu non hai voluto rispettare, sarà quella che ti schiaccerà il capo, e da lei sarai vinto ed annientato. Infatti, se per la tua superbia facesti entrare la morte nel mondo, per l’umiltà di questa donna vi entrerà la vita e la salvezza di tutti i mortali; questi godranno il premio e la corona, che tu e i tuoi seguaci avete perduto». Ciononostante, a tutto questo il drago replicava con sdegnosa superbia contro quanto intendeva della divina volontà e dei suoi decreti e minacciava tutto il genere umano. Per questo gli angeli buoni, conoscendo il giusto sdegno dell’Altissimo contro Lucifero e i suoi apostati, con le armi dell’intelletto, della ragione e della verità combatterono contro di loro.

93. Un altro mirabile mistero operò qui l’Onnipotente. Manifestato per intelligenza a tutti gli angeli il grande mistero dell’unione ipostatica, mostrò loro la santissima Vergine in un segno, o figura, a somiglianza delle nostre visioni immaginarie, secondo il nostro modo d’intendere. E così presentò e fece conoscere loro la natura umana pura in una perfettissima donna, nella quale il braccio potente dell’Altissimo doveva rendersi più ammirabile che in tutto il resto delle creature, perché in lei depositava le grazie e i doni della sua destra in grado superiore ed eminente.

Questo segno, ossia questa visione della Regina del cielo e madre del Verbo incarnato, fu noto e manifesto a tutti gli angeli, sia buoni che cattivi. I buoni a quella vista ammutolirono di ammirazione, prorompendo in cantici di lode, e fin da allora cominciarono a difendere l’onore del Dio incarnato e della sua Madre santissima, armati di questo ardente zelo e dello scudo inespugnabile di quel segno. Il drago e i suoi alleati, invece, concepirono un implacabile furore e odio contro Cristo e la sua santissima Madre; avvenne così tutto ciò che si trova nel capitolo dodicesimo dell’Apocalisse, la cui spiegazione esporrò, come mi fu data, nel capitolo che segue.

CAPITOLO 8

Prosegue il discorso precedentemente riportato con la spiegazione del capitolo dodicesimo dell’Apocalisse.

 

94. Il testo letterale di questo capitolo dell’Apocalisse dice: Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato. Essa partorì un figlio maschio, destinato a goverare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni. Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli. Allora udii una gran voce nel cielo che diceva: «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, poiché è stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte. Ma essi lo hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio; poiché hanno disprezzato la vita fino a monre. Esultate, dunque, o cieli, e voi che abitate in essi. Ma guai a voi, terra e mare, perché il diavolo è precipitato sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo». Or quando il drago si vide precipitato sulla terra, si avventò contro la donna che aveva partorito il figlio maschio. Ma furono date alla donna le due ali della grande aquila, per volare nel deserto verso il rifugio preparato per lei per esservi nutrita per un tempo, due tempi e la metà di un tempo lontano dal serpente. Allora il serpente vomitò dalla sua bocca come un fiume d’acqua dietro alla donna, per farla travolgere dalle sue acque. Ma la terra venne in soccorso alla donna, aprendo una voragine e inghiottendo il fiume che il drago aveva vomitato dalla propria bocca. Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù. E si fermò sulla spiaggia del mare.

95. Sin qui il testo letterale dell’Evangelista, che parla al passato, perché allora gli si presentava la visione di ciò che già era avvenuto, e dice: Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Questo segno apparve realmente nel cielo per volontà di Dio, che lo propose apertamente sia agli angeli buoni che ai cattivi, affinché in vista di ciò determinassero la loro volontà ad obbedire ai precetti del suo beneplacito. Così lo videro prima che i buoni si decidessero al bene e i cattivi al peccato e fu come segno di quanto ammirabile si sarebbe dimostrato Dio nella formazione della natura umana. Sebbene avesse già dato agli angeli cognizione di questa rivelando loro il mistero dell’unione ipostatica, nondimeno volle manifestarla loro in modo differente in una semplice creatura, la più perfetta e santa che dopo Cristo nostro Signore avrebbe creato. Ella fu, inoltre, come segno da cui gli angeli buoni venissero assicurati che, sebbene Dio rimanesse offeso dalla disobbedienza dei cattivi, non per questo si sarebbe trattenuto dall’eseguire il decreto di creare gli uomini, poiché il Verbo incarnato e quella donna, Madre sua, lo avrebbero obbligato infinitamente più di quanto potessero disobbligarlo gli angeli disobbedienti. Fu anche come arcobaleno, a somiglianza del quale si sarebbe posto, dopo il diluvio, quello delle nubi, per dare la certezza che, se gli uomini avessero peccato e disubbidito come gli angeli, non per questo sarebbero stati puniti senza remissione, ma avrebbe apprestato loro un salutare farmaco e il rimedio per mezzo di quel mirabile segno. Fu come se dicesse agli angeli: «Non castigherò in questo modo le creature che creerò, perché appunto dalla natura umana discenderà quella donna nel cui grembo prenderà carne mortale il mio Unigenito, il quale sarà il restauratore della mia amicizia, il pacificatore della mia giustizia, colui che riaprirà il cammino della felicità chiuso dalla colpa».

96. Come prova di ciò l’Altissimo, alla vista di quel segno, dopo che gli angeli ribelli furono castigati, si mostrò ai buoni come rasserenato e placato dall’ira procuratagli dalla superbia di Lucifero. A nostro modo d’intendere, in un certo senso si ricreava con la presenza della Regina del cielo, rappresentata in quell’immagine, facendo capire agli angeli santi che, per mezzo di Cristo e della sua Madre, avrebbe posto negli uomini la grazia e i doni che gli apostati, per la loro ribellione, avevano perduto. Quel segno apportò anche un altro effetto negli angeli buoni: siccome per la perfidia e la contesa di Lucifero erano – a nostro modo d’intendere – come contristati e afflitti e quasi turbati, l’Altissimo volle che con la vista di quel segno si rallegrassero e si accrescesse loro, con la gloria essenziale, questo gaudio accidentale, meritato con la vittoria riportata. Vedendo cioè quella verga di clemenza che si presentava loro in segno di pace, subito conoscessero che non si doveva intendere per loro la legge del castigo, avendo essi ubbidito alla divina volontà e ai suoi precetti. Gli angeli nello stesso tempo penetrarono in quella visione molti misteri e segreti dell’incarnazione racchiusi in essa; altri circa la Chiesa militante e i suoi membri; come essi stessi avrebbero assistito e soccorso il genere umano, custodendo gli uomini, difendendoli dai loro nemici e guidandoli all’eterna felicità; che tale felicità ricevevano essi stessi per i meriti del Verbo incarnato, avendoli sua divina Maestà preservati in virtù dello stesso Cristo, previsto nella sua mente divina.

97. Come tutto questo fu di grande allegrezza e gioia per gli angeli buoni, così risultò di altrettanto tormento per i cattivi e fu come inizio e parte del loro castigo, avendo subito compreso ciò di cui non si erano approfittati e che quella donna doveva vincere e schiacciare la loro testa. In questo capitolo l’Evangelista comprese tutti questi misteri, più altri che non posso spiegare, e specialmente in questo gran segno, benché lo riferisse in modo oscuro ed enigmatico, fino a che giungesse il tempo.

98. Il sole, di cui era vestita la donna, è il Sole verace di giustizia. Da ciò gli angeli dovevano intendere che era volontà efficace dell’Altissimo assistere sempre egli stesso questa donna, essendole presente per grazia, farle scudo e, con la protezione del suo invincibile braccio, difenderla. Ella aveva sotto ai suoi piedi la luna, perché nella divisione che questi due pianeti fanno del giorno e della notte, la notte della colpa, rappresentata dalla luna, doveva restare ai suoi piedi, mentre il sole, che è il giorno della grazia, doveva vestirla tutta eternamente. Ciò anche perché sotto ai suoi piedi avrebbero dovuto stare le defezioni dalla grazia, che sono proprie a tutti i mortali, senza che mai potessero aver posto nel suo corpo o nella sua anima, corpo e anima che dovevano andare sempre crescendo in santità, al di sopra di tutti gli uomini e di tutti gli angeli. Quindi ella sola doveva uscire libera dalla notte e dalle defezioni di Lucifero e di Adamo, cose che ella avrebbe sempre calpestato senza che potessero prevalere su di lei. Per questo il Signore, in presenza di tutti gli angeli, le pose sotto i piedi, come vinte, tutte le colpe e le forze del peccato originale ed attuale, affinché i buoni la conoscessero e i cattivi – anche se non penetrarono tutti i misteri di quella visione – paventassero quella donna ancora prima che esistesse.

99. La corona delle dodici stelle, come è chiaro, sono tutte le virtù che avrebbero redento questa Regina del cielo e della terra; il mistero di essere dodici fu pure per designare le dodici tribù di Israele, alle quali gli eletti e tutti i predestinati si riducono, come indica l’Evangelista nel capitolo settimo dell’Apocalisse. Ora, siccome tutti i doni, tutte le grazie e le virtù di tutti gli eletti dovevano coronare la loro Regina in grado immensamente superiore al loro, le fu posta sul capo tale corona di dodici stelle.

100. Era incinta. Era necessario infatti che, in presenza di tutti gli angeli, per letizia dei buoni e pena dei cattivi, che resistevano alla divina volontà e a questi misteri, si manifestasse che tutta la santissima Trinità aveva eletto madre dell’Unigenito del Padre quella meravigliosa donna. Inoltre, siccome questa dignità di Madre del Verbo era la maggiore, il principio e il fondamento di tutte le altre eccellenze di questa grande signora e di questo celeste segno venne presentata agli angeli, appunto in quella forma, vale a dire come ricettacolo di tutta la santissima Trinità nella divinità e nella Persona del Verbo incarnato. Data l’inseparabilità della loro unione e l’indissolubilità della loro coesistenza, le tre Persone divine non possono che essere necessariamente l’una nell’altra. Tuttavia, solo la Persona del Verbo assunse carne umana, divenendo il frutto del grembo di Maria.

101. Gridava. Difatti, sebbene la dignità di questa Regina e siffatto mistero dovessero restare da principio nascosti, affinché Dio nascesse povero, umile e sconosciuto, tuttavia questo parto diede poi grida così grandi, che l’eco primo bastò a turbare e far uscire fuori di sé il re Erode ed i suoi e ad obbligare i Magi ad abbandonare le case e le loro patrie per venire a cercarlo; i cuori degli uni si turbarono e quelli degli altri palpitarono di affetto. E, crescendo, il frutto di questo parto, poiché fu innalzato sulla croce, diede grida così grandi che si udirono dall’oriente all’occidente e dal settentrione al mezzogiorno. Tanto si fece sentire la voce di quella donna, che, partorendo, diede alla luce la Parola dell’eterno Padre.

102. Gridava per le doglie e il travaglio del parto. Non dice questo perché dovesse partorire con dolori, poiché ciò non era possibile in un simile parto divino, ma perché per questa madre fu un gran dolore e tormento che, quanto all’umanità, quel corpicino divinizzato uscisse dal segreto del suo grembo verginale al fine di patire, obbligato a dare soddisfazione al Padre per i peccati del mondo e a pagare ciò che non avrebbe commesso. La Regina del cielo doveva conoscere, e di fatto conobbe, tutto questo per la scienza che possedeva delle Scritture. E invero, per il naturale amore di tale madre a tale figlio, necessariamente doveva sentire questa pena, quantunque con uniformità al volere del Padre. Inoltre, per questo tormento, si comprende anche quello che avrebbe patito la pietosissima Madre, prevedendo i tempi nei quali avrebbe dovuto restar priva della presenza del suo tesoro, dopo che fosse uscito dal suo talamo verginale. Se infatti, quanto alla divinità, lo aveva concepito nell’anima, nondimeno, quanto all’umanità, avrebbe dovuto starsene molto tempo senza di lui che comunque era suo Figlio e figlio unicamente suo. E quantunque l’Altissimo avesse deciso di preservarla dalla colpa, non così però dai travagli e dai dolori corrispondenti al premio che le era preparato. Pertanto i dolori di questo parto non furono effetti del peccato come nelle discendenti di Eva, ma bensì dell’intenso e perfettissimo amore di questa divina Madre verso il suo unico e santissimo Figlio. Tutti questi misteri furono per gli angeli buoni altrettanti motivi di ammirazione e di lode, mentre per i cattivi furono il principio della loro punizione.

103. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. A quanto detto sinora, seguì il castigo di Lucifero e dei suoi alleati, perché alle sue bestemmie contro quella donna rappresentata nel segno, fu trasformato da bellissimo angelo che era in un fierissimo ed orribilissimo drago, del quale altresì in quel momento apparve il segno sensibile della sua forma esteriore. Levò in alto con furore le sette teste, che furono sette legioni o squadroni, nei quali si ripartirono tutti quelli che, avendo seguito lui, precipitarono. A tutte queste schiere, poi, diede un capo, ordinando loro di peccare, incitare e spingere ai sette peccati mortali, che comunemente si chiamano capitali perché in essi si racchiudono gli altri peccati; questi angeli sono dunque i capi delle bande che si sollevano contro Dio. Essi si distinguono in superbia, invidia, avarizia, ira, lussuria, gola ed accidia, che furono i sette diademi con i quali Lucifero, trasformato in drago, venne coronato, dandogli l’Altissimo questo castigo, che egli guadagnò per sé come per gli angeli suoi alleati, quale premio della sua orribile malvagità. A tutti infatti fu assegnato un castigo con pene corrispondenti alla loro rispettiva malizia e all’essere stati autori dei sette peccati capitali.

104. Le dieci corna delle teste indicano i trionfi dell’iniquità e della malizia del drago, nonché la glorificazione e l’arrogante e vana esaltazione che egli attribuisce a se stesso nella pratica dei vizi. Con questi affetti pervertiti, per conseguire il fine della sua arroganza, offrì agli infelici angeli la sua depravata e velenosa amicizia, con finti principati, poteri e premi. Furono tali promesse, piene di bestiale ignoranza, la coda con cui il drago trascinò un terzo delle stelle del cielo; le stelle, in verità, erano quegli angeli che, se avessero perseverato, in seguito sarebbero stati risplendenti come il sole, con gli altri angeli e i giusti, per l’eternità. Al contrario, il meritato castigo li precipitò nella terra della loro sventura, fino al centro di essa che è l’inferno, dove staranno eternamente privi di luce e di gioia.

105. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato. Tanto fu smisurata la superbia di Lucifero che pretese di porre il suo trono nelle altezze; in presenza di quella visione della donna, con sommo vaneggiamento, disse: «Eppure il figlio, che questa donna deve partorire, è di natura inferiore alla mia: io lo divorerò e lo farò perire, contro di lui leverò una fazione che mi segua, seminerò dottrine contro i suoi pensieri e contro le leggi che ordinerà, lo combatterò e contrasterò in eterno». Ma la risposta dell’Altissimo fu che appunto quella donna avrebbe partorito un figlio maschio, il quale avrebbe governato le genti con scettro di ferro. Il Signore soggiunse: «Quest’uomo non solo sarà figlio di questa donna, ma anche Figlio mio, uomo e Dio vero, così potente che vincerà la tua superbia e stritolerà il tuo capo. Sarà per te e per tutti coloro che ti ascolteranno e seguiranno giudice potente, che ti comanderà con scettro di ferro e sventerà tutti i tuoi disegni alteri e vani. Questo Figlio sarà innalzato al mio trono per sedersi alla mia destra e giudicare, ed io porrò i suoi nemici a sgabello dei suoi piedi, perché su di essi trionfi. Sarà premiato come uomo giusto che, essendo Dio, ha tanto operato per le sue creature; tutti lo conosceranno e gli tributeranno riverenza e gloria. Ma tu, il più sventurato, conoscerai il giorno dell’ira dell’Onnipotente. Questa donna poi verrà posta nel deserto, dove avrà un luogo da me stesso a lei preparato». Questo luogo solitario, dove fuggì la donna, indica la singolarità della nostra grande Regina nell’essere esente da ogni peccato, unica e sola nella santità somma, poiché, essendo donna della comune natura dei mortali, precedette tutti gli angeli nella grazia e nei doni, come nei meriti che con essi ottenne. Così fuggì e si pose in una vera solitudine tra le semplici creature, essendo unica e senza uguali in mezzo a tutte loro. Tale solitudine era così lontana dal peccato che il drago non poté raggiungere la donna con la vista e sin dalla sua concezione non poté riconoscerla. Così l’Altissimo la pose sola ed unica nel mondo, senza alcun rapporto col serpente né subordinazione a lui; anzi, con fermezza e decisa protesta, decretò e disse: «Questa donna, dal primo istante della sua esistenza, sarà mia eletta ed unica per me. Io fin da ora la preservo dalla giurisdizione dei suoi nemici e le assegno un luogo di grazia eminentissimo ed unico, perché vi sia nutrita per milleduecentosessanta giorni». Per tale numero di giorni la Regina del cielo doveva rimanere in uno stato altissimo di singolari benefici interiori e spirituali, oltremodo ammirabili e memorabili. Ciò avvenne negli ultimi anni della sua vita, come riferirò al momento opportuno con l’aiuto della divina grazia. In questo stato fu nutrita in modo così divino che il nostro intelletto è troppo limitato per comprenderlo. Ora, essendo questi benefici il fine a cui erano stati ordinati gli altri doni che la Regina del cielo ricevette in vita, l’Evangelista decise di riportarli nei particolari.

CAPITOLO 9

Prosegue la spiegazione del capitolo dodicesimo dell’Apocalisse.

 

106. Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli. Avendo il Signore manifestato ai buoni e ai cattivi angeli quello che precedentemente abbiamo riferito, il santo principe Michele e i suoi compagni, per il permesso divino, presero a combattere contro il drago e i suoi seguaci. Fu una battaglia ammirabile, poiché si combattevano con l’intelletto e con la volontà. San Michele, per lo zelo dell’onore dell’Altissimo, di cui ardeva il suo cuore e armato della sua divina forza come della propria umiltà, resisteva alla delirante superbia del drago dicendo: «L’Altissimo è degno di onore, lode e riverenza, di essere amato, temuto e obbedito da ogni creatura. Egli è potente nell’operare tutto quanto la sua volontà vuole e ad un tempo niente egli può volere che non sia molto giusto, poiché egli è increato e indipendente da ogni altro essere. Egli ci diede il nostro stesso essere per sua sola grazia, creandoci e formandoci dal nulla, e può così creare altre creature quando e come sarà suo beneplacito. La ragione vuole dunque che noi, prostrati e umiliati dinanzi a lui, adoriamo la sua maestà e la sua regale grandezza. Venite dunque, angeli, seguitemi: adoriamolo e lodiamo i suoi ammirabili ed imperscrutabili giudizi e le sue perfettissime e santissime opere. È Dio altissimo, sopra ad ogni creatura: tale non sarebbe se noi potessimo pervenire a comprendere le sue grandiose opere. È infinito in sapienza e bontà, è ricco nei suoi tesori e benefici, e come Signore di tutto, che di nessuno ha bisogno, può comunicarli a chi più gli piace, né può fallire nella sua scelta. Può amare chi ama, donarsi a chi ama e amare chi vuole, innalzare, accrescere ed arricchire chi gli è gradito, ed in tutto sarà sempre saggio, santo e potente. Adoriamolo con rendimento di grazie per avere deciso la meravigliosa opera dell’incarnazione, per avere onorato il suo popolo e averne decretato la redenzione in caso di caduta. Adoriamo colui che è un’unica Persona in due nature, divina e umana; riveriamolo e accogliamolo come nostro capo; proclamiamo che è degno di ogni gloria, lode e magnificenza e come autore della grazia e della gloria esaltiamone la virtù e la divinità».

107. Con queste armi combattevano san Michele e i suoi angeli, e come con forti dardi ferivano il drago e i suoi, che da parte loro li avversavano con bestemmie. Tuttavia, non potendo resistere alla vista del santo principe, il drago era dilaniato dal furore e per il tormento che ciò gli infliggeva avrebbe voluto fuggire; ma la divina volontà ordinò che non solo fosse castigato, ma altresì vinto, e a suo dispetto conoscesse la verità e il potere di Dio. Diceva dunque bestemmiando: «Ingiusto sei, o Dio, ad elevare la natura umana al di sopra di quella angelica. Io sono l’angelo più eccellente e bello e a me si deve il trionfo. Io porrò il mio trono sopra le stelle, sarò somigliante all’Altissimo e mai mi assoggetterò ad alcuno di natura inferiore, né mai consentirò che alcuno mi preceda o sia più grande di me». Le stesse cose ripetevano gli apostati seguaci di Lucifero. Ma replicò loro san Michele: «Chi c’è che possa uguagliarsi o mettersi alla pari col Signore che abita nei cieli? Ammutolisci, o nemico, nelle tue spropositate bestemmie, e poiché l’iniquità ti ha posseduto, allontanati da noi, o infelice, e con la tua cieca e maliziosa ignoranza incamminati alla tenebrosa notte e al caos delle pene infernali. Ma noi, o spiriti del Signore, adoriamo e veneriamo questa fortunata donna che darà al Verbo eterno carne umana, e riconosciamola nostra Regina e signora».

108. In questo combattimento, quel grande segno della Regina era scudo per gli angeli buoni e arma offensiva contro i cattivi, poiché a quella vista i motivi di conflitto di Lucifero non avevano forza: egli si turbava e quasi ammutoliva, non potendo sopportare i misteri che in quel segno erano rappresentati. Ora, come per divina virtù era apparso quel misterioso segno, così pure sua divina Maestà volle che apparisse allora l’altra figura, o segno, del drago rosso, e che in quella Lucifero fosse ignominiosamente precipitato giù dal cielo con terrore e spavento dei suoi seguaci e con stupore degli angeli santi, poiché tutto questo fu causato da quella nuova dimostrazione del potere e della giustizia di Dio.

109. È malagevole tradurre in parole quanto avvenne in quella memorabile battaglia, per la distanza che vi è tra le corte ragioni materiali e la natura e l’operare di tali e tanti spiriti angelici. Ma i cattivi non prevalsero, perché l’ingiustizia, la menzogna, l’ignoranza e la malizia non possono prevalere contro l’equità, la verità, la luce e la bontà, né mai queste virtù possono essere superate dai vizi. Perciò dice il testo sacro che da allora in poi non si trovò più posto per loro nel cielo. Veramente con i peccati che questi angeli ingrati commisero, si resero indegni dell’eterna visione e compagnia del Signore e il loro ricordo si cancellò dalla sua mente, dove prima di cadere erano scritti per i doni di grazia che aveva dato loro. Rimasti così privi del diritto che avevano a quei posti, che erano preparati per loro se avessero obbedito, questo diritto si trasferì agli uomini, ai quali quei posti furono destinati; le tracce degli angeli apostati rimasero talmente cancellate che mai più furono ritrovate nel cielo. Oh, infelice malvagità e non mai abbastanza esagerata infelicità, degna di così orrendo e formidabile castigo! L’Apocalisse soggiunge e dice:

110. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli. Il santo principe Michele scagliò giù dal cielo Lucifero, trasformato in drago, con questa invincibile parola:

«Chi come Dio?», la quale fu così efficace da precipitare quel superbo gigante con tutti i suoi eserciti e lanciarli con formidabile ignominia negli inferi, cominciando, dal momento stesso del suo sventurato castigo, a portare i nuovi nomi di drago, serpente, diavolo e satana, che gli impose il santo arcangelo nella battaglia e che attestano la sua iniquità e malizia. Per essa, privato della felicità e dell’onore di cui si era reso immeritevole, fu ugualmente privato anche dei nomi e dei titoli onorifici, acquistandosi quelli che rivelano la sua ignominia, mentre il suo malvagio intento, da lui manifestato e intimato ai suoi alleati, di ingannare e pervertire quanti sarebbero vissuti nel mondo, evidenzia la sua perversità. Ma ecco che colui il quale già feriva le genti con i suoi pensieri fu trascinato all’inferno, come dice Isaia nel capitolo quattordicesimo, nelle profondità dell’abisso, e il suo cadavere fu dato in preda al tarlo e al verme della sua cattiva coscienza. Di fatto si adempì in Lucifero quanto dice il profeta in quel passo.

111. Rimasto libero il cielo dagli angeli cattivi ed essendosi aperto il velo della Divinità a quelli buoni ed obbedienti, che trionfavano gloriosi mentre i ribelli portavano il peso della loro maledizione, l’Evangelista prosegue a dire che udì una gran voce che diceva: Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, poiché è stato precipitato l’àccusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte. Questa voce, che l’Evangelista udì, era della persona del Verbo; la udirono con intelligenza tutti gli angeli santi e ne risuonò l’eco perfino nell’inferno, dove fece tremare e inorridire i demoni. Essi però non ne compresero tutti i misteri, ma solamente quel tanto che l’Altissimo volle manifestare per loro pena e castigo. E fu voce del Figlio in nome dell’umanità che doveva assumere, chiedendo all’eterno Padre che fosse compiuta la salvezza, la forza e il regno di sua Maestà e la potenza del suo Cristo, dato che già era stato scacciato l’accusatore dei fratelli dello stesso Cristo Signore nostro, che erano gli uomini. E fu come una supplica dinanzi al trono della santissima Trinità, che fosse compiuta la salvezza e la forza e fossero confermati ed eseguiti i misteri dell’incarnazione e della redenzione contro l’invidia furibonda di Lucifero, che era precipitato dal cielo adirato contro la natura umana, di cui il Verbo divino si sarebbe vestito. Per questo, con compassione e amore sommo li chiamò fratelli, dicendo che Lucifero li accusava giorno e notte, perché in presenza dell’eterno Padre e di tutta la santissima Trinità li accusò nel giorno in cui godeva della grazia, disprezzandoci fin da allora con la sua superbia; molto più poi ci accusa nella notte delle sue tenebre e della nostra caduta, senza che mai cessi questa accusa e persecuzione, finché il mondo durerà. Chiamò inoltre forza, potenza e regno le opere e i misteri dell’incarnazione e della morte di Cristo, essendo stato per mezzo di queste che egli manifestò ed esercitò la sua forza e potenza contro Lucifero.

112. Fu questa la prima volta che il Verbo, in nome dell’umanità, intercedette per gli uomini dinanzi al trono della Divinità e, a nostro modo d’intendere, il Padre eterno prese in esame questa supplica con le Persone della santissima Trinità; palesando in parte ai santi angeli il decreto del divino concistoro su questi misteri, disse loro: «Lucifero ha innalzato la bandiera della superbia e del peccato, e con ogni malvagità e furore perseguiterà il genere umano; con astuzia pervertirà molti, valendosi per distruggerli di loro stessi che, accecati dai peccati e dai vizi, in diversi tempi, per temeraria ignoranza prevaricheranno. Ma la superbia mentirà a se stessa, perché ogni peccato e ogni vizio dista infinitamente dal nostro essere e dalla nostra volontà. Innalziamo dunque il trionfo della virtù e della santità e per questo s’incarni la seconda Persona, facendosi passibile; insegni e renda stimabili l’umiltà, l’obbedienza e tutte le virtù ed operi la salvezza dei mortali. E quantunque sia vero Dio, si umilii e si faccia il più piccolo di tutti; sia uomo giusto ed esemplare e maestro di tutta santità e muoia per la salvezza dei suoi fratelli. Solo la virtù venga ammessa nel nostro tribunale e trionfi sempre sui vizi. Solleviamo gli umili ed umiliamo i superbi; facciamo che siano gloriosi, nel nostro beneplacito, i travagli e glorioso il patirli. Decidiamo di assistere i sofferenti e i tribolati: che i nostri amici siano sì corretti e afflitti, ma per tali mezzi acquistino la nostra grazia e amicizia, operando anch’essi la salvezza, secondo la loro possibilità, con la pratica della virtù. Siano beati coloro che piangono, felici i poveri e coloro che patiranno per la giustizia e per Cristo, loro capo. Siano innalzati i piccoli e magnificati i mansueti di cuore. Siano amati come figli nostri i pacifici. Siano a noi carissimi quelli che perdoneranno e, soffrendo le ingiurie, ameranno i loro nemici. Assegniamo a tutti copiosi frutti di benedizioni della nostra grazia e premi di gloria immortale nel cielo. Il nostro Unigenito tradurrà in pratica questo insegnamento e quelli che lo seguiranno saranno eletti, diletti, consolati e premiati, e le loro buone opere saranno generate nel nostro pensiero come causa prima di ogni virtù. Permettiamo che i malvagi opprimano i buoni e formino parte della loro corona, mentre a se stessi stanno meritando il castigo. Vi sia si lo scandalo per il buono, ma sia sventurato chi lo provocherà, e felice chi lo patirà. Gli orgogliosi e i superbi affliggano e bestemmino gli umili e i grandi e potenti i piccoli; opprimano gli afflitti e questi, anziché maledizioni, diano benedizioni; e finché saranno viatori, siano riprovati dagli uomini, ma poi siano esaltati con gli spiriti e gli angeli nostri figli, e godano dei seggi e dei premi che gli infelici e gli sventurati hanno perduto. I pertinaci e i superbi siano condannati ad eterna morte, dove conosceranno la loro protervia e l’insipiente loro procedere!».

113. «Ma affinché tutti abbiano davanti un esempio e grazia sovrabbondante, se di essa vorranno approfittare, discenda il Figlio nostro, passibile e riparatore, e redima gli uomini, che Lucifero farà cadere dal loro felice stato, e li riscatti con i suoi infiniti meriti. Sia compiuta la salvezza fin da ora nella nostra volontà e determinazione che vi sia un redentore e maestro, che meriti ed insegni, nascendo e vivendo povero, morendo disprezzato, condannato dagli uomini a morte turpissima e vergognosa. Sia giudicato peccatore e reo e dia soddisfazione alla nostra giustizia per l’offesa del peccato; e per i suoi meriti previsti usiamo della nostra misericordia e pietà. Così intendano tutti che l’umile, il pacifico e colui che opererà la virtù, soffrirà e perdonerà, questi solamente seguirà il nostro Cristo e sarà nostro figlio. Infatti nessuno potrà entrare per libera volontà nel nostro regno se non avrà dapprima rinnegato se stesso e, portando la croce, non avrà seguito il suo capo e maestro. Questo sarà il nostro regno, composto dai perfetti e da quelli che legittimamente avranno sofferto e combattuto perseverando sino alla fine. Questi parteciperanno della potenza del nostro Cristo, che ora si è compiuta, perché è stato precipitato l’accusatore dei suoi fratelli e si è compiuto il suo trionfo, affinché, lavandoli e purificandoli col suo sangue, siano per lui l’esaltazione e la gloria. Egli solo sarà degno di aprire il libro della legge di grazia. Egli solo sarà la via, la luce, la verità e la vita per cui gli uomini verranno a me. Egli solo aprirà le porte del cielo e sarà mediatore ed avvocato dei mortali che in lui avranno un padre, un fratello e un protettore, dato che hanno anche un persecutore ed accusatore. E intanto gli angeli, che quali figli nostri operarono la salvezza e la virtù e difesero la potestà del mio Cristo, siano coronati e onorati per tutta l’eternità alla nostra presenza».

114. Questa voce, che contiene i misteri nascosti fin dalla fondazione del mondo e manifestati poi per mezzo degli insegnamenti e della vita di Gesù Cristo, uscì dal trono, e nel suo contenuto voleva dire assai più di quello che io possa spiegare. Nello stesso tempo furono assegnate agli angeli buoni le funzioni che avrebbero dovuto esercitare: ai santi Michele e Gabriele che fossero messaggeri del Verbo incarnato e di Maria santissima sua madre; anziché fossero ministri in tutti i misteri dell’incarnazione e della redenzione. Molti altri angeli furono destinati, con questi due principi, per lo stesso ministero, come in seguito dirò. L’Onnipotente diede ad altri l’ordine di accompagnare ed assistere le anime, di ispirarle ed ammaestrarle nella santità e nelle virtù contrarie ai vizi, ai quali Lucifero aveva progettato di indurle, e di difenderle e custodirle come portandole nelle loro mani, affinché ai giusti non fossero d’inciampo le pietre, che rappresentano le reti e gli inganni che i loro nemici avrebbero tramato contro di essi.

115. Altre cose furono stabilite in questa circostanza, in cui l’Evangelista dice che si è compiuta la potenza, la salvezza e il regno di Cristo. Ma quello che fu operato più misteriosamente fu che i predestinati furono segnati, posti in numero determinato e scritti nella mente divina per i meriti di Gesù Cristo nostro Signore. Oh, mistero e segreto inesplicabile di ciò che passò nel seno di Dio! Oh, felice sorte per gli eletti! Qual punto di più grande peso? Qual mistero più degno dell’onnipotenza divina? Qual trionfo della potenza di Cristo! Beati infinite volte i membri che furono designati e uniti a un simile capo! O Chiesa grande, popolo eletto, assemblea santa, degna di un simile capo e maestro! Nella meditazione di un mistero così profondo, il giudizio delle creature si arresta, il mio intendimento rimane sospeso e la mia lingua ammutolisce.

116. In questo concistoro delle tre divine Persone fu dato e consegnato all’Unigenito del Padre quel libro misterioso dell’Apocalisse e in quel frangente fu composto, firmato e chiuso con i sette sigilli di cui parla l’Evangelista, finché si fosse incarnato. Infatti fu allora che lo aprì, sciogliendone per suo ordine i sigilli mediante i misteri che, a cominciare dalla sua nascita, andò operando nella sua vita e morte, sino ad averli tutti compiuti. Ciò che il libro conteneva era tutto quello che decise la santissima Trinità dopo la caduta degli angeli. Si riferisce all’incarnazione del Verbo, alla legge di grazia, ai dieci comanda menti, ai sette sacramenti, a tutti gli articoli della fede e a ciò che in essi è contenuto, e all’ordine di tutta la Chiesa militante, dando potenza al Verbo affinché, incarnato, come sommo sacerdote e pontefice santo, comunicasse il potere e i doni necessari agli Apostoli e agli altri sacerdoti e ministri della Chiesa.

117. Fu questo il misterioso principio della legge evangelica. In quel trono e concistoro segretissimo si stabilì e si scrisse nella mente divina che sarebbero stati scritti nel libro della vita coloro che avrebbero osservato questa legge, che di qui appunto ebbe origine, essendo così i pontefici e i prelati altrettanti successori o vicari dell’eterno Padre. Da sua Altezza traggono il loro principio i miti, i poveri, gli umili e tutti i giusti. Questa fu ed è la loro nobilissima origine, per cui, quanto ai superiori, si deve dire che chi ubbidisce a loro ubbidisce a Dio e chi disprezza loro disprezza Dio. Tutto questo fu decretato nella mente divina e nelle sue idee, e si diede a Cristo Signore nostro il potere di aprire, a suo tempo, questo libro, che fino ad allora rimase chiuso e sigillato. Nel frattempo l’Altissimo diede il suo patto e le testimonianze delle sue parole divine nella legge naturale e in quella scritta, con opere misteriose, manifestando parte dei suoi segreti ai Patriarchi e ai Profeti.

118. Per queste testimonianze e per il sangue dell’Agnello dice che i giusti vinsero questo drago. Infatti, sebbene il sangue di Cristo nostro Signore sia sufficiente e sovrabbondante perché tutti i mortali vincano il loro accusatore, e sebbene anche le testimonianze e le parole veracissime dei suoi Profeti siano di grande virtù e forza per l’eterna salvezza, tuttavia anch’essi, i giusti, con la loro libera volontà cooperano all’efficacia della passione e redenzione, e delle Scritture, e ne conseguono il frutto, vincendo se stessi e il demonio col cooperare alla grazia. E non lo vinceranno solo in ciò che comunemente Dio comanda e richiede, ma con la sua forza e la sua grazia giungeranno a dare le loro anime e ad esporle alla morte per il Signore, per le sue testimonianze e per acquistare la corona trionfale di Cristo Gesù, così come hanno fatto i martiri a testimonianza e difesa della fede.

119. In vista di tutti questi misteri, il testo aggiunge:

esultate, dunque, o cieli, e voi che abitate in essi. Rallegratevi, perché dovete essere dimora eterna dei giusti, anzi del giusto dei giusti, Cristo Gesù, e della sua santissima Madre. Rallegratevi, o cieli, poiché nessun’altra creatura materiale e inanimata ebbe maggior fortuna di voi, che dovete essere la casa di Dio per i secoli eterni e in essa ricevere come vostra Regina la creatura più pura e più santa che il potente braccio dell’Altissimo abbia fatto. Per questo rallegratevi, si, o cieli, e tutti voi che in essi vivete, angeli e giusti destinati a essere compagni e ministri di questo Figlio dell’eterno Padre, nonché della Madre sua, e membra di questo corpo mistico, il cui capo è lo stesso Cristo. Rallegratevi, o angeli santi, perché col ministero, con i servizi, la difesa e la custodia vostra ai mortali, vi procurerete premi di gloria accidentale. E in particolare san Michele, principe della milizia celeste, si rallegri per aver difeso in battaglia la gloria dell’Altissimo e dei suoi venerandi misteri e per essere stato eletto a ministro dell’incarnazione del Verbo e a singolare testimone dei suoi effetti sino alla fine. Con lui si rallegrino tutti i suoi alleati, difensori del nome di Cristo Gesù e di sua Madre, poiché nell’esercizio di questi ministeri non perderanno affatto il godimento della gloria essenziale che già posseggono. Per tutti questi così sublimi misteri, si rallegrino ed esultino i cieli.

CAPITOLO 10

Si conclude la spiegazione del capitolo dodicesimo dell’Apocalisse.

 

120. Ma guai a voi, terra e mare, perché il diavolo è precipitato sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo. Guai alla terra dove si commetteranno così innumerevoli colpe e scelleratezze! Guai al mare, poiché, al vedere tali offese al Creatore, non scatenò la sua corrente per affogare i trasgressori, vendicando le ingiurie al suo creatore e Signore! Ma guai piuttosto al mare profondo, e indurito nell’empietà, di coloro che seguirono questo diavolo, il quale è disceso a voi per farvi guerra con ira così grande, inaudita e crudele che altra somigliante non ve n’è! È ira di ferocissimo drago e più che di leone divoratore che pretende di annientare tutto e reputa poco tempo i giorni del secolo per sfogare la sua rabbia. Tanta è la sete, tanta la bramosia che egli ha di danneggiare i mortali, che tutto il tempo della loro vita non gli basta, perché deve finire, mentre il suo furore agognerebbe tempi eterni, se si potessero dare, per far guerra ai figli di Dio. Ma sopra a tutti la sua ira ha di mira quella fortunata donna, che gli deve schiacciare la testa. Per questo l’Evangelista prosegue:

121. Or quando il drago si vide precipitato sulla terra, si avventò contro la donna che aveva partorito il figlio maschio. Appena l’antico serpente vide l’infelicissimo luogo e stato in cui, precipitato dal cielo empireo, era caduto, arse tanto più di risentimento e di invidia, rodendosi le viscere quasi come un verme. E contro la donna, Madre del Verbo incarnato, concepì una tale indignazione, che nessuna lingua può esprimere né alcun intelletto umano può comprendere. Ciò si può rilevare da quello che subito avvenne, quando questo drago si trovò precipitato sino agli inferi coi suoi eserciti malvagi; io qui lo riferirò, secondo la mia capacità, e conformemente a come mi fu intellettualmente manifestato.

122. Tutta la prima settimana, di cui riferisce la Genesi, nella quale Dio era intento alla creazione del mondo e delle sue creature, Lucifero e i suoi demoni si trattennero nel macchinare e discutere maligni disegni contro il Verbo che si sarebbe incarnato e contro la donna da cui, incarnandosi, sarebbe nato. Nel primo giorno, che corrisponde alla domenica, furono creati gli angeli e furono date loro leggi e prescrizioni alle quali dovevano obbedire. I malvagi disubbidirono, trasgredendo gli ordini del Signore; di conseguenza, per divina provvidenza e disposizione, accaddero tutte le cose sopra narrate fino al mattino del secondo giorno, corrispondente al lunedì, in cui Lucifero col suo esercito fu scacciato e precipitato. A questa durata di tempo corrisposero quelle stazioni degli angeli, cioè quelle della loro creazione e delle loro opere: battaglia, caduta o glorificazione. Dopo la loro prima esperienza dell’inferno, Lucifero e i suoi, tutti radunati in esso, tennero un conciliabolo, che durò fino al giorno corrispondente al giovedì mattina. In questo tempo Lucifero impiegò tutto il suo sapere e malvolere diabolico nel discutere coi diavoli e architettare come poter maggiormente offendere Dio e vendicarsi del castigo da lui avuto. La conclusione che alla fine trassero fu che la maggior vendetta e ingiuria contro Dio, dato che sapevano che doveva innamorarsi degli uomini, sarebbe stata l’impedire gli effetti di quell’amore ingannando, persuadendo e, per quanto possibile, costringendo gli uomini a perdere l’amicizia e la grazia di Dio, ad essergli ingrati e ribelli alla sua volontà.

123. Diceva Lucifero: «In ciò dobbiamo faticare impiegando tutte le nostre forze, tutta la nostra sollecitudine e scienza. Ridurremo le creature umane al nostro dettame e volere per rovinarle: perseguiteremo questa genia di uomini e li priveremo del premio loro promesso. Impegniamo tutta la nostra vigilanza perché non giungano a vedere il volto di Dio, dato che a noi fu ingiustamente negato. Io ho da riportare su di loro grandi trionfi e tutto distruggerò e ridurrò al mio volere. Seminerò nuove sette ed errori, e leggi in tutto contrarie a quelle dell’Altissimo. Io susciterò in mezzo agli uomini dei profeti e dei caporioni che diffondano le dottrine, che io seminerò tra di loro, e poi a disprezzo del loro Creatore li collocherò con me in questo profondo tormento. Affliggerò i poveri, opprimerò gli afflitti, perseguiterò il misero: seminerò discordie, provocherò guerre, solleverò popoli contro popoli, genererò superbi e arroganti, estenderò la legge del peccato e, dopo che in essa mi avranno ubbidito, li seppellirò in questo fuoco eterno, anzi, confinerò nei luoghi di maggiore tormento quelli che più si alleeranno con me. Sarà questo il mio regno, questo il premio che io darò ai miei servitori».

124. «Farò guerra sanguinosa al Verbo eterno, quantunque sia Dio, poiché sarà anche uomo di natura inferiore alla mia. Eleverò il mio trono sopra il suo e la mia dignità sopra la sua: lo vincerò, lo abbatterò con la mia potenza ed astuzia, e la donna, che deve essere sua Madre, perirà così tra le mie mani. Che è mai una donna per la mia potenza e grandezza? E voi, voi, o demoni, che con me siete ingiustamente oppressi, seguitemi ed ubbiditemi in questa vendetta, come lo faceste nella disubbidienza! Fingete di amare gli uomini per rovinarli, serviteli per ingannarli e distruggerli, assisteteli per pervertirli e trascinarli in questi miei inferi!». Non vi è lingua umana che possa spiegare la furibonda malizia di questo primo conciliabolo, tenuto da Lucifero nell’inferno contro il genere umano, che ancora non esisteva, ma sarebbe esistito. Là si coniarono tutti i vizi e i peccati del mondo, di là sbucarono la menzogna, le sette e gli errori, e ogni specie d’iniquità trasse origine dal caos di quella abominevole congrega, al cui principe servono tutti quelli che operano la malvagità.

125. Finito questo conciliabolo, Lucifero volle parlare con Dio e sua Maestà glielo permise per i suoi altissimi giudizi. Questo avvenne nel modo in cui satana parlò quando chiese di tentare Giobbe, e avvenne nel giorno che corrisponde al giovedì. Parlando col Signore, disse:

«Signore, dato che la tua mano è stata tanto severa con me, castigandomi con così grande crudeltà, e poiché hai determinato tutto quanto hai voluto a favore degli uomini che vuoi creare, e vuoi magnificare e innalzare così tanto il Verbo incarnato, non tralasciando di arricchire coi doni che le prepari quella donna che deve essere sua Madre, usa almeno equità e giustizia. Inoltre, poiché mi desti licenza di perseguitare gli altri uomini, dammela anche perché io possa tentare e osteggiare questo Cristo Dio-uomo e la donna che sarà Madre sua, e dammela in modo che io possa usare in questo tutte le mie forze». Altre cose disse allora Lucifero, e conoscendo che senza il consenso del Signore onnipotente niente avrebbe potuto intraprendere, si umiliò a chiederla, per quanto violenta fosse tale umiltà nella sua superbia, perché l’ira e le brame di conseguire quello che desiderava erano così grandi, che la sua superbia si arrese ad esse, cedendo l’una malvagità all’altra. Ma per tentare Cristo Signore nostro e particolarmente la sua santissima Madre, si sarebbe umiliato infinite volte, benché temesse che lei gli avrebbe schiacciato la testa.

126. Rispose il Signore: «Non devi, satana, chiedere come debito di giustizia un simile permesso e licenza, perché il Verbo incarnato è tuo Dio e Signore onnipotente e supremo, per quanto debba essere unitamente vero uomo, mentre tu non sei che una sua creatura. Infatti, se gli altri uomini peccheranno e per questo si assoggetteranno al tuo volere, tuttavia nel mio Unigenito incarnato il peccato non può aver luogo, e, se farai schiavi della colpa gli uomini, Cristo sarà santo, giusto e separato dai peccatori, i quali anzi, cadendo, saranno da lui sollevati e redenti. Non solo, ma quella donna stessa contro cui covi tanta rabbia, benché creatura e figlia di semplice uomo, nondimeno ho già determinato di preservarla dal peccato e sempre deve essere mia, né per titolo o diritto di sorta voglio che tu abbia mai parte in lei».

127. Satana replicò: «Dunque, quale meraviglia che questa donna sia santa se mai deve avere nemico che la perseguiti e inciti al peccato? Ciò non è equità né retta giustizia, né può essere conveniente, né consigliabile». Lucifero aggiunse altre bestemmie con arrogante superbia, ma l’Altissimo, che tutto dispone con infinita sapienza, gli rispose: «Io ti darò licenza perché tu possa tentare Cristo, che in ciò sarà esempio e maestro per gli altri. Te la do anche per perseguitare questa Donna, ma non potrai stendere la mano su di lei: voglio che Cristo e sua Madre non facciano eccezione in questo, ma che siano tentati da te come gli altri». Il serpente si rallegrò per un simile permesso più che per l’altro che già aveva di perseguitare il genere umano, anzi, per effettuarlo, si propose di impiegare maggior cura – come fece – che in qualsivoglia altra impresa; e non volle affidarla ad altro demonio, ma eseguirla da se stesso. Perciò dice l’Evangelista:

128. Il drago si avventò contro la donna, che aveva partorito il figlio maschio, perché col permesso avuto dal Signore mosse inaudita guerra e persecuzione contro colei che immaginava essere la Madre del Dio incarnato. Dirò a suo tempo quale sorta di lotte e di combattimenti furono questi; per ora dichiaro solamente che furono grandi oltre ogni umano pensare. Non altrimenti fu mirabile il modo di resistervi e gloriosissimamente vincerli, poiché si dice che alla Donna, per difendersi dal drago, furono date le due ali della grande aquila, per volare nel deserto verso il rifugio preparato per lei per esservi nutrita per un tempo, due tempi e la metà di un tempo. Alla Vergine santissima furono date queste due ali prima di entrare in questo combattimento, essendo stata prevenuta dal Signore con singolari doni e favori. Un’ala fu la scienza infusa di grandi misteri che le fu nuovamente data; l’altra fu una nuova e profondissima umiltà, come spiegherò a suo tempo. Con queste due ali innalzò il volo al Signore, luogo suo proprio, perché in lui solo era tutta la sua vita e il suo pensiero. Volò come aquila reale, senza mai piegare il suo volo verso il nemico, essendo sola in questo volo, col vivere distaccata da ogni cosa terrena e creata, e sola col solo ed ultimo fine, che è la Divinità. In questa solitudine fu nutrita con la manna dolcissima e l’alimento della grazia, delle parole divine e dei favori del braccio onnipotente. Per un tempo, due tempi: ebbe questo alimento per tutta la sua vita e in particolare nel tempo in cui affrontò le maggiori battaglie con Lucifero, avendo allora ricevuto favori proporzionati e più grandi; s’intende inoltre l’eterna felicità in cui furono premiate e coronate tutte le sue vittorie.

129. E la metà di un tempo lontano dal serpente. Questo mezzo tempo fu quello che la santissima Vergine trascorse libera dalla persecuzione del drago e senza vederlo, poiché dopo averlo vinto nei combattimenti che ebbe con lui, per divina disposizione se ne stette, vittoriosa, completamente libera. Questo privilegio le fu concesso perché godesse della pace e quiete che si era ben meritata, risultando vincitrice del nemico, come dirò in seguito. Tuttavia, per il tempo in cui durava ancora la persecuzione, dice l’Evangelista:

Allora il serpente vomitò dalla sua bocca come un fiume d’acqua dietro alla donna, per farla travolgere dalle sue acque. Ma la terra venne in soccorso alla donna, aprendo una voragine e inghiottendo il fiume che il drago aveva vomitato dalla propria bocca. Contro questa divina Signora, Lucifero impiegò e indirizzò tutta la sua malizia e le sue forze, perché, di quanti furono da lui tentati, nessuno gli importava tanto quanto la sola Maria santissima. Con l’impeto con cui corre la piena di un grande e spumoso torrente, così e con maggior violenza uscivano dalla bocca del drago le imposture, le scelleratezze e le tentazioni contro di lei. Ma la terra la aiutò, perché la terra del suo corpo e delle sue passioni non fu maledetta, né ebbe parte in quella sentenza di castigo che Dio ci inflisse in Adamo ed Eva, vale a dire che la nostra terra sarebbe stata maledetta e che, restando ferita nella natura col fomite del peccato che incessantemente ci punge e ci combatte, avrebbe prodotto spine anziché frutti. Di tale fomite il demonio si vale per rovinare gli uomini, poiché, trovando dentro di noi queste armi tanto offensive contro noi medesimi, si approfitta delle nostre inclinazioni; così, con lusinghe, allettamenti e inganni, ci attira dietro agli oggetti sensibili e terreni.

130. Al contrario di noi, Maria santissima, che fu terra santa e benedetta dal Signore senza esser toccata da fomite né da altro effetto del peccato, non poté essere minacciata di pericolo da parte della terra; anzi, questa la favorì con le sue inclinazioni ordinatissime, composte e soggette alla grazia. Così aprì la bocca ed inghiotti il torrente delle tentazioni che inutilmente il drago vomitava, perché non trovava in lei terreno favorevole n’é disposizione al peccato, come accade negli altri figli di Adamo. In essi le passioni disordinate e terrene, anziché inghiottire questo fiume, concorrono a produrlo, perché le nostre passioni e la nostra natura corrotta si oppongono sempre alla ragione e alla virtù. Di conseguenza, conoscendo il drago quanto fossero vani tutti i suoi attentati contro quella misteriosa donna, nel testo si dice:

131. Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù. Questo drago, superato gloriosamente in ogni cosa dalla Regina di tutto il creato e, assaggiando già prima del tempo, con questo furioso tormento suo e di tutto l’inferno, la confusione che meritatamente lo attendeva, se ne andò, deciso a muovere una guerra spietata contro le altre anime della progenie di Maria santissima, che sono i fedeli contrassegnati nel battesimo col sangue di Gesù Cristo per custodire le sue testimonianze. Di fatto, vedendo che non potevano ottenere nulla contro Cristo nostro Signore e sua Madre, a maggior ragione tutta l’ira di Lucifero e dei suoi diavoli si rivolse contro la santa Chiesa e i suoi membri, di cui Cristo è capo. Specialmente, poi, e con ira tutta particolare, questo nemico fa guerra alle vergini di Cristo, affaticandosi per distruggere questa virtù della castità verginale, come semente eletta ed eredità della castissima Vergine, madre dell’Agnello. Per questo si dice:

132. E si fermò sulla spiaggia del mare. Questa indica la spregevole vanità di questo mondo, della quale questo drago si sostenta, cibandosene come di fieno. Tali cose avvennero nel cielo e molte furono manifestate agli angeli nei decreti della divina volontà riguardanti i privilegi preparati per la Madre del Verbo, il quale in lei si sarebbe incarnato. Nella spiegazione di ciò che appresi mi sono espressa con poche parole, perché la sovrabbondanza dei misteri fu tale che mi trovai sprovvista di termini adeguati per esprimeili.

CAPITOLO 11

Nella creazione di tutte le cose, l’Altissimo ebbe presente Cristo Signore nostro e la sua santissima Madre; elesse e favorì il suo popolo rappresentando questi misteri.

 

133. Nell’ottavo capitolo dei Proverbi la Sapienza dice di se stessa che era presente quando l’Altissimo disponeva tutte le cose, durante la creazione. Ho detto poco sopra che questa Sapienza è il Verbo incarnato, il quale, quando Dio pensava nella sua mente divina la creazione di tutto il mondo, era presente con la sua santissima Madre. In quell’istante, infatti, non vi era solo il Figlio coll’eterno Padre e lo Spirito Santo nell’unità della divina natura, ma anche l’umanità che doveva assumere era presente al primo posto di tutto il creato, prevista e ideata nella mente divina del Padre, in unione con l’umanità della sua Madre santissima, che gli avrebbe dato la sua stessa carne. In queste due persone furono previste tutte le sue opere. Da ciò l’Altissimo si sentiva come obbligato a non tener più conto, secondo il nostro modo di parlare, di tutto quello con cui il genere umano e gli angeli caduti avrebbero potuto disobbligarlo dal procedere alla creazione di tutto il rimanente del mondo e delle creature che stava facendo a servizio dell’uomo.

134. L’Altissimo guardava al suo Figlio unigenito fatto uomo e alla sua santissima Madre, come a modelli che egli aveva formato con la grandezza della sua sapienza e del suo potere per avvalersene come di originali, dei quali il genere umano sarebbe stato una copia. Voleva che tutti gli uomini, simili a queste due immagini della sua divinità, fossero, mediante questi due esemplari, somiglianti a lui stesso. Creò anche le cose materiali necessarie alla vita umana; fece ciò con molta saggezza affinché alcune servissero anche da simboli per rappresentare, in qualche modo, le due santissime persone di Cristo e Maria, che esse dovevano servire e ai quali Dio mirava principalmente. Con questa intenzione egli fece i due grandi luminari del cielo, il sole e la luna affinché, dividendo il giorno dalla notte, rappresentassero il sole di giustizia, Cristo Gesù, e la sua santissima Madre, bella come la luna, che separano il giorno della grazia dalla notte del peccato. Il sole rischiara la luna ed entrambi illuminano tutte le altre creature, dal firmamento fino all’estremità dell’universo.

135. Creò e perfezionò anche le altre cose, perché dovevano servire a Cristo e a Maria santissima e, grazie a loro, agli altri uomini. Prima di crearli dal niente, imbandì una mensa gustosissima, abbondante, sicura e memorabile, molto più di quella di Assuero. Li voleva creare per sua delizia e per invitarli alla conoscenza del suo amore. Come cortese e generoso Signore, desiderava che il convitato non dovesse attendere, che fosse un tutt’uno l’essere creato e il ritrovarsi assiso alla mensa della divina conoscenza e dell’amore, affinché non ritardasse in ciò che più gli doveva interessare, cioè riconoscere e lodare il suo onnipotente Creatore.

136. Nel sesto giorno della creazione formò e creò Adamo, uomo di quasi trentatré anni, età pari a quella che Cristo, nostro bene, avrebbe avuto alla sua morte; lo fece tanto somigliante alla sua santissima Umanità che nel corpo a fatica si sarebbe distinto, e anche nell’anima lo fece simile a lui. Da Adamo, poi, formò Eva così simile alla Vergine che la imitava in tutte le sue fattezze e nella persona. Il Signore, con sommo gradimento e benevolenza, guardava a questi due ritratti degli originali, che voleva creare a suo tempo, e in vista di quelli diede loro molte benedizioni, felice d’intrattenersi con essi e coi loro discendenti, fino a quando fosse arrivato il giorno della formazione di Cristo e di Maria.

137. Purtroppo il felice stato in cui Dio aveva creato i due progenitori del genere umano durò molto poco: l’invidia del serpente, che spiava la loro creazione, subito si risvegliò contro di loro, anche se non poté vedere la formazione di Adamo e di Eva, come invece vide tutte le altre cose nel momento in cui furono create. In verità il Signore non volle manifestargli l’opera della creazione dell’uomo, né la formazione di Eva dalla costola, anzi gliele tenne nascoste fino a quando ne completò l’opera. Il demonio vide l’ammirabile disposizione dell’umana natura sopra tutti gli altri esseri creati e la bellezza delle anime, nonché la leggiadria dei corpi di Adamo e di Eva. Appena si accorse di ciò e conobbe che il Signore li guardava con paterno amore e che li aveva fatti padroni e signori di tutto il creato lasciando loro la speranza della vita eterna, la sua ira, già grande, infuriò a dismisura. Non c’è lingua che possa esprimere la furia e i movimenti rapidi e improvvisi di quella bestia feroce, aizzata dalla sua invidia, per togliere loro la vita. E, come un leone, l’avrebbe fatto in quell’istante, se non avesse conosciuto che una forza ben più grande lo tratteneva. Macchinava, però, e s’ingegnava per trovare il modo di sbalzarli dalla grazia dell’Altissimo affinché si ribellassero a lui.

138. Qui Lucifero prese un abbaglio: come il Signore da principio gli manifestò che il Verbo si sarebbe fatto uomo nel grembo di Maria santissima, ma non gli svelò né dove né quando, così ora, per la stessa ragione – affinché egli cominciasse ad avvertire l’ignoranza del mistero e del tempo dell’incarnazione – gli nascondeva il modo della creazione di Adamo e della formazione di Eva. Ne seguì che, avendo volto principalmente l’ira e l’attenzione contro Cristo e Maria, ebbe il sospetto che probabilmente Adamo fosse venuto da Eva e questa fosse la Madre e quegli il Verbo incarnato. Sentendo che una forza divina lo tratteneva perché non li facesse morire, in lui cresceva sempre più questo sospetto. Avendo conosciuto i comandi che Dio impose loro – i quali non gli rimasero occulti perché udì il discorso che fece ad Adamo ed Eva – si spense a poco a poco il dubbio, anche perché, mentre ascoltava, investigò l’indole dei due progenitori. Così cominciò fin d’allora, come leone famelico, a circuirli cercando la porta d’entrata delle inclinazioni che via via veniva a conoscere in ciascuno di loro. Fino a quando non si fu disingannato completamente, oscillava tra l’ira contro Cristo e Maria, e il timore di esserne vinto. Quello che soprattutto lo spaventava, era il disonore che gli sarebbe toccato, se chi l’avesse vinto fosse stata la Regina del cielo: non Dio, ma una semplice creatura.

139. Riflettendo dunque sul precetto che Adamo ed Eva avevano ricevuto, iniziò a tentarli armandosi dell’inganno, contrastando, con tutta la sua forza, la divina volontà. Ma non assalì prima l’uomo, bensì la donna, sia perché la conobbe d’indole più delicata e più debole, sia perché andando contro di lei era più sicuro che ella non fosse il Cristo, sia infine perché contro di lei, dopo quel segno che aveva visto nel cielo e la minaccia che Dio gli aveva fatto a riguardo di quella donna, nutriva somma indignazione. Tutto questo lo spinse ad assalire prima Eva di Adamo. La predispose suggerendole molte immaginazioni e molti pensieri travolgenti e disordinati, affinché si ritrovasse molto turbata. Siccome in un’altra parte ho scritto già riguardo a questo, non mi dilungherò nel descrivere quanto violentemente e inumanamente la tentò. Per il mio scopo basta sapere ciò che dicono le sacre Scritture, e cioè che prese la forma di serpente, con la quale parlò ad Eva, che iniziò quella conversazione che non avrebbe dovuto tenere. Così dall’ascoltarlo passò a rispondergli e a credergli; di qui, poi, ad infrangere il comando che le era stato ordinato; e infine a persuadere il marito che lo infrangesse anche lui a danno suo e di tutti, perdendo così, loro e noi, il felice stato in cui l’Altissimo ci aveva posti.

140. Quando Lucifero vide la caduta di entrambi e come la bellezza interiore della grazia e della giustizia originali si erano convertite nella bruttezza del peccato, furono incredibili la pomposa vanagloria e il trionfo che mostrò ai suoi demoni. Ben presto, però, li dovette perdere, quando seppe che, contrariamente ai suoi desideri, l’amore divino si era dimostrato pietoso e misericordioso verso di loro lasciando spazio alla penitenza, oltre che alla speranza del perdono e della grazia, se si fossero disposti ad accoglierli con dolore e contrizione. Anzi, quando Lucifero conobbe che la bellezza della grazia e dell’amicizia di Dio veniva restituita loro, nuovamente tornò a turbare tutto l’inferno vedendo gli effetti del pentimento. Il suo cruccio aumentò ancor più quando udì la sentenza che Dio decretava contro i rei tra i quali anch’egli era compreso; sopra ogni cosa lo tormentò sentir ripetere che la donna gli avrebbe schiacciato la testa, minaccia che aveva già udito in cielo.

141. Dopo il peccato si moltiplicarono i figli di Eva. Si fece, così, la distinzione dei buoni e dei rei, degli eletti e dei reprobi, dei seguaci di Cristo nostro redentore e maestro e di quelli di Satana. Gli eletti seguono il loro capo con la fede, l’umiltà, la carità, la pazienza e con tutte le virtù; per conseguire il trionfo, sono assistiti, aiutati e abbelliti dalla grazia divina e dai doni che lo stesso Signore e riparatore di tutti meritò loro. I reprobi, invece, senza ricevere questi benefici e favori dal loro falso condottiero e senza volere altro premio all’infuori della pena e della confusione eterna dell’inferno, lo seguono con la superbia, la presunzione, l’ambizione, le immoralità e le malvagità introdotte dal padre della menzogna e autore del peccato.

142. Nonostante ciò l’ineffabile benignità dell’Altissimo diede loro la sua benedizione, affinché, in essa, la stirpe umana crescesse e si moltiplicasse. La sua altissima provvidenza permise che il primo parto di Eva portasse le primizie del peccato nell’ingiusto Caino, mentre il secondo parto indicasse, nell’innocente Abele, il riparatore del peccato, Cristo nostro Signore. Cominciò così a presentarlo contemporaneamente come figura e come modello da imitare, affinché, nel primo giusto, si desse inizio alla legge di Cristo e al suo insegnamento, di cui tutti gli altri dovevano essere discepoli in forza della giustizia, anche quando fossero perseguitati ed oppressi dai peccatori, dai reprobi e dai loro stessi fratelli. Per questo si ebbe in Abele la prima prova della pazienza, dell’umiltà e della mansuetudine; in Caino, invece, dell’invidia e di tutte le altre malvagità a beneficio del giusto e a perdizione di se stesso, per il trionfo del cattivo e la sofferenza del buono. Con questi spettacoli si diede il via agli altri che, successivamente, avrebbe rappresentato il mondo, formato dalle due città: Gerusalemme per i giusti e Babilonia per i reprobi, ciascuno con il proprio capo e il proprio condottiero.

143. L’Altissimo volle che, nella peculiarità della creazione, il primo Adamo fosse figura del secondo. Come prima di Adamo creò ed ordinò il regno di tutte le creature delle quali lo fece signore e capo, così, prima di inviare il suo Unigenito, lasciò passare molti secoli, affinché egli trovasse, nella moltiplicazione del genere umano, un popolo di cui essere capo, maestro e vero re, senza che rimanesse un solo momento privo di regno e di vassalli. Questa doveva essere la meravigliosa armonia disposta dalla divina Sapienza, cioè che fosse ultimo nell’esecuzione ciò che era primo nell’intenzione.

144. Avvicinandosi per il mondo il momento in cui il Verbo doveva discendere dal seno dell’eterno Padre per vestire la nostra mortalità, elesse e predispose un popolo scelto e nobilissimo, il più ammirabile che prima e dopo si sia mai visto. In esso, poi, designò una stirpe illustre e santa, dalla quale il Figlio di Dio potesse discendere secondo la carne. Io non mi soffermo a riferire la genealogia di Cristo Signore nostro, perché non è necessario dal momento che è già stata riportata dai santi Evangelisti. Dico solo, a lode dell’Altissimo, che in molte occasioni mi ha mostrato, in vari tempi, il suo incomparabile amore per questo popolo, i favori che operò in esso, nonché i sacri misteri che in tali benefici erano racchiusi e che poi furono manifestati nella santa Chiesa, senza che mai abbia preso sonno il custode d’Israele.

145. Diede Profeti e santi Patriarchi i quali, con immagini simboliche e profezie, ci preannunciarono, da lontano, quello che ora felicemente possediamo, affinché li veneriamo per il loro apprezzamento della legge di grazia e per come la sospirarono e domandarono. Dio manifestò a questo popolo il suo essere immutabile attraverso molte rivelazioni, ed esso lo manifestò a noi per mezzo delle sante Scritture, racchiudendovi immensi misteri, ai quali potessimo pervenire attraverso la fede. Il Verbo incarnato li compì e li rese tutti credibili, lasciando così alla sua Chiesa la dottrina sicura e l’alimento spirituale delle divine Scritture. Quantunque i profeti e i giusti di quel popolo non abbiano potuto gioire di vedere con i propri occhi Cristo, il Signore non fu meno generoso con loro, manifestandosi in profezie e suscitandone l’affetto; affinché sollecitassero la sua venuta e domandassero la redenzione di tutto il genere umano. La sintonia, l’armonia di tutte queste profezie, di tutti questi misteri e sospiri degli antichi Padri, erano per l’Altissimo come un soavissimo concerto che risuonava nell’intimo del suo petto, con cui, secondo il nostro modo d’intendere, ingannava il tempo, o forse lo accelerava, nell’attesa di discendere a dialogare con gli uomini.

146. Per non intrattenermi troppo su quanto il Signore, a proposito di questo, mi ha fatto conoscere, e per giungere presto a quello che desidero raccontare riguardo ai preparativi che il Signore fece per inviare nel mondo il Verbo incarnato e la sua santissima Madre, li accennerò succintamente secondo l’ordine delle divine Scritture. Il libro della Genesi contiene ciò che riguarda l’esordio e la creazione del mondo a favore del genere umano, la divisione delle terre e delle nazioni, il castigo e la restaurazione, la confusione delle lingue, l’origine del popolo eletto, la sua discesa in Egitto, insieme a molti altri e grandi misteri che Dio rivelò a Mosè, per farci conoscere l’amore e la giustizia che fin da principio mostrò agli uomini al fine di attirarli alla sua conoscenza e al suo servizio e manifestare quello che aveva fissato di fare per l’avvenire.

147. L’Esodo contiene ciò che successe in Egitto al popolo eletto, le piaghe ed i castighi che Dio inviò per riscattarlo misteriosamente, l’uscita e il passaggio del Mar Rosso, la legge scritta data con tanti accorgimenti e tante meraviglie, molti altri misteri che Dio realizzò per il suo popolo, affliggendo ora i suoi nemici ora il popolo stesso, castigando gli uni come giudice severo e correggendo gli altri come padre amantissimo, insegnando a riconoscere il beneficio nelle avversità. Grandi meraviglie fece con la verga di Mosè, che prefigurò la croce sulla quale il Verbo incarnato sarebbe stato sacrificato come agnello, rimedio per gli uni e rovina per gli altri; fu figura della croce anche il Mar Rosso, che difese il popolo con muri di acque, e annegò, con le stesse, gli egiziani. Con questi misteri Dio tesseva la vita dei santi, ora di allegrezza, ora di pianto, ora di sofferenza, ora di sollievo e copiava tutto, con infinita sapienza e attenzione, dalla vita e dalla morte futura di Cristo Signore nostro.

148. Nel Levitico si descrivono e stabiliscono molti sacrifici con riti legittimi per placare Dio; essi preannunciavano l’Agnello che si sarebbe sacrificato per tutti, gli stessi che poi anche noi avremmo immolato a sua divina Maestà, non più simbolicamente, ma realmente. Si descrivono anche le vesti di Aronne che fu figura di Cristo, benché quest’ultimo non fosse sacerdote secondo l’ordine inferiore di Aronne, bensì al modo di Melchisedek.

149. I Numeri contengono il cammino nel deserto, prefigurando quello che Dio avrebbe operato nella Chiesa con il suo Unigenito, con la sua santissima Madre e con gli altri giusti che, in diversi modi, sono rappresentati nei fatti della colonna di fuoco, della manna, della pietra da cui zampillò acqua. Contengono anche altri grandi misteri e racchiudono quelli che si riferiscono all’aritmetica, essendoci dei segreti molto profondi.

150. Il Deuteronomio è come una seconda legge, non diversa dalla prima, bensì ripetuta in modo differente e più rappresentativa di quella evangelica. Per il fatto che, per gli occulti giudizi di Dio e per ragioni di convenienza conosciute dalla sua divina sapienza, si doveva ritardare l’incarnazione del Verbo, l’Altissimo rinnovava e ordinava leggi più somiglianti a quella che avrebbe poi stabilita per mezzo del suo Figlio unigenito.

151. Giosuè introduce il popolo di Dio nella terra promessa e gliela assegna oltre il Giordano, operando grandi prodigi, come evidente figura del Redentore, sia per il nome che per le opere. Simboleggia la distruzione dei regni in possesso al demonio, nonché la separazione e divisione dei buoni e dei cattivi che si farà nell’ultimo giorno.

152. Dopo Giosuè, avendo già il popolo preso possesso della terra promessa e desiderata, che in primo luogo e propriamente significa la Chiesa acquistata da Gesù Cristo con il prezzo del suo sangue, vengono i Giudici, dai quali prende nome l’omonimo libro. Questi furono mandati da Dio per governare il suo popolo che, per i suoi continui peccati e la sua idolatria, subiva guerre da parte dei Filistei e degli altri nemici suoi vicini. Dio difendeva e liberava Israele quando ritornava a lui con la penitenza e la conversione. In questo libro si racconta quello che fece Debora, giudicando il popolo e liberandolo da una grande oppressione, e quello che fece Giaèle, la quale collaborò per la vittoria. Furono donne entrambe forti e valorose. Tutte queste storie sono evidente figura e testimonianza di ciò che avviene nella Chiesa.

153. Finito il tempo dei Giudici, Israele domandò i re, perché voleva essere governato come le altre nazioni. Anche i libri dei Re racchiudono grandi misteri sulla venuta del Messia. La morte del sacerdote Eli e del re Saul indica l’aspro giudizio sulla legge antica. Sadok e Davide raffigurano il nuovo regno, il sacerdozio di Cristo e la Chiesa che in rapporto alla totalità degli uomini racchiude in sé solo un piccolo numero. Gli altri re d’Israele e di Giuda, come le ripetute prigionie, rappresentano altri grandi misteri della santa Chiesa.

154. Vi fu a quei tempi il pazientissimo Giobbe. Tutte le sue parole rimandano a misteri riguardanti la vita di Cristo, la risurrezione dei morti, il giudizio ultimo di ciascuno, la forza e l’astuzia del diavolo. Dio pose Giobbe, in primo luogo, come esempio di pazienza per i mortali, affinché tutti apprendessimo da lui come sopportare le fatiche. Noi sappiamo come è avvenuta la morte di Cristo, ma ci fu già un santo che, pur vedendolo da lontano, lo imitò con tanta pazienza.

155. Nei numerosi e grandi Profeti, che Dio inviò al suo popolo al tempo dei re, quando maggiore era il bisogno, si trovano molti misteri che l’Altissimo non tralasciò di rivelare e dichiarare loro perché riguardano la venuta del Messia e la sua legge. Lo stesso fece, ancora prima, con gli antichi Padri e i Patriarchi. Ciò serviva a mostrare continuamente la figura del Verbo incarnato e a preparargli il popolo e la legge che doveva insegnare.

156. Abbondanti e copiose facoltà diede ai tre grandi patriarchi, Abramo, Isacco e Giacobbe, perché lo si chiamasse Dio d’Abramo, d’Isacco e di Giacobbe. Egli volle onorarsi di questo nome per dare onore agli stessi Patriarchi, manifestando la loro dignità e le loro eccellenti virtù, oltre i segreti che aveva loro confidato perché gli dessero un nome così onorevole. Ad Abramo, per rappresentare dal vivo ciò che l’eterno Padre avrebbe operato con il suo Unigenito, chiese di sacrificare Isacco. Mentre l’obbediente padre stava per attuare il sacrificio, il Signore, come glielo aveva comandato, così glielo impedì, affinché la messa in opera di quest’azione così eroica fosse riservata al Padre eterno, che avrebbe sacrificato concretamente il suo Unigenito. Egli volle dimostrare, con il gesto di Abramo, che l’amore per Dio deve essere più forte della morte. Non era conveniente, tra l’altro, che una figura tanto espressiva restasse incompiuta, per cui Abramo sacrificò un ariete, immagine dell’Agnello che doveva togliere i peccati del mondo.

157. A Giacobbe fece vedere quella misteriosa scala densa di significati occulti, dei quali il più grande rappresentava il Verbo fatto uomo, nostra via e scala che conduce al Padre. Per suo tramite la divina Maestà discese tra noi. Per suo mezzo gli angeli, che c’illuminano e custodiscono, ascendono e discendono, conducendoci con le loro mani, affinché le pietre dell’errore, delle eresie e dei vizi non siano di inciampo nel cammino della vita. In mezzo a tali pietre saliamo questa scala con la fede e la speranza della santa Chiesa, la casa di Dio, che altro non è se non la porta del cielo e la santità.

158. A Mosè, per renderlo superiore al faraone e capo del suo popolo, mostrò quel mistico roveto che ardeva senza bruciare, simbolo profetico della Divinità celata dalla nostra umanità, senza che quest’ultima intacchi il divino, né il divino consumi l’umano. Il roveto rappresentava anche la verginità della Madre del Verbo, non solo nel corpo, ma anche nell’anima mai macchiata, che, pur discendendo da Adamo, non fu intaccata dalla colpa originale.

159. Davide, con la grandezza del suo cuore, cantò le misericordie dell’Altissimo includendo nei suoi salmi tutti i doni di Dio e i misteri, non solo della legge di grazia, ma anche di quella scritta e di quella naturale; non tacque le testimonianze, i giudizi, e le opere dell’Altissimo che teneva salde nel suo cuore per meditarle giorno e notte. Perdonando gli oltraggi, volle rappresentare colui che avrebbe perdonato i nostri; così gli furono fatte le promesse più chiare e certe della venuta del Redentore nel mondo.

160. Salomone, re pacifico, e per questo figura del vero re, diffuse, come un fiume, la sua grande sapienza, per manifestare, con diverse forme di componimenti, i misteri e le grazie di Cristo, specialmente nella metafora del Cantico dei Cantici, dove racchiuse gli arcani del Verbo incarnato, della sua santissima Madre, della Chiesa e dei fedeli. Lasciò anche degli insegnamenti morali, che costituiscono la fonte alla quale molti altri scrittori attinsero le acque della verità e della vita.

161. Chi potrà apprezzare degnamente il beneficio di Dio, il quale ci donò, tramite il suo popolo, l’illustre schiera dei santi Profeti, nei quali l’eterna Sapienza versò abbondantemente la grazia della profezia, illuminando la Chiesa con tante luci, che da così lontano ci preannunciassero il sole di giustizia e i raggi che doveva espandere nella legge di grazia con le sue opere? Isaia e Geremia, i due grandi profeti, furono eletti per diffondere in modo sublime i misteri dell’incarnazione del Verbo, la sua nascita, la sua vita e la sua morte. Isaia ci promise che una vergine avrebbe concepito e partorito un figlio, che si sarebbe chiamato Emmanuele, e che un bambino sarebbe nato per noi e avrebbe portato sulle sue spalle il segno della sovranità. Ci annunziò anche il resto della vita di Cristo, con tanta chiarezza, che la sua profezia sembrò un Vangelo. Geremia profetizzò una meraviglia nuova: una donna avrebbe portato nel suo grembo un uomo perfetto che poteva solo essere il Cristo, vero Dio e vero uomo. Annunziò la sua venuta, la sua passione, gli oltraggi che avrebbe subito e la sua morte. Rimango stupita e meravigliata considerando questi profeti. Isaia chiede che, dalla pietra del deserto al monte della figlia di Sion, Dio mandi l’Agnello dominatore della terra; questo agnello, che è il Verbo incarnato, come Divinità stava nel deserto del cielo dove non vi erano uomini. Lo chiama anche pietra per il riposo, per la fermezza e per la quiete eterna che gode. Il monte, dal quale chiede che venga, è misticamente la Chiesa nella quale Maria santissima, figlia della visione di pace, è Sion. Il Profeta la pone al centro affinché il Padre invii l’agnello, suo unigenito Figlio. In tutto il resto del genere umano, nessuno lo può vincolare a fare ciò come tale Madre, che a questo divino agnello deve offrire il corpo per la sua santissima umanità. Questo contiene quella dolcissima preghiera e profezia.

162. Anche Ezechiele vide la vergine Madre come figura o metafora di quella porta chiusa, che solo per il Dio d’Israele si sarebbe aperta e nessun altro uomo sarebbe passato per essa . Abacuc contemplò Cristo Signore nostro in croce e con profonde parole profetizzò i misteri della redenzione, gli ammirabili effetti della passione e morte del Redentore. Gioele descrive la terra delle dodici tribù, figura degli Apostoli, che dovevano essere a capo di tutti i figli della Chiesa. Preannunciò anche la discesa dello Spirito Santo sui servi e le serve dell’Altissimo, specificando il tempo della venuta e della vita di Cristo. Anche tutti gli altri Profeti, ciascuno nei propri messaggi, lo annunciarono, perché l’Altissimo volle che tutto fosse detto, profetizzato e prefigurato abbondantemente da lontano, così che tutte queste ammirabili opere potessero testimoniare il suo amore e la sua sollecitudine per gli uomini, nonché le grazie di cui arricchiva la sua Chiesa, e biasimare la nostra tiepidezza e indifferenza. Gli antichi Padri e Profeti s’infiammarono d’amore solo nell’ombra e nella figura, cantando lode e gloria a Dio; noi invece, che possediamo la realtà e il giorno della grazia, rimaniamo sepolti nell’oblio di tanti benefici; abbandonando la luce, preferiamo le tenebre.

CAPITOLO 12

Con lo sviluppo del genere umano si moltiplicarono sia le preghiere dei giusti per la venuta del Messia sia i peccati. In questa notte dell’antica legge Dio mandò nel mondo due luci che annunziassero la legge di grazia.

 

163. Mentre aumentava di gran numero la discendenza e la stirpe di Adamo, si moltiplicavano i giusti e gli ingiusti, le preghiere dei santi per il Redentore e i delitti dei peccatori immeritevoli di questo beneficio. Il popolo di Dio e la gloria del Verbo che doveva incarnarsi erano già deliberati e la divina volontà operava per la venuta del Messia. Il regno del peccato, nei figli della perdizione, aveva esteso la sua malizia quasi completamente, ma era giunto il tempo opportuno del rimedio. Erano aumentati la gloria e i meriti dei giusti: i Profeti e i santi Padri, illuminati dalla luce divina, ravvisavano la salvezza e la presenza del loro Redentore. Per questo moltiplicavano le loro preghiere, chiedendo a Dio che finalmente si adempissero le profezie e le promesse fatte al suo popolo. Al trono della divina misericordia mostravano la tediosa e lunga notte trascorsa nelle tenebre del peccato dopo la creazione del primo uomo, oltre alla cecità causata dall’idolatria in cui era sprofondato tutto il resto del genere umano.

164. L’antico serpente aveva contagiato tutta la terra e sembrava godere tranquillamente del possesso degli esseri umani. Gli uomini, allontanando lo sguardo dalla luce della stessa ragione naturale o da quella derivante dall’antica legge scritta, invece di cercare il Dio vero, se ne creavano molti falsi, ciascuno a proprio gusto, senza accorgersi di quanto la confusione di tante divinità ripugnava alla perfezione, all’ordine, alla quiete. Questi errori erano diventati un tutt’uno con la malizia, l’ignoranza e la dimenticanza del Dio vero e nessuno rifletteva sull’infermità e sul torpore mortale che si pativa nel mondo, tanto che neppure i poveri afflitti supplicavano per chiedere rimedio a tutto ciò. Regnava la superbia, il numero degli stolti era incalcolabile e l’arroganza di Lucifero pretendeva di ingoiare le acque pure del Giordano.

A causa di queste ingiurie, Dio si vedeva più offeso e meno legato agli uomini, e la giustizia, sua prerogativa, avvallava i motivi per cui annientare tutto il creato facendolo ritornare al suo antico non essere.

165. Allora l’Altissimo, parlando in termini umani, si ricordò della sua misericordia: inclinando il piatto della bilancia della sua incomprensibile giustizia con la legge della clemenza, volle dare maggior peso alla sua bontà, alle suppliche e alle opere dei giusti e dei Profeti del suo popolo, che alla malvagità e alle offese di tutto il resto dei peccatori. Così in quella ingrata e noiosa notte della legge antica deliberò di dare sicure garanzie col giorno della grazia, inviando nel mondo due fulgide luci che annunciassero lo splendore, già vicino, del sole di giustizia, Cristo nostra salvezza. Queste furono san Gioacchino e sant’Anna, pensati e creati dalla divina volontà affinché fossero secondo il suo cuore. San Gioacchino aveva una casa, una famiglia e dei parenti a Nazaret, città della Galilea. Egli fu sempre uomo giusto e santo, illuminato con particolare grazia e luce. Comprendeva molti misteri delle Scritture e degli antichi Profeti; con incessante e fervorosa preghiera chiedeva a Dio l’adempimento delle sue promesse. La sua fede e la sua carità penetravano i cieli. Era uomo molto umile e puro, di santa condotta e grande sincerità, ma assai forte e severo, di incomparabile dignità e onestà.

166. Sant’Anna aveva la sua casa a Betlemme. Era una giovane innocente, umile e bella, e, fin dalla sua fanciullezza, santa, composta e ricolma di ogni virtù. Godeva di grandi e continue mamfestazioni dell’Altissimo e abbandonava il suo cuore alla contemplazione. Era, nello stesso tempo, orante e laboriosa, così che giunse alla pienezza della perfezione delle due forme di vita: attiva e contemplativa. Conosceva le divine Scritture per scienza infusa, comprendendo profondamente i loro misteri nascosti; fu. anche incomparabile nelle virtù della fede, della speranza e della carità. Favorita da questi doni, pregava incessantemente per la venuta del Messia e le sue preghiere furono accette al Signore, tanto che, in modo singolare, egli le rispose che gli aveva rapito il cuore. Con ciò è fuori dubbio che i meriti di sant’Anna, tra i santi dell’Antico Testamento, furono determinanti per accelerare la venuta del Verbo.

167. Questa donna pregò con grande fervore affinché l’Altissimo le desse uno sposo che la aiutasse nell’osservanza della divina legge per essere perfetta nell’adempimento dei suoi precetti. Nel momento in cui sant’Anna chiedeva questo al Signore, egli dispose che anche san Gioacchino facesse la stessa preghiera, cosicché queste due richieste fossero presentate al tribunale della beatissima Trinità, dove furono ascoltate ed esaudite. Per ordine divino si stabilì che Gioacchino ed Anna si sposassero e fossero i genitori di colei che doveva essere la Madre di Dio. Fu inviato l’arcangelo Gabriele affinché manifestasse ad entrambi la volontà divina. A sant’Anna apparve corporalmente, mentre pregava con grande fervore, chiedendo la venuta del Salvatore del mondo e la liberazione degli uomini. Ella vide l’angelo d’immensa bellezza e fulgore, tanto che causò in lei timore e tremore con gioia interiore e luce dello spirito. Sant’Anna si prostrò con profonda umiltà in rispetto al messaggero del cielo, ma egli la trattenne e la confortò, perché doveva generare l’arca della vera manna, Maria santissima, Madre del Verbo eterno. L’arcangelo Gabriele, quando fu inviato a portare questo annuncio, conosceva già il mistero del Signore e la grazia in esso contenuta, benché gli altri angeli del cielo lo ignorassero, perché solo a lui fu fatta questa rivelazione direttamente dal Signore. Non rivelò, però, completamente, a sant’Anna questo grande mistero, ma le chiese attenzione dicendole:

«L’Altissimo ti benedica, o sua serva, e sia la tua salvezza. Dio ha udito le tue preghiere e desidera che tu perseveri in esse chiedendo la venuta dei Salvatore. È suo volere, anche, che tu prenda come sposo Gioacchino, uomo retto di cuore e gradito ai suoi occhi; con lui potrai perseverare nell’osservanza della legge divina e nel suo servizio. Continua le tue preghiere e suppliche, senz’altra preoccupazione, perché il Signore stesso disporrà poi come avverrà tutto questo. Tu intanto cammina per i retti sentieri della giustizia: il tuo cuore sia sempre rivolto al cielo e rimani in attesa della venuta del Messia; rallegrati nel Signore che è la tua salvezza». Detto ciò, l’angelo si sottrasse alla sua vista lasciandola nella luce di molti misteri delle Scritture, confortata e rinnovata nello spirito.

168. A Gioacchino l’angelo non apparve e non parlò di persona come a sant’Anna, ma l’uomo di Dio udì in sogno queste parole: «Gioacchino, sii benedetto dalla divina destra dell’Altissimo, persevera nei tuoi desideri, vivi con rettitudine e cammina verso la perfezione. Il Signore vuole che tu prenda come tua sposa Anna, alla quale egli ha dato la sua benedizione. Abbi cura di lei, stimala come pegno dell’Altissimo e ringrazialo per averla affidata a te». Dopo questo fatto Gioacchino chiese immediatamente in sposa la giovane Anna. Uniti in matrimonio, ubbidirono alla disposizione divina, senza che l’uno manifestasse all’altra il segreto se non dopo che furono trascorsi alcuni anni; ma di questo parlerò in seguito. I due santi sposi vissero a Nazaret procedendo custoditi dal Signore. Le loro opere furono pienezza di virtù perché compiute con rettitudine e sincerità; per questo si resero assai graditi e accetti all’Altissimo senza timore. Dei guadagni e dei profitti dei loro averi ogni anno facevano tre parti. La prima era l’offerta per il Signore nel tempio di Gerusalemme, la seconda veniva distribuita ai poveri, la terza serviva per il mantenimento della vita familiare. Dio accresceva loro i beni temporali, perché li distribuivano con tanta generosità e carità.

169. Essi vivevano senza violare la pace, nella concordia, senza accuse e litigi di sorta. Anna, donna umile, era in tutto soggetta e abbandonata alla volontà di Gioacchino; l’uomo di Dio, da parte sua, imitando devotamente l’umiltà della sua sposa, si preoccupava di prevenire e indovinare le sue intenzioni e, confidando in lei, non fu mai deluso. Vissero in perfetto amore tanto che in tutta la loro vita non ebbero mai un dissenso, poiché vollero sempre venirsi incontro nei loro desideri. Poiché erano uniti nel nome del Signore, l’Altissimo stava in mezzo a loro con il suo amore premuroso. San Gioacchino poi adempì il comandamento dell’angelo di rispettare la sua sposa e di avere cura di lei.

170. Il Signore favorì sant’Anna con larghe benedizioni, concedendole dei doni altissimi di grazia e di scienza infusa che la disponessero alla felice sorte che l’attendeva, cioè esser madre della Madre di Dio. Essendo le opere dell’Altissimo compiutamente perfette, fu conseguente il fatto che egli la rendesse degna di diventare la madre di quella creatura che, in purezza e santità, doveva essere superiore a tutto il creato e inferiore solo a Dio.

171. Questi santi coniugi trascorsero venti anni senza poter avere figli, cosa che, a quel tempo e secondo la cultura di quel popolo, era considerata una sventura. Da parte dei vicini e conoscenti dovettero patire vergogna e disprezzo, considerandosi esclusi dal partecipare alla venuta del Messia che speravano. Ma l’Altissimo, che permise questa umiliazione come prova per predisporli alla grazia che aveva preparato, concesse loro pazienza e fedeltà, affinché seminassero, con lacrime e preghiere, il felice frutto che avrebbero poi raccolto. Fecero grandi suppliche dal profondo del loro cuore, secondo quanto era stato loro comandato dall’alto; al Signore espressero il voto che, se avesse dato loro dei figli, avrebbero consacrato al suo servizio, nel tempio, il frutto della benedizione ricevuta.

172. Questo voto fu espletato sotto uno speciale impulso dello Spirito Santo. Così egli dispose che colei la quale doveva essere la dimora dell’unigenito Figlio di Dio, prima ancora di essere concepita, fosse offerta e affidata dai suoi genitori allo stesso Signore. Se loro prima di conoscerla e crescerla non si fossero impegnati con speciale voto di offrirla al tempio, notando poi la sua amabilità e dolcezza, non avrebbero potuto espletarlo con tanta sollecitudine per il grande amore che le avrebbero portato. A nostro modo di intendere, fu grazie a questo voto che il Signore placò la sua gelosia dovuta al fatto che la sua Madre santissima sarebbe nata da altri, consolandosi, in vista di tale offerta, nell’attesa di crearla.

173. Per un anno intero, da quando il Signore comandò loro di invocarlo, perseverarono con appassionate preghiere, finché avvenne che san Gioacchino, per ispirazione divina, andò al tempio di Gerusalemme per offrire suppliche e sacrifici per la venuta del Messia e perché venissero esauditi i suoi desideri. Trovandosi l’anziano e venerabile Gioacchino con altri del suo popolo ad offrire i soliti doni e le offerte dinanzi al sommo sacerdote, Isaccar, altro ministro del culto di rango inferiore, lo riprese aspramente, perché, essendo sterile, faceva la sua offerta insieme agli altri. Tra le altre cose gli disse:

«Tu, o Gioacchino, cosa ti preoccupi di offrire essendo un uomo inutile? Allontanati da tutti e non irritare Dio con le tue offerte e i tuoi sacrifici, perché non sono a lui graditi». Il sant’uomo, offeso e confuso, con umiltà e amore si rivolse al Signore e gli disse: «Altissimo Signore e Dio eterno, per vostro ordine e volere io venni al tempio; ora chi sta nel vostro luogo mi disprezza. Sono i miei peccati che meritano questa ignominia, ma se da una parte l’accolgo per volere vostro, dall’altra non disprezzate l’opera delle vostre mani». San Gioacchino uscì dal tempio rattristato, sebbene interiormente nella pace e nella tranquillità, e si recò verso una casa di campagna che possedeva. Vi rimase alcuni giorni in solitudine e supplicò il Signore con questa preghiera:

174. «Altissimo Dio eterno, da cui dipende tutta la vita e la salvezza dell’uomo, prostrato al vostro cospetto vi supplico affinché voi, bontà infinita, possiate guardare la pena della mia anima e ascoltare le mie richieste e quelle della vostra serva Anna. Ai vostri occhi i nostri desideri sono palesi: se io non merito di essere esaudito, non vogliate disdegnare l’umile mia sposa. Signore, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, antichi padri nostri, non nascondeteci la vostra pietà; non permettete, voi che siete padre, che io sia tra gli empi e tra coloro dei quali voi respingete le offerte, considerandomi inutile per il fatto che non mi concedete discendenti. Ricordatevi, o Signore, dei sacrifici e delle offerte dei vostri servi e Profeti, miei antichi padri; ricordatevi delle loro opere che furono gradite ai vostri occhi. Dal momento che volete che io, con fede, mi rivolga a voi, che siete potente e ricco di misericordia, concedetemi quello che desidero e chiedo per voi, dato che nel mio domandare vi obbedisco e compio la vostra santa volontà. Se le mie colpe ritardano la vostra misericordia, allontanate da me ciò che non vi è gradito e vi trattiene. Voi siete potente, o Dio d’Israele, tutto quello che volete lo compite senza impedimento. Giungano ai vostri orecchi le mie preghiere: se io sono povero e misero, voi siete infinito e sempre pronto ad usare misericordia verso gli umiliati. E dove me ne andrò lontano da voi, che siete il Re dei re, il Signore dei signori, l’Onnipotente? Avete ricolmato di doni e benedizioni, per generazioni, i vostri figli e servi; a me insegnate a desiderare e attendere dalla vostra generosità quello che avete operato verso i miei fratelli. Se a voi piacerà concedermi ciò che vi domando, offrirò e consacrerò al servizio del vostro santo tempio il frutto della mia discendenza che riceverò dalla vostra mano. Ho affidato il mio cuore e la mia mente alla vostra volontà desiderando allontanare sempre i miei occhi dalla vanità. Fate di me, o Signore, ciò che a voi piace e rallegrate il nostro spirito esaudendo la nostra speranza. Guardate dal vostro trono questa umile polvere, che sono io, e sollevatela, affinché vi glorifichi, vi adori; in tutto io compia la vostra volontà e non la mia».

175. Questa fu la richiesta che Gioacchino fece nel luogo appartato. Nello stesso tempo l’angelo Gabriele rivelò a sant’Anna che sarebbe stata preghiera gradita all’Altissimo, se gli avesse richiesto una discendenza nei figli, con lo stesso amore e la stessa tensione con i quali li desiderava. Quando la santa donna seppe che questa era la volontà divina, e nel medesimo tempo quella del suo sposo, con umile disponibilità e fede si presentò al Signore, pregandolo come le era stato ordinato e disse: «Dio Altissimo, Signor mio, creatore e custode universale di tutte le cose, che la mia anima onora e adora come Dio vero, infinito, santo ed eterno, prostrata davanti a voi desidero parlarvi, benché sia polvere e cenere, per manifestarvi la mia necessità e afflizione. Signore Dio, voi che siete da sempre, fateci degni della vostra benedizione donandoci il frutto santo da offrire al vostro servizio nel tempio. Ricordatevi, o mio Signore, che la vostra serva Anna, madre di Samuele, era sterile, ma per la vostra grande misericordia il suo desiderio fu esaudito. Io sento nel mio cuore una forza che mi dà vigore e mi incoraggia a chiedervi di usare anche con me questa misericordia. Ascoltate, dunque, la mia umile preghiera, dolcissimo Signore e mio sovrano; ricordatevi dei favori, dei doni e dei sacrifici dei miei antichi Padri e dei prodigi che voi operaste in essi con la potenza del vostro braccio. Io, Signore, vorrei offrire un’oblazione a voi gradita e accetta, ma la più grande e la sola che è in mio potere è la mia anima, la forza e i sentimenti ricevuti da voi e tutto ciò che sono. Se guardandomi dal vostro trono mi vorrete donare dei figli, fin da ora li consacro e li offro perché vi servano nel tempio. Signore, Dio d’Israele, se è vostra volontà e beneplacito volgere lo sguardo a questa vile e povera creatura e consolare il vostro servo Gioacchino, concedetemi di farvi questa domanda; in tutto si compia la vostra volontà santa ed eterna».

176. Queste furono le richieste che fecero san Gioacchino e sant’Anna. Pur essendo stata illuminata su di esse e sull’incomparabile santità di questi felici padri, non posso, per mia grande inadeguatezza e incapacità, esprimere tutto quello che ho appreso e sentito, né posso riferire tutto. Non è necessario del resto, essendo già sufficiente per il mio scopo quello che ho detto. Per avere un ampio concetto di questi santi conviene confrontarli col nobile fine per cui furono scelti da Dio, che fu quello di essere progenitori diretti di Cristo Signore nostro e genitori della sua Madre santissima.

CAPITOLO 13

Il santo arcangelo Gabriele annunzia il concepimento di Maria santissima e Dio concede a sant’Anna una speciale grazia.

 

177. Le suppliche dei santi Gioacchino ed Anna giunsero al cospetto della beatissima Trinità. Furono ascoltate e accolte, così che il volere divino fu manifestato ai santi angeli, come se le tre divine Persone parlassero con loro e dicessero: «Per la nostra bontà abbiamo disposto che la persona del Verbo assuma carne umana perché porti la salvezza a tutto il genere umano. Questo è quanto abbiamo manifestato e promesso ai nostri servi, i Profeti, affinché lo annunciassero a tutta la terra. Sono troppi i peccati e le malvagità degli esseri viventi che ci costringerebbero ad usare con rigore la nostra giustizia! Ma la nostra bontà e misericordia è più grande di tutte le iniquità, tanto che queste non bastano ad estinguere la nostra carità. Guardiamo alle opere delle nostre mani create a nostra immagine e somiglianza per essere eredi e partecipi della nostra eterna gloria. Rivolgiamo lo sguardo ai nostri servi e amici che ci hanno dato compiacimento, e a tutti coloro che saranno grandi nel renderci lode. In modo singolare guardiamo colei che sarà eletta fra migliaia, gradita sopra tutte le creature e scelta per la nostra gioia e la nostra soddisfazione, colei che dovrà accogliere nelle sue viscere la persona del Verbo, rivestendola della carne umana e mortale. Dal momento che quest’opera deve avere inizio per manifestare al mondo la ricchezza della nostra divinità, è ora il tempo opportuno perché si compia questo mistero. Gioacchino ed Anna trovarono grazia presso di noi e pietosamente li abbiamo custoditi e predisposti con la virtù dei nostri doni e delle nostre grazie. Essi, messi alla prova nella loro sincerità, rimasero fedeli, e con genuino candore resero le loro anime accette e gradite al nostro cospetto. Vada, dunque, Gabriele come nostro ambasciatore e porti novità di gioia per loro e per tutto il genere umano, manifestando loro che, per nostra somma bontà, sono stati guardati ed eletti».

178. Gli spiriti celesti conobbero questa volontà e decisione dell’Altissimo. L’arcangelo Gabriele, mentre era prostrato in adorazione davanti a lui, come usano fare quegli spiriti purissimi, in atteggiamento di umiltà dinanzi al trono della santissima Trinità, udì una voce proveniente dal trono stesso, che gli diceva: «Gabriele, illumina, rincuora e consola i nostri servi Gioacchino ed Anna; riferisci che le loro preghiere sono giunte a noi e che la nostra clemenza ha esaudito le loro suppliche. Prometti loro che riceveranno un frutto di benedizione sostenuti dalla nostra forza: Anna concepirà e partorirà una figlia alla quale diamo fin da ora il nome di Maria».

179. All’arcangelo Gabriele furono rivelati molti misteri e segreti riguardanti questo messaggio e gli fu comandato di scendere subito dal cielo per comunicarlo. Apparve a san Gioacchino che stava in preghiera e gli disse: «O uomo giusto e retto, il Signore ha visto dall’alto del suo trono i tuoi desideri. Egli ha ascoltato i tuoi lamenti, ha esaudito le tue preghiere e vuole renderti felice sulla terra. Anna, la tua sposa, concepirà e partorirà una figlia che sarà benedetta fra tutte le donne e ritenuta beata da tutte le nazioni. Il Dio eterno, increato e creatore di ogni cosa, retto nei suoi giudizi, forte e onnipotente, m’invia a te, perché ha gradito le tue azioni e le tue elemosine. Dal momento che le opere di carità inteneriscono il cuore dell’Onnipotente e accelerano le sue misericordie, egli vuole generosamente arricchire la tua casa e la tua famiglia donandoti una figlia che Anna concepirà e alla quale lo stesso Signore imporrà il nome di Maria. Fin dalla sua infanzia sarà consacrata al tempio e a Dio, come gli avete promesso. Sarà grande, eletta, potente e piena di Spirito Santo; la sua concezione sarà miracolosa perché Anna è sterile e sarà una meravigliosa fanciulla per quanto riguarda la sua vita e le sue opere. Loda il Signore, o Gioacchino, e glorificalo per un tale beneficio, perché con nessun’altra nazione ha compiuto una così grande opera. Andrai a rendere grazie al tempio di Gerusalemme; come prova della verità della lieta notizia che ti porto, incontrerai alla porta aurea la tua sposa Anna, che andrà al tempio per lo stesso motivo. Intanto ti avverto che questo è uno dei più nobili annunci, perché il concepimento di questa bambina rallegrerà il cielo e la terra».

180. Tutto questo fu rivelato in sogno a Gioacchino, mentre faceva la sua lunga preghiera, proprio come accadde poi a san Giuseppe, sposo di Maria santissima, quando gli fu manifestato che la gravidanza di Maria era opera dello Spirito Santo. San Gioacchino si risvegliò con una grande gioia nel cuore. Con prudenza, semplice e timorosa nello stesso tempo, serbò nel suo cuore il mistero di Dio, abbandonando il suo spirito con viva fede e speranza alla volontà dell’Altissimo. Si recò al tempio, come gli era stato ordinato, per rendergli azioni di grazie e lodare i suoi imperscrutabili giudizi.

181. Mentre a san Gioacchino accadeva questo, Anna era assorta in preghiera e contemplazione, volgendo lo sguardo al Signore e al mistero dell’incarnazione del Verbo eterno, che ella sperava secondo quanto l’Altissimo le aveva rivelato illuminandole la mente. Con profonda umiltà e viva fede fece questa orazione supplicando l’Altissimo affinché accelerasse la venuta del Salvatore dell’umanità: «Altissimo re e Signore di tutto il creato, io misera e spregevole creatura, ma opera delle vostre mani, desidererei offrire la mia vita, che ho ricevuto da voi, affinché vi degniate di abbreviare il tempo che ci separa dalla nostra salvezza. Oh, se la vostra infinita pietà si volgesse alla nostra necessità! Oh, se i nostri occhi potessero vedere il Salvatore e redentore degli uomini! Ricordatevi, o Signore, della misericordia che avete usato nei tempi antichi con il vostro popolo promettendogli il vostro Figlio unigenito e tenete conto dell’impegno che avete preso nella vostra infinita pietà. Che arrivi presto questo giorno tanto desiderato! È mai possibile che l’Altissimo voglia discendere dal suo santo cielo? È mai possibile che voglia scegliersi una madre terrena? Chi sarà mai quella donna così felice e fortunata? Beato chi la potrà vedere! Chi sarà degna di essere la serva delle sue serve? Fortunate le generazioni che la vedranno, che si prostreranno ai suoi piedi e la venereranno! Sarà dolce vederla e ascoltarla! Felici gli occhi che la vedranno, gli orecchi che udranno le sue parole e la famiglia dalla quale l’Altissimo sceglierà la Madre sua! Venga eseguito presto, o Signore, questo ordine: si compia il vostro divino volere».

182. Tale fu la preghiera che sant’Anna fece dopo aver ricevuto la rivelazione di questo ineffabile mistero; colloquiava di tali cose con il suo santo angelo custode, che tante volte e sempre più chiaramente in questa occasione le si manifestò. L’Altissimo volle che l’annuncio del concepimento delia sua Madre santissima assomigliasse, in qualche modo, a quello che si sarebbe poi realizzato nell’incarnazione. Sant’Anna meditava con umile fervore sul mistero di colei che avrebbe dovuto diventare la Madre del Verbo incarnato e la Vergine santissima fece altrettanto per colei che avrebbe dovuto diventare la Madre del Signore, come dirò a suo tempo. L’angelo che portò i due messaggi fu lo stesso, in forma umana, ma si mostrò alla vergine Maria con superiore bellezza e aspetto più misterioso.

183. Il santo arcangelo si presentò, in forma umana, bello e splendente più del sole, a sant’Anna e le disse: «Anna, serva dell’Altissimo, io sono uno degli angeli del consiglio di sua Altezza, inviato dal cielo per la sua divina compiacenza, che guarda gli umili della terra. Buona è l’orazione incessante e l’umile confidenza. Il Signore ha udito le tue richieste, perché egli sta accanto a coloro che lo invocano con viva fede e speranza e lo attendono con pazienza. Se ritarda nell’esaudire le preghiere e le suppliche dei giusti, è per prepararli ad accogliere molto più di quello che chiedono e desiderano. La preghiera e l’elemosina aprono i tesori del re onnipotente e lo spingono ad essere ricco di misericordia verso coloro che lo pregano. Tu e Gioacchino avete chiesto un frutto di benedizione e l’Altissimo ha deciso di donarvene uno ammirabile e santo per arricchirvi di doni divini e concedervi molto più di quanto avete chiesto. Dal momento che vi siete mostrati umili nelle vostre suppliche, egli vuole mostrarsi grande nel concedervi quanto avete domandato, perché gradisce molto la creatura quando chiede con umiltà e confidenza senza coartare il suo infinito potere. Persevera nell’orazione e invoca dall’Altissimo la salvezza del genere umano, senza stancarti e con insistenza. Mosè, con suppliche incessanti, guadagnò la vittoria del suo popolo; Ester con intensa preghiera e confidenza ottenne la salvezza dalla morte; Giuditta, anche lei con l’orazione, fu resa capace di un’opera tanto ardua come difendere Israele, benché fosse una donna delicata e debole. Davide sconfisse Golia perché invocò il nome del Signore. Elia impetrò il fuoco dal cielo per il suo sacrificio e con la sua preghiera aprì e chiuse i cieli. L’umiltà, la fede e le elemosine tue e di Gioacchino sono giunte al trono dell’Altissimo ed egli ha inviato me, suo angelo, a portare delle liete notizie per il tuo cuore perché vuole farti felice e fortunata. Egli ti sceglie come madre di colei che concepirà e partorirà l’Unigenito del Padre e dispone che tu la chiami Maria. Ella sarà benedetta tra le donne e piena di Spirito Santo. Sarà la nube che spanderà la rugiada dal cielo a refrigerio dei mortali; in lei si compiranno le profezie dei vostri antichi Padri. Sarà la porta della vita e della salvezza per i figli di Adamo. Sappi che ho annunziato a Gioacchino che sarà padre di una figlia felice e benedetta; il Signore, però, non gli ha manifestato che ella sarà la Madre del Messia. Per questo tu devi mantenere il segreto; andrai subito al tempio a ringraziare l’Altissimo, perché la sua destra potente ti ha favorita così generosamente. Incontrerai Gioacchino alla porta aurea e lì parlerai con lui di questi eventi. Ma in particolare, o benedetta dal Signore, l’Altissimo vuole arricchirti dei suoi favori più singolari. Nel silenzio parlerà al tuo cuore e darà inizio alla legge di grazia, facendoti concepire colei che rivestirà l’immortale Signore di natura umana. È in questa umanità unita al Verbo che si compirà col suo sangue la vera legge di misericordia»

184. Affinché l’umile cuore di sant’Anna non venisse meno a causa dello stupore e dell’esultanza per l’annuncio che le dava il santo angelo, fu fortificata, nella sua debolezza, dallo Spirito Santo. Così ascoltò ed accolse il messaggio dilatando il suo animo con incomparabile gioia. Subito si alzò e andò al tempio di Gerusalemme, dove incontrò san Gioacchino, come l’angelo aveva detto ad entrambi. E insieme ringraziarono l’Autore di questa meraviglia, offrendo doni particolari e sacrifici; nuovamente furono illuminati dalla grazia del divino Spirito. Così pieni di celeste consolazione se ne tornarono a casa comunicandosi come il santo arcangelo Gabriele aveva parlato a ciascuno di essi riguardo al beneficio con cui il Signore avrebbe dato loro una figlia, la quale sarebbe stata immensamente felice e beata. Fu in questa occasione che si rivelarono anche che lo stesso angelo santo, prima del matrimonio, aveva ordinato ad entrambi di unirsi per volontà di Dio, per servirlo insieme. Per venti anni si erano taciuti questo segreto, fino al momento in cui lo stesso angelo promise loro la nascita di tale figlia. A questo punto fecero nuovamente voto di offrirla al tempio e di andarvi ogni anno in quella data, trascorrendo tutto il giorno in lodi e ringraziamenti e facendo molte offerte. Difatti in seguito adempirono a questo voto e cantarono lodi e benedizioni all’Altissimo.

185. La prudente Anna non rivelò mai, né a san Gioacchino né a nessun altro, il segreto che sua figlia avrebbe dovuto essere Madre del Messia. E il santo padre Gioacchino, durante tutta la sua vita, non seppe altro se non che ella sarebbe stata una donna grande e misteriosa. Peraltro nei suoi ultimi momenti di vita, l’Altissimo gli rivelò la dignità di sua figlia, come dirò più avanti. Mi è stata data una profonda conoscenza delle virtù e della santità dei due genitori della Regina del cielo; non mi trattengo oltre ad esporre cose che noi fedeli dobbiamo supporre, per affrettarmi al mio principale intento.

186. Dopo la prima concezione, quella del corpo della Madre della grazia, e prima di creare la sua anima santissima, Dio fece un singolare favore a sant’Anna. Ella ebbe un’altissima visione intellettuale di sua Maestà, in cui egli, comunicandole grandi rivelazioni e doni di grazia, la dispose e prevenne con larghe benedizioni. Purificandola la spiritualizzò ed elevò la sua anima e il suo spirito così che da quel giorno non si dedicò mai più a cosa umana che potesse impedirle di tenere fisse in Dio la sua mente e la sua volontà, senza perderlo mai di vista. Durante questo beneficio il Signore le disse: «Anna mia serva, io sono il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe: la mia benedizione e la mia luce eterna sono con te. Io formai l’uomo per sollevarlo dalla polvere e farlo erede della mia gloria, anzi partecipe della mia divinità. Io avevo deposto in lui molti doni collocandolo in uno stato perfetto, ma egli diede ascolto al serpente e perse tutto. Ora, per mio solo beneplacito, dimenticando la sua ingratitudine, voglio riparare i suoi danni e compiere quello che ho promesso ai miei servi e Profeti: inviare il mio Unigenito e loro redentore. I cieli sono chiusi e gli antichi Padri non possono vedere il mio volto e ricevere il premio loro promesso, della mia eterna gloria, così che l’inclinazione della mia bontà infinita è come violentata non potendo comunicarsi al genere umano. Vorrei ormai usare con esso la mia munifica misericordia e mandargli la persona del Verbo eterno che si faccia uomo, nascendo da una donna che sia ad un tempo madre e vergine immacolata, pura, benedetta e santa sopra tutte le creature. Ecco io ti faccio madre di questa mia eletta ed unica ».

187. Io non posso spiegare tanto facilmente quale effetto produssero queste parole dell’Altissimo nel cuore di sant’Anna, che fu la prima, tra tutte le creature umane, a ricevere la rivelazione del mistero che la sua figlia santissima sarebbe diventata la Madre di Dio. Era opportuno che lo conoscesse, poiché doveva partorirla ed allevarla come conveniva al tesoro che possedeva. Ella ascoltò con profonda umiltà la voce dell’Altissimo e con cuore docile rispose: «Signore, Dio eterno, è consuetudine della vostra bontà immensa ed opera del vostro braccio potente sollevare dalla polvere chi è povero e disprezzato. Io, o Signore Altissimo, mi riconosco una creatura indegna di tali misericordie e benefici. Che mai potrà fare questo vile vermicello in presenza vostra? Può solo ofirirvi come ringraziamento il vostro stesso essere e la vostra grandezza e come sacrificio la sua anima e le sue forze. Fate di me, o Signore, secondo la vostra volontà, dal momento che mi abbandono totalmente ad essa. Io vorrei essere così degnamente vostra come richiede questo favore; ma che farò io, che non merito neppure di essere la schiava di colei che deve essere madre del vostro Unigenito e figlia mia? So bene, e sempre lo confesserò, che io sono povera; ma ai piedi della vostra grandezza sto aspettando che usiate con me la vostra misericordia, poiché siete Padre pietoso e Dio onnipotente. Rendetemi, o Signore, come mi volete, in ragione della dignità che mi date».

188. Sant’Anna in questa visione ebbe un’estasi meravigliosa nella quale le fu data una profonda conoscenza della legge naturale, di quella scritta e di quella evangelica. Conobbe come la divina natura nel Verbo eterno si doveva unire alla nostra, e come la sua santissima umanità sarebbe stata sollevata all’essere divino, oltre a molti altri misteri che si sarebbero rivelati con l’incarnazione del Verbo. Fu attraverso queste illuminazioni, e altri doni divini di grazia, che l’Altissimo la predispose per il concepimento e la creazione dell’anima della sua figlia santissima e Madre di Dio.

CAPITOLO 14

L’Altissimo manifestò agli angeli il tempo stabilito per la concezione di Maria santissima e scelse alcuni di loro per custodirla.

 

189. Nel tribunale della volontà divina, come principio inevitabile e causa universale di tutto il creato, si decretano tutte le cose che devono essere, con le loro condizioni e circostanze, senza che alcuna sia dimenticata, né possa, una volta stabilita, essere ostacolata dalle potenze create. Il mondo con i suoi abitanti dipende da questo ineffabile governo che concorre con le cause naturali, senza che sia mai mancato o possa mancare niente a ciò che è necessario. Tutto fece Dio e tutto sostiene col suo volere; è lui che fa sussistere tutte le cose o le annienta, facendole tornare al nulla da cui le ha tratte. Le creò per la gloria sua e del Verbo incarnato, così che fin dal principio della creazione aprì i sentieri e dispose le vie attraverso le quali lo stesso Verbo sarebbe sceso a prendere forma umana e a vivere con gli uomini, affinché questi salissero a Dio, lo conoscessero, temessero, cercassero, servissero ed amassero per poi lodarlo e fruirlo eternamente.

190. Il suo nome fu ammirabile su tutta la terra ed esaltato nella piena comunione dei santi con cui costituì un popolo gradito, del quale il Verbo incarnato fosse capo. E quando già tutto era disposto secondo la volontà della sua provvidenza ed era giunto il tempo prestabilito per la creazione della donna meravigliosa vestita di sole, che era apparsa nel cielo e che doveva rallegrare ed arricchire la terra, la santissima Trinità stabilì quello che io, pur nella limitatezza della mia comprensione e delle mie parole, cercherò di manifestare.

191. Ho già detto che per Dio non esiste né passato nè futuro, perché lui ha presente tutto nella sua mente divina e infinita e conosce con un solo e semplicissimo atto della sua volontà. Noi, riducendo tutto ciò secondo il nostro limitato modo di parlare e di intendere, consideriamo che sua Maestà guardò ai decreti che stabilivano di creare una madre confacente e degna perché il Verbo si facesse carne. L’adempimento delle sue leggi è inevitabile. Per questa ragione, essendo ormai giunto il tempo favorevole e stabilito, le tre divine Persone dissero fra loro: «E’ ormai tempo che diamo inizio all’opera del nostro beneplacito, creando quella pura creatura ed anima che deve trovare grazia ai nostri occhi al di sopra di tutte le altre. Dotiamola di ricchi doni e deponiamo in lei sola i più grandi tesori della nostra grazia. Tutte le altre, alle quali demmo vita, furono ingrate e ribelli al nostro volere opponendosi al nostro intento di conservarle nel felice stato originale di quando creammo i primi uomini, cosa che impedirono per loro colpa. Non essendo conveniente che la nostra volontà resti bloccata, creiamo in tutta santità e perfezione questa creatura nella quale non abbia parte alcuna il disordine del primo peccato. Creiamo un’anima secondo i nostri desideri, un frutto dei nostri attributi, un prodigio del nostro infinito potere, che non venga toccata dalla macchia del peccato di Adamo. Facciamo un’opera che sia un oggetto degno della nostra onnipotenza e un esemplare della perfezione che prepariamo per i nostri figli, e sia il fine del disegno che pensammo nella creazione. E poiché hanno tutti trasgredito nella libera volontà e decisione del primo uomo, sia questa sola creatura quella in cui restauriamo ed eseguiamo ciò che perdettero allontanandosi dal nostro volere. Sia ella unica immagine e similitudine della nostra divinità, sia compimento del nostro beneplacito, al nostro cospetto, per tutta l’eternità. In lei depositeremo tutte le prerogative e le grazie che nella nostra prima e condizionata volontà avevamo destinate agli angeli e agli uomini se si fossero mantenuti nello stato originale. Avendole essi perdute rinnoviamole in questa creatura, aggiungendo a questi molti altri doni, affinché il decreto che facemmo non resti del tutto senza effetto, ma migliorato in questa nostra eletta ed unica. Noi avevamo stabilito ciò che era più santo e preparato ciò che era migliore, perfetto e lodevole per le creature, ma esse lo perdettero; liberiamo allora la corrente della nostra bontà a favore di questa diletta esentandola dalla legge comune a tutti i mortali, affinché in lei non sia seminato il cattivo seme del serpente. Io voglio scendere dal cielo nelle sue viscere e in esse rivestirmi, mediante la sua stessa sostanza, della natura umana.

192. È’ giusto e doveroso che la Divinità, bontà infinita, si depositi e si celi in una materia purissima, limpida e non macchiata da colpa. Alla nostra giustizia e provvidenza non sarebbe conveniente tralasciare ciò che è più decoroso, perfetto e santo, per compiere qualcosa di meno perfetto, dal momento che nulla può resistere alla nostra volontà. Il Verbo che si deve incarnare, essendo redentore e maestro degli uomini, deve porre le fondamenta della perfettissima legge di grazia per insegnare loro ad obbedire e ad onorare il padre e la madre, come cause seconde del loro essere naturale. Si vuole che questa legge sia praticata innanzitutto dal Verbo divino, onorando colei che egli si elesse per madre, rendendola degna di sé con braccio potente e favorendola con quanto vi è di più ammirabile, santo ed eccellente in fatto di grazie e doni. Tra questi l’onore e il beneficio più singolare sarà il non assoggettarla ai nostri nemici, né alla loro malizia; così sarà libera dalla morte della colpa.

193. Sulla terra il Verbo deve avere una madre, ma non un padre, come nel cielo ha un padre senza una madre. Come c’è giusta corrispondenza, proporzione e consonanza nel chiamare egli Dio Padre e questa donna Madre, così vogliamo che ci sia la stessa corrispondenza ed uguaglianza possibile tra Dio e la creatura, affinché mai il drago possa gloriarsi di essere stato superiore alla donna, alla quale obbedì Dio come a vera madre. La dignità di essere esente dalla colpa è dovuta e conveniente a colei che sarà la Madre del Verbo; per lei è una grazia maggiormente stimabile e più vantaggiosa, poiché l’essere santa è un bene più grande che l’essere semplicemente madre, nonostante che all’essere Madre di Dio spetti tutta la santità e la perfezione. Davvero la carne umana dalla quale il Verbo dovrà prendere forma, dev’essere libera dal peccato, poiché egli, dovendo redimere i peccatori, non deve riscattare la sua stessa carne, redentrice essa stessa per la sua unione con la divinità. È quindi anticipatamente preservata perché noi abbiamo già previsto e accettato gli infiniti meriti del Verbo in questa stessa carne e natura. Anzi vogliamo che questo tempio, questa gloriosa abitazione della sua umanità, sia per il Verbo incarnato un motivo di gloria per tutta l’eternità.

194. La madre sarà figlia del primo uomo, ma, quanto alla grazia, singolare, libera ed immune dalla colpa di lui. Riguardo alle doti naturali deve essere perfettissima e ammaestrata con speciale provvidenza. Dovendo poi il Verbo incarnato essere maestro d’umiltà e santità attraverso le tribolazioni che dovrà patire – scelte da lui in eredità come, agli occhi nostri, il più apprezzabile tesoro per confondere la vanità e l’ingannevole falsità dei mortali – così vogliamo che questa parte tocchi anche a colei che sarà sua Madre. Ella sarà unica e singolare nella pazienza, ammirabile nel soffrire e col suo Unigenito offrirà un sacrificio di dolore tanto accetto alla nostra volontà e di maggiore gloria per lei».

195. Fu questo il decreto che le tre divine Persone manifestarono agli angeli santi esaltando la gloria e la venerazione dei loro profondi e impenetrabili giudizi. Dio fece agli angeli questa nuova rivelazione della sua grandezza, per consentire loro di scoprire l’ordine ammirabile e l’accordo meraviglioso delle sue opere, poiché la sua divinità è uno specchio che nella stessa visione beatifica manifesta, quando a lui piace, nuovi misteri ai beati. Tutto questo non è altro che la conseguenza di ciò che nei capitoli precedenti ho scritto riguardo alla creazione degli angeli, cioè che Dio aveva detto loro di venerare e riconoscere superiori il Verbo incarnato e la sua santissima Madre. Essendo ora giunto il tempo destinato alla formazione di questa grande Regina, era necessario che il Signore non lo tenesse nascosto, egli che tutto dispone con peso e misura. È’ inevitabile che, da parole umane e così limitate quali sono quelle che io riesco a trovare, resti velata la conoscenza di così segreti misteri che mi ha dato l’Altissimo. Ad ogni modo, secondo la mia capacità, dirò quello che potrò riguardo a quanto il Signore manifestò agli angeli in questa occasione.

196. Sua Maestà disse: «È ormai giunto il tempo stabilito dalla nostra provvidenza per far nascere la creatura più gradita e accetta ai nostri occhi, la restauratrice della prima colpa del genere umano, colei che deve schiacciare la testa al serpente, colei di cui era figura quella singolare donna che, come grande segno, apparve alla nostra presenza, colei che deve rivestire di carne umana il Verbo eterno. S’avvicina già l’ora così felice per gli uomini in cui distribuiremo i tesori della nostra divinità per aprire loro le porte del cielo. Si attenui ormai la severità della nostra giustizia nel castigare, che fino ad ora è stata usata per gli uomini, e si conosca l’attributo della nostra misericordia, arricchendo le creature con i tesori della grazia e dell’eterna gloria che il Verbo incarnato ha meritato.

197. Abbia, infine, il genere umano un riparatore, un maestro, un mediatore, un fratello e un amico che sia vita per i morti, salute per gli infermi, consolazione per chi è nella tristezza, sollievo per gli afflitti, riposo e compagno per i tribolati. Si compiano ormai le profezie dei nostri servi, e si adempiano le promesse di inviare un Salvatore. Allo scopo di eseguire tutto secondo il nostro beneplacito, dando inizio al mistero nascosto fin dalla costituzione del mondo, scegliamo per la formazione della nostra diletta Maria il grembo della nostra serva Anna, affinché in esso sia concepita e creata la sua anima beatissima. Sebbene il suo concepimento e la sua formazione debbano seguire l’ordine comune della procreazione naturale, tuttavia, per quanto riguarda la grazia, si segue un ordine diverso, disposto giustamente dal nostro immenso potere.

198. Già sapete come l’antico serpente, dopo quel grande segno che vide di questa meravigliosa donna, tenda continuamente insidie a tutte le donne, cominciando dalla prima che creammo, e perseguiti con astuzia e frodi quelle che conosce più perfette nella loro vita e nelle loro opere, nella speranza di trovare, tra tutte, quella che gli deve calpestare e schiacciare la testa. Quando, rivolto a questa creatura purissima e senza colpa, la riconoscerà santa, porrà tutti i suoi sforzi nel perseguitarla secondo l’idea che si farà di lei. La superbia di questo drago sarà più grande della sua forza; è nostro volere, però, che voi di questa nostra città santa e di tale tabernacolo del Verbo incarnato abbiate speciale cura e protezione custodendola, assistendola, difendendola dai nostri nemici per illuminarla, confortarla e consolarla con degna cura e riverenza, finché sarà viatrice».

199. A questa proposta dell’Altissimo, i santi angeli, con umiltà profonda e prostrati dinanzi al trono regale della santissima Trinità, si mostrarono sottomessi e pronti al divino mandato. Ciascuno di essi, gareggiando santamente con gli altri, desiderava essere inviato, offrendosi per un così felice ministero. Tutti poi innalzarono all’Altissimo inni di lode e un cantico nuovo, perché stava per giungere l’ora in cui avrebbero visto il compimento di ciò che con ardentissimo desiderio avevano per molti secoli supplicato di vedere. Io conobbi in quest’occasione che, dopo la grande battaglia nel cielo di san Michele col drago e i suoi alleati, nella quale questi ultimi furono precipitati nelle tenebre sempiterne lasciando gli eserciti di san Michele vittoriosi e confermati nella grazia, questi santi spiriti cominciarono subito a chiedere che si compissero i misteri riguardanti l’incarnazione del Verbo, che allora conobbero. Perseverarono in queste ripetute richieste fino al momento in cui Dio manifestò loro il compimento di ciò che desideravano.

200. Per tale ragione essi, sollecitati da questa nuova rivelazione, giubilarono e glorificarono il Signore dicendo: «Altissimo e incomprensibile Dio e Signore nostro, tu sei degno di ogni adorazione, lode e gloria in eterno; noi siamo solo creature create per tua divina volontà. Mandaci, ti supplichiamo, o potentissimo Signore, ad eseguire le tue meravigliose e misteriose opere, affinché si compia in tutto il tuo giustissimo beneplacito». I celesti principi si riconoscevano, con queste manifestazioni, inferiori alla grande donna; desideravano, se fosse stato possibile, essere più puri e perfetti per poter essere più degni di custodirla e servirla.

201. Immediatamente l’Altissimo stabilì coloro che dovevano occuparsi di così nobile incarico; ne elesse quindi cento da ciascuno dei nove cori, per un totale di novecento. Ne scelse altri dodici, i quali, in forma umana visibile ma con simboli della redenzione sulle loro vesti, la potessero assistere nelle cose più ordinarie. Questi sono i dodici angeli che custodivano le porte della città di Gerusalemme, come è descritto nel libro dell’Apocalisse al capitolo ventunesimo. Di questi parlerò in un capitolo successivo. Il Signore, poi, ne destinò altri diciotto di livello superiore perché ascendessero e discendessero dalla scala mistica di Giacobbe con i messaggi della Regina a sua Altezza e di lui a lei. Infatti molte volte la Regina li inviava all’eterno Padre per essere guidata in tutte le sue azioni dallo Spirito Santo, per non fare nulla senza il beneplacito divino a cui si preoccupava di fare riferimento anche nelle cose più piccole. Quando non era informata da illuminazioni particolari, mandava questi santi spiriti a presentare al Signore i suoi dubbi e i suoi desideri per compiere quello che era più gradito alla sua santissima volontà, chiedendo di sapere ciò che le comandava, come dirò poi nel corso di questa Storia.

202. Oltre a tutti questi santi angeli, il Signore assegnò e nominò altri settanta serafini dei più eccelsi e più vicini al trono della Divinità, affinché comunicassero con la Principessa del cielo nello stesso modo in cui comunicano e parlano tra loro e i superiori illuminano gli inferiori. Questo beneficio fu concesso alla Madre di Dio – sebbene fosse superiore per dignità e per grazia a tutti i serafini – perché era viatrice e inferiore agli angeli nella natura. Quando il Signore, a volte, si allontanava o si nascondeva, come vedremo più avanti, i settanta serafini la illuminavano e consolavano. Ella conferiva con loro sui suoi ardenti sentimenti d’amore e sulle sue ansie per quel tesoro nascosto che aveva in sé. Furono scelti per questo beneficio in numero di settanta come corrispondenti agli anni di lei, i quali furono appunto settanta, e non sessanta, come diremo a suo tempo. In questo numero sono compresi quei sessanta prodi che, secondo il terzo capitolo del Cantico dei Cantici, custodivano il talamo di Salomone; erano scelti tra i più valorosi d’Israele, addestrati alla guerra e muniti di spade per i pericoli della notte.

203. La ragione per cui questi principi e valorosi capitani vennero scelti dai supremi ordini gerarchici per custodire la Regina del cielo fu che in quell’antica battaglia tra gli spiriti umili e il superbo drago, essi furono eletti cavalieri nell’esercito del supremo Re, affinché con la spada della sua virtù e della parola divina combattessero e vincessero Lucifero con tutti i suoi seguaci. Questi sommi serafini, in quella battaglia vittoriosa, si distinsero per lo zelo dell’onore dell’Altissimo, come capitani coraggiosi ed esperti nell’amore divino. Queste armi della grazia furono donate a loro per virtù del Verbo incarnato, che riconobbero capo e Signore, difendendo il suo onore insieme a quello della sua santissima Madre. Per questo motivo viene detto che custodivano il talamo di Salomone e gli facevano da scorta, con le spade ai fianchi ad indicare la generazione umana e in essa l’umanità di Cristo Signore nostro, concepita nel talamo verginale di Maria dal suo purissimo sangue e dalla sua sostanza.

204. Gli altri dieci serafini, che mancano per raggiungere il numero di settanta, furono anch’essi partecipi di quell’ordine superiore: contro l’antico serpente manifestarono grande riverenza alla divinità ed umanità del Verbo, oltre che alla sua santissima Madre. Tutto ciò ebbe luogo in quella battaglia dei santi angeli. A coloro che capeggiavano in questa lotta venne concesso, per onore speciale, di essere le guardie della comune Regina e siguora. Tutti insieme formano una schiera di mille angeli, tra serafini ed altri di ordine inferiore. Questa città di Dio fu sovrabbondantemente presidiata per essere difesa dagli eserciti infernali.

205. A capo di questo invincibile squadrone fu posto il principe della milizia celeste, san Michele, il quale, pur non assistendo sempre la sua Regina, molte volte l’accompagnava e le si manifestava. L’Altissimo lo destinò alla custodia della santissima Madre per alcuni particolari misteri, come speciale messaggero di Cristo nostro Signore. Fu finalmente nominato il santo principe Gabriele, affinché, da parte dell’eterno Padre, scendesse tra le legazioni dei santi angeli per dedicarsi ad altri ministeri riguardanti la Principessa del cielo. Questo fu ordinato dalla santissima Trinità affinché la difendesse e custodisse.

206. Tutte queste nomine furono grazia dell’Altissimo. Io intesi che egli, nel farle, osservò un certo ordine di giustizia distributiva, perché usò equità e provvidenza, considerando le opere e la volontà dei santi angeli che accettarono questi misteri rivelati all’inizio intorno all’incarnazione del Verbo e a sua Madre. Nel mostrarsi obbedienti alla divina volontà alcuni espressero inclinazioni ed attenzioni diverse rispetto ad altri nell’esercizio dei misteri che vennero loro proposti. D’altra parte non furono elargite a tutti le stesse grazie, la stessa volontà e gli stessi sentimenti. Alcuni, venuti a conoscenza dell’unione delle due nature, divina e umana, nella persona del Verbo, nascosta nei limiti di un corpo ed innalzata ad essere capo di tutto il creato, ebbero speciale devozione per questo mistero. Altri poi si stupirono che l’Unigenito del Padre si rendesse passibile per il grande amore verso gli uomini, al punto di offiirsi e morire per loro. Un’ultima parte, infine, si distinse nel lodare Dio per la creazione in Maria di un’anima e di un corpo di così sublime eccellenza, superiore a tutti gli spiriti angelici così ché da lei potesse prendere carne il Creatore di tutti. La distinzione degli angeli, addetti ai vari misteri di Cristo e di sua Madre, fu fatta secondo le inclinazioni di ciascuno e in premio di esse, così come verranno santificati coloro i quali in questa vita si saranno distinti per speciali virtù: Dottori, Vergini, ecc.

207. In corrispondenza di tale distinzione i vari angeli, quando si manifestavano alla Madre di Dio, come dirò più avanti, avevano stemmi diversi che rappresentavano rispettivamente i misteri dell’incarnazione, della passione di Cristo Signore nostro, della grandezza e dignità riservate alla stessa Regina. Ella non venne subito a conoscenza di quest’ultimo mistero perché l’Altissimo ordinò agli angeli di non rivelarle che sarebbe divenuta la Madre del suo Unigenito, fino al tempo stabilito dalla sua sapienza. Tuttavia dovevano parlare con lei dei misteri dell’incarnazione e della redenzione per infervorarla e spingerla a fare le sue richieste. È’ impossibile esprimere a parole, e le mie sono limitate, una così alta luce e rivelazione.

CAPITOLO 15

La concezione immacolata di Maria, madre di Dio, in virtù del potere divino.

 

208. La divina Sapienza aveva preparato tutte le cose perché la Madre della grazia fosse senza macchia. Erano già venuti tutti i Patriarchi e i Profeti ed erano già stati innalzati i monti sui quali doveva sorgere questa mistica Città di Dio. Le aveva assegnato, con la forza della sua destra, incomparabili tesori per ornarla ed arricchirla. Aveva costituito mille angeli per presidiarla e custodirla, i quali dovevano servirla da fedeli vassalli come loro regina e signora. La fece discendere da una stirpe regale e nobile e le scelse, per nascere, dei genitori santi e perfetti come non ve ne furono altri in quel secolo. Se ce ne fossero stati altri più idonei per generare una tale figlia che eleggeva per Madre, l’Onnipotente li avrebbe sicuramente prediletti.

209. Venne donata loro abbondante grazia e benedizione dalla sua destra; li arricchì con ogni genere di virtù, con il lume della scienza divina e con i doni dello Spirito Santo. Dopo che i due santi, Gioacchino ed Anna, ebbero conosciuto che sarebbe stata loro donata una figlia ammirabile e benedetta fra le donne, si iniziò l’opera della prima concezione, quella cioè del corpo purissimo di Maria. Quando si sposarono Anna aveva ventiquattro anni e Gioacchino quarantasei. Dopo il matrimonio trascorsero venti anni senza prole e, quando la figlia venne concepita, la madre aveva quarantaquattro anni e il padre sessantasei. Anche se ciò avvenne secondo l’ordine naturale comune, tuttavia la virtù dell’Altissimo le tolse ogni imperfezione lasciandole il necessario e l’indispensabile della natura, perché potesse generare il più eccellente corpo che vi fu e sarà in una semplice creatura.

210. La grazia operò affinché non ci fosse né colpa né imperfezione, solamente virtù e merito. Il concepimento, quantunque naturale e comune, fu però diretto, corretto e perfezionato dalla forza della grazia divina, affinché questa avesse il suo effetto senza impedimento della natura. Fu in sant’Anna che risultò più evidente l’intervento divino, perché era sterile. Senza miracolo non avrebbe potuto concepire dal momento che il concepimento, per via naturale, non ha legami né dipendenza con il soprannaturale, bensì con la sola partecipazione dei genitori i quali, come concorrono naturalmente all’effetto della propagazione, così offrono la materia e intervengono in modo imperfetto e senza misura.

211. In questa concezione il padre, pur non essendo naturalmente infecondo, a causa dell’età era incapace di procreazione. Venne però reso fecondo per virtù divina così che poté partecipare attivamente. Così la natura e la grazia concorsero insieme: la prima in misura necessaria e indispensabile, la seconda sovrabbondante, vigorosa ed efficace, per assorbire la stessa natura, senza confonderla, ma elevandola e migliorandola miracolosamente, affinché si conoscesse che questa concezione avvenne per grazia, con l’apporto della natura solo per quanto era necessario perché questa figliola avesse genitori naturali.

212. Per riparare alla sterilità della santissima madre Anna non le fu restituita la fertilità, ma fu il Signore che operò miracolosamente il concepimento e offrì la condizione per la formazione del corpo. Cessato poi il miracolo di questa straordinaria concezione, la madre rimase nella sua sterilità. Questo intervento divino mi sembra si possa intendere con quello che fece Cristo, Signore nostro, quando san Pietro passeggiò sulle acque. Allora, per sostenerlo, non fu necessario che le acque si indurissero, né che venissero convertite in cristallo o ghiaccio su cui egli potesse passeggiare, come avrebbero potuto fare altri. Senza che venissero convertite in ghiaccio, il Signore permise che sorreggessero il corpo dell’Apostolo per effetto della sua virtù miracolosa. Così, cessato il miracolo, poiché dunque le acque erano rimaste liquide, san Pietro, che vi camminava sopra, cominciò a vacillare e ad affondare.

213. Molto simile a questo, sebbene molto più ammirabile, fu il miracolo del concepimento di Maria santissima. I suoi genitori, protetti dalla grazia, furono ben lontani dalla concupiscenza e dal piacere, per cui, da parte umana in questa concezione non ci fu peccato, perché la divina Provvidenza aveva già prestabilito che essa fosse immacolata. Questo fu un miracolo che l’Altissimo riservò soltanto a colei che degnamente doveva essere sua Madre, perché, se era conveniente che nella sostanza della sua concezione fosse generata secondo l’ordine degli altri figli di Adamo, era anche più conveniente e dovuto che, serbata intatta la natura, concorresse con questa la grazia in tutta la sua virtù e potenza, segnalandosi ed operando in lei più che in tutti i figli di Adamo e in Adamo ed Eva stessi, i quali diedero inizio alla corruzione e alla concupiscenza sregolata.

214. Nella formazione del corpo purissimo di Maria, secondo il nostro modo di intendere, la sapienza e la potenza dell’Altissimo operarono con tanta cura sia nella quantità che nella qualità dei quattro umori naturali – sanguigno, melanconico, flemmatico e collerico – e nella mescolanza perfettissima di questa composizione, in modo che esso agevolasse senza impedimento gli atti interiori di un’anima così santa, quale sarebbe stata quella che avrebbe dovuto dare vita ad esso. Questo miracoloso temperamento fu l’inizio e la causa della serenità e della pace che conservarono le facoltà della Regina del cielo durante la sua vita, senza che alcuno di questi elementi le facesse guerra, la contraddicesse o predominasse sugli altri. Anzi si aiutavano e si servivano reciprocamente per mantenersi in quell’anima senza corruzione. A questa, il corpo di Maria santissima non andò mai soggetto e nulla le venne meno o le sopravanzò. In esso tutto fu sempre, secondo la quantità e la qualità, in equilibrio perfetto.

215. Certamente questo corpo, pur essendo in tutto d’ammirabile composizione, sentiva il disagio delle inclemenze del caldo e del freddo e quello delle altre influenze degli astri. Anzi, quanto più era su misura e perfetto, tanto più lo offendeva qualunque estremo, in quanto aveva meno dell’estremo contrario per difendersi. Tuttavia in una costituzione così ben proporzionata, i contrari trovavano meno da alterare e tanto meno da operare: per la delicatezza il poco era più sensibile che in altri corpi il molto. Quel miracoloso corpo, che si formava nel grembo di sant’Anna, non era capace di doni spirituali prima di avere un’anima, ma lo era dei doni naturali. Questi furono concessi a Maria per ordine e virtù soprannaturali con quelle qualità che erano convenienti alla singolare grazia che le era destinata. Per questo motivo le fu data una struttura così perfetta che la natura da sola non poteva arrivare a formare creature simili.

216. La mano del Signore creò i nostri progenitori Adamo ed Eva con qualità convenienti alla giustizia originale e allo stato di innocenza. Anzi, in tale grado uscirono dalle sue mani migliori di come sarebbero stati i loro discendenti se li avessero avuti in quello stato, perché solo le opere del Signore sono perfette. Allo stesso modo, sebbene in maniera più eccellente, manifestò la sua onnipotenza nella formazione del corpo di Maria santissima. Egli operò con maggiore provvidenza e abbondanza di grazia, perché questa creatura superava non solo i progenitori che avrebbero subito il peccato, ma tutte le altre creature corporali e spirituali. A nostro modo di intendere, Dio ebbe maggior cura nella sola formazione del corpo della sua Madre santissima che non in quella di tutto il mondo celeste e di quanto è racchiuso in esso. Con tale regola si devono cominciare a misurare i doni e i privilegi di questa Città di Dio, dalle prime fondamenta su cui si elevò la sua grandezza, fino ad essere la più immediata e la più vicina all’infinità dell’Altissimo.

217. Quanto fu distante, dunque, il peccato e il fomite da cui risulta, da questa miracolosa concezione! Ciò non fu solo nell’Autrice della grazia, sempre distinta e trattata secondo questa dignità, ma anche nei suoi genitori; nel suo concepimento il peccato fu tenuto a freno e legato affinché non perturbasse la natura, che in quell’opera era inferiore alla grazia e serviva come strumento al supremo Artefice. Egli è superiore alle leggi sia della natura che della grazia. Da qui cominciava già a distruggere il peccato, minando e abbattendo il castello del forte armato per rovesciarlo e spogliarlo di quanto tirannicamente possedeva.

218. Il giorno in cui avvenne la prima concezione, cioè quella del corpo di Maria santissima, era domenica, corrispondente a quella della creazione degli angeli, dei quali ella doveva essere Regina e signora. Per la formazione e la crescita degli altri corpi sono necessari, secondo l’ordine naturale e comune, molti giorni perché si organizzino e abbiano la disposizione richiesta per infondere in essi l’anima razionale. Dicono che per gli uomini ne occorrono quaranta, mentre per le donne ottanta, poco più o poco meno secondo il calore naturale e la disposizione della madre. Invece, nella formazione del corpo di Maria santissima, la virtù divina abbreviò il tempo naturale e ciò che si sarebbe dovuto operare in ottanta giorni, o quanti naturalmente sarebbero stati necessari, si fece in modo perfetto in sette. In questi giorni nel grembo di sant’Anna quel corpo miracoloso fu plasmato e preparato, con la debita crescita, per ricevere la santissima anima della nostra Signora e regina.

219. Il sabato dopo questa prima concezione, si fece la seconda, nella quale l’Altissimo creò l’anima di sua Madre e la infuse nel corpo. Così entrò nel mondo la creatura più santa, perfetta e gradita ai suoi occhi più di quante ne ha create e creerà sino alla fine del mondo o per l’eternità. Fu misteriosa l’attenzione che Dio pose nel far corrispondere quest’opera con quella della creazione di tutto il resto del mondo in sette giorni, come è riferito nella Genesi. Senza dubbio fu qui che egli si riposò, avendo dato compimento a quella immagine nel realizzare l’opera pensata mediante la creazione dell’essere a tutti superiore, con cui dava inizio all’opera dell’incarnazione del Verbo divino e alla redenzione del genere umano. Per Dio e per tutte le creature fu un giorno di grande festa.

220. Per il mistero della concezione di Maria santissima lo Spirito Santo ordinò che, nella Chiesa, il sabato fosse consacrato alla Vergine, come giorno in cui le fu fatto il più grande beneficio: creare la sua santissima anima e unirla al suo corpo, senza peccato originale né effetto alcuno di questo. Il giorno che oggi la Chiesa celebra non è quello della concezione del corpo, ma quello dell’infusione dell’anima dopo la quale stette nove mesi precisi nel grembo di sant’Anna, tempo trascorso dalla concezione fino alla natività di questa Regina. Nei sette giorni che precedettero l’infusione dell’anima, solo il corpo si dispose e organizzò per virtù divina, affinché questa creazione corrispondesse a quella che avvenne al principio del mondo. Fu nell’istante della creazione ed infusione dell’anima di Maria santissima che la beatissima Trinità disse, con affetto e amore più grandi di come riferisce la Genesi: «Formiamo Maria a nostra immagine e somiglianza, come vera nostra figlia e sposa e madre dell’Unigenito della sostanza del Padre».

221. In forza di questa divina parola e dell’amore con cui uscì dalla bocca dell’Onnipotente, fu creata e infusa l’anima nel corpo di Maria santissima. Nello stesso momento fu riempita di grazia e di doni al di sopra dei più alti serafini del cielo: nemmeno per un istante fu priva della luce, dell’amicizia e dell’amore del suo Creatore, o toccata dalle tenebre del peccato originale. La sua giustizia fu, anzi, perfetta e superiore a quella data ad Adamo ed Eva quando furono creati. Ebbe in dono un perfetto uso della ragione proporzionato alle grazie che riceveva, affinché non le tenesse neppure per un istante oziose, ma con esse operasse effetti mirabili e sommamente graditi al suo Signore. Confesso che mi trovo assorta nella luce di questo grande mistero e il mio cuore, per insufficienza di parole, si scioglie in sentimenti di ammirazione e di lode nel silenzio. Ammiro la vera Arca dell’alleanza costruita, abbellita e collocata nel tempio di una madre sterile con maggior gloria di quella posta nella casa di Obed-Èdom e nel tempio di Salomone. Vedo formato l’altare nel Sancta Sanctorum sul quale si deve offrire il primo sacrificio per implorare e placare Dio. Vedo come la natura forza i limiti del suo ordine per raggiungere l’ordine vero, mentre si stabiliscono nuove leggi contro il peccato senza tenere conto di quelle comuni, né della colpa, né della stessa grazia. Vedo, cioè che si stanno formando una nuova terra e dei cieli nuovi, dei quali il primo è il grembo di un’umilissima donna guardata dalla santissima Trinità. Assistono innumerevoli esseri dell’antico cielo e mille angeli sono destinati a custodire il tesoro di un piccolo corpo della dimensione di un’ape.

222. In questa nuova creazione si udì nuovamente risuonare, ma con maggiore forza, la voce del suo Creatore che, soddisfatto della sua opera di onnipotente, disse che era molto buona. Si accosti umilmente la debolezza umana a questa meraviglia e confessando la grandezza del Creatore gradisca il nuovo beneficio elargito a tutto il genere umano nella Corredentrice. Abbia fine ormai lo zelo avverso riconoscendosi vinto dalla forza della luce divina. Se l’infinita bontà di Dio, come mi fu mostrato, nella concezione della sua santissima Madre si sdegnò davanti al peccato originale, gloriandosi di avere una giusta causa ed un’occasione opportuna per distruggerlo ed arrestarne il corso, perché alla sapienza umana sembra bene ciò che per Dio fu ripuguante?

223. Mentre veniva infusa l’anima nel corpo di questa divina Signora, l’Altissimo volle che sant’Anna, madre di Maria, sentisse e riconoscesse in modo eccelso la presenza della Divinità. Fu ripiena di Spirito Santo e fu accesa interiormente di esultanza e devozione superiori alle sue forze umane, tanto che fu rapita in un’estasi sublime in cui fu illuminata riguardo ai più arcani misteri e inneggiò al Signore con nuovi canti di gioia. Questa grazia le fu concessa per tutto il corso della sua vita, ma fu più intensa durante i nove mesi in cui portò nel suo grembo il tesoro del cielo. In questo tempo tali benefici le furono rinnovati e ripetuti più frequentemente con la comprensione delle divine Scritture e dei più profondi misteri racchiusi in esse. O fortunatissima donna, ti chiamino davvero beata e ti lodino tutte le nazioni e le generazioni del mondo!

CAPITOLO 16

L’Altissimo rivestì di virtù l’anima di Maria santissima; ella compì le prime opere nel grembo di sant’Anna. Sua Maestà comincia ad insegnarmi ad imitarla.

 

224. Dio avviò l’impetuoso torrente della sua divinità per rallegrare la mistica città dell’anima santissima di Maria facendolo sgorgare dal fonte della sua infinita sapienza e bontà. L’Altissimo aveva deciso di porre in questa divina Signora i più grandi tesori di grazie e virtù che mai siano stati dati, o saranno dati in eterno ad altra creatura. Quando giunse l’ora di donarli a lei, cioè nel medesimo istante in cui fu concepita, l’Onnipotente, con soddisfazione, esaudì il desiderio che fin dall’eternità aveva come in sospeso, finché non ne fosse giunto il tempo opportuno. Il fedelissimo Signore fece questo: riversò nell’anima santissima di Maria, nell’istante della sua concezione, tutte le grazie e i doni in grado così eminente che nessuno dei santi né tutti insieme vi poterono mai arrivare. Con parole umane tutto ciò non si può manifestare.

225. Sebbene allora fosse ricolmata, come sposa che discendeva dal cielo, di ogni perfezione e di ogni sorta di grazia interiore, non fu necessario che le esercitasse tutte subito, ma solamente quelle che poteva e che erano convenienti allo stato in cui si trovava nel grembo di sua madre. Le prime furono le virtù teologali, fede, speranza e carità, che hanno per oggetto Dio. Ella esercitò subito queste virtù conoscendo la Divinità, le sue perfezioni, i suoi attributi infiniti, la trinità e la distinzione delle Persone, con profonda fede. Questa conoscenza di Dio non ne impedì un’altra che le fu data, come presto dirò. Esercitò anche la virtù della speranza che riguarda Dio come oggetto della beatitudine e come fine ultimo. Quell’anima santissima si sollevò e s’incamminò verso Dio con intensissimi desideri di unirsi a lui senza essersi prima rivolta ad altro e senza vivere un istante solo senza questo movimento interiore. Nello stesso modo e nel medesimo istante, ella esercitò la virtù della carità, che riguarda Dio come infinito e sommo bene, con tale forza e tale stima della divinità che tutti i serafini, nella loro grande veemenza e virtù, non potranno mai giungere a così alto grado.

226. Ebbe poi le altre virtù, che ornano e perfezionano la parte razionale della creatura, nella stessa misura delle teologali; le furono date anche virtù morali e naturali in grado miracoloso e soprannaturale, e nello stesso grado, soltanto però a un livello molto più alto nell’ordine della grazia, le furono infusi i doni e i frutti dello Spirito Santo. Ebbe scienza infusa, sapienza di tutte le scienze e delle arti naturali. Da questo conobbe e seppe tutto il naturale e il soprannaturale che porta alla grandezza di Dio, di modo che fin dal primo istante, nel grembo di sua madre, fu sapiente, prudente, illuminata e capace di comprendere Dio e tutte le sue opere più di quanto lo furono e lo saranno in eterno tutte le altre creature, ad eccezione del suo Figlio santissimo. Una tale perfezione consistette non solo nelle virtù che le furono infuse in così eminente grado, ma anche negli atti che vi corrispondevano secondo la loro condizione ed eccellenza, di modo che nello stesso momento poté esercitarli col potere divino, il quale per ogni bisogno non si pose dei limiti, né si assoggettò ad altra legge se non a quella della sua divina e più che giusta volontà.

227. Di tutte queste virtù e grazie e di quanto operano si dirà molto nel corso della presente Storia della vita santissima di Maria; esprimerò qui solo qualcosa di ciò che operò nell’istante della sua concezione mediante i benefici che le furono dati e la luce che ricevette da essi. Con gli atti delle virtù teologali, come ho detto, della virtù della religione e delle altre virtù cardinali che ne conseguono, conobbe Dio nel suo essere, e come creatore e come glorificatore. Con atti eroici lo riverì, lo lodò, lo ringraziò perché l’aveva creata; lo amò, lo temette e lo adorò offrendogli sacrifici di magnificenza, lode e gloria per il suo essere immutabile. Conobbe i doni che riceveva, nonostante qualcuno le fosse nascosto: per questo rese grazie con profonda umiliazione e con prostrazioni corporali che subito fece nel grembo di sua madre con quel così piccolo corpo. Con tali atti ella ebbe più merito in quello stato che non tutti i santi nel massimo grado della loro perfezione e santità.

228. Ella ebbe un’altra visione e cognizione, superiore agli atti della fede infusa, del mistero della Divinità e della santissima Trinità. Se in quell’istante non la vide intuitivamente come i beati, la vide però astrattivamente con altra luce e visione inferiore a quella beatifica, ma superiore a tutti gli altri modi in cui Dio si può manifestare o si manifesta all’intelletto creato. Le furono mostrate alcune specie o immagini della Divinità così chiare e manifeste, che in esse conobbe l’essere immutabile di Dio e in lui tutte le creature, con maggiore luce ed evidenza di come una creatura può essere conosciuta da un’altra. Queste immagini fecero da specchio chiarissimo che rifletteva tutta la Divinità e in essa le creature: in questa luce e in queste immagini di Dio le vide più distintamente e chiaramente di quanto le conoscesse in se stesse per mezzo della scienza infusa.

229. In tutti questi modi le furono evidenti, fin dalla sua concezione, tutti gli uomini e tutti gli angeli nel loro ordine, le loro dignità e i loro compiti, nonché tutte le creature irragionevoli nelle loro nature e qualità. Conobbe la creazione, lo stato e la rovina degli angeli, la giustificazione e la gloria dei buoni, la caduta e il castigo dei cattivi, la primitiva innocenza di Adamo ed Eva, l’inganno, la colpa e la miseria che ne seguì sia per loro stessi sia per tutto il genere umano, e il decreto della volontà divina per la loro riparazione ormai già disposta e quasi giunta al momento di essere compiuta. Conobbe l’ordine e la natura dei cieli, degli astri e dei pianeti, la qualità e disposizione degli elementi, il purgatorio, il limbo e l’inferno, come tutte queste cose e quelle racchiuse in esse erano state create e conservate dal potere divino, solamente per la sua bontà infinita, senza che ne avesse necessità alcuna. Soprattutto conobbe ciò che Dio avrebbe rivelato del suo mistero facendosi uomo per redimere tutto il genere umano, lasciando i cattivi angeli senza questo rimedio.

230. Mentre l’anima santissima di Maria conosceva per ordine tutte queste meraviglie, nell’istante in cui fu unita al corpo, operava gesti eroici delle varie virtù con incomparabile stupore, lode, glorificazione, adorazione, umiliazione, amore di Dio e dolore dei peccati commessi contro quel sommo Bene che riconosceva autore e fine di tante ammirabili opere. Contemporaneamente offrì se stessa in sacrificio gradito all’Altissimo, cominciando da quel momento a benedirlo, amarlo e riverirlo con fervoroso affetto, per riparare alla mancanza di amore e di riconoscenza da parte sia degli angeli cattivi sia degli uomini. Invitò poi gli angeli santi, ella che già ne era la Regina, ad aiutarla a glorificare il creatore e Signore di tutti, e a pregare anche per lei.

231. In quell’istante il Signore le presentò gli angeli che le assegnava per custodirla: ella li vide e li conobbe, mostrò loro benevolenza ed ossequio invitandoli ad inneggiare con canti di lode all’Altissimo. Li preavvisò che questo sarebbe stato il compito che dovevano svolgere con lei in tutto il tempo della vita mortale, mentre l’assistevano e la custodivano. Conobbe similmente tutta la sua genealogia, tutto il resto del popolo santo eletto da Dio, i Patriarchi, i Profeti e quanto sua Maestà fosse stata meravigliosa nei doni, nelle grazie e nei favori che aveva operati con loro. È’ davvero stupendo che la beatissima Vergine, già fin dal primo istante in cui la sua santissima anima fu creata, nonostante le diverse parti del suo santissimo corpo si distinguessero appena, piangesse di dolore per la caduta del genere umano e versasse lacrime nel grembo di sua madre ben sapendo quanto fosse terribile peccare contro il sommo Bene. Dio, nella sua onnipotenza, operò questo prodigio affinché non le mancasse nessuna eccellenza che potesse tornare a onore di colei che era eletta ad essere Madre di Dio.

232. Per questo miracoloso affetto fece suppliche, fin dal primo istante, per la salvezza del genere umano, assumendo l’ufficio di mediatrice, avvocata e riparatrice. Presentò a Dio il grido dei santi Padri e degli altri giusti della terra, affinché la sua misericordia non ritardasse la salvezza dei mortali, che ella già guardava come fratelli. Ancor prima di vivere tra loro, li amava con ardentissima carità; appena fu concepita cominciò ad essere loro benefattrice per l’amore divino e fraterno che ardeva nel suo infiammato cuore. L’Altissimo gradì tali domande più di tutte le orazioni dei santi e degli angeli; questo fu manifestato a lei, che era creata per essere Madre dello stesso Dio, nonostante ella ignorasse allora questo fine. Conobbe però l’amore dello stesso Signore e il suo ardente desiderio di scendere dal cielo per redimere gli uomini. Ed era giusto che Dio, per affrettare la sua venuta, si mostrasse obbligato, più che da ogni altro, dalle preghiere e richieste di quella creatura per la quale principalmente veniva e dalle cui viscere doveva ricevere la carne, compiendo in essa la sua opera più ammirabile, fine di tutte le altre.

233. Pregò ancora nello stesso istante della sua concezione per i suoi genitori, Gioacchino ed Anna, che, prima di vedere col corpo, vide e conobbe in Dio. Subito esercitò con loro la virtù dell’amore, della riverenza e della gratitudine di figlia, riconoscendoli causa seconda della sua esistenza. Fece anche molte altre domande generali e particolari per differenti necessità. Con la scienza infusa di cui era fornita, compose nella sua mente e nel suo cuore un inno di lode per aver trovato, alla porta della vita, la preziosa dramma che perdemmo tutti fin dal principio. Trovò la grazia che le andò incontro e la Divinità che l’aspettava ai limiti della natura. Le sue facoltà incontrarono, nel primo istante del suo esistere, il nobilissimo Oggetto che le mosse cominciando a porle in esercizio, perché solo per lui erano create. Dovendo essere sue in tutto e per tutto, a lui si dovevano le primizie delle loro attività, cioè la cognizione e l’amore divino. Non vi fu, così, in questa Signora né istante di vita senza conoscere Dio, né cognizione senza amore, né amore senza merito. In questo, niente fu piccolo o misurato con le leggi comuni e le regole generali. Tutto fu grande e tale uscì dalla mano dell’Altissimo, perché ella camminasse, crescesse, ed arrivasse ad essere così magnifica che Dio solo ne fosse maggiore. Oh, che bei passi furono i tuoi, o figlia del principe, dato che col primo di essi giungesti alla Divinità! Bella sei ben due volte, poiché la tua grazia e bellezza è ogni bellezza e grazia. Divini sono i tuoi occhi ed i tuoi pensieri sono come la porpora del re, poiché rapisti il suo cuore e lo legasti, facendolo prigioniero del tuo amore nel santuario del tuo grembo verginale e del tuo cuore.

234. Qui veramente dormiva la sposa del re, e il suo cuore vegliava. Dormivano quei sensi che appena avevano la loro forma naturale e non avevano ancora visto la luce materiale del sole; intanto quel divin cuore, più incomprensibile per la grandezza dei suoi doni che per la piccolezza della sua conformazione, vegliava nel talamo di sua madre con la luce della Divinità che lo irraggiava, infiammandolo nel fuoco del suo immenso amore. Non conveniva che in questa divina creatura le facoltà inferiori dell’anima operassero prima di quelle superiori, né che l’operare di queste fosse inferiore o uguale a quello delle altre creature. Infatti, se l’operare corrisponde all’essere di ciascuna cosa, colei che da sempre era superiore a tutte in dignità ed eccellenza, doveva operare con proporzionata superiorità rispetto ad ogni creatura angelica o umana. Non le doveva mancare l’eccellenza degli spiriti angelici, i quali nel momento in cui furono creati fecero subito uso delle loro facoltà, perché questa stessa grandezza e prerogativa le era dovuta, come a colei che era creata per essere loro Regina e signora. Le spettava, anzi, con vantaggi tanto più grandi, quanto la dignità di Madre di Dio è superiore a quella di suo servo e il nome di Regina a quello di vassallo, poiché a nessuno degli angeli il Verbo disse: «Tu sei mia madre»; né qualcuno di loro poté mai dire a lui: «Tu sei mio figlio». Soltanto tra Maria e il Verbo eterno ci fu questa comunicazione e questa vicendevole corrispondenza. In ragione di ciò si deve misurare e ponderare la grandezza di Maria, come fece l’Apostolo con quella di Cristo.

235. Nello scrivere questi misteri del Re, quando già è un onore rivelare le sue opere, confesso la mia limitatezza di donna e mi affliggo perché parlo con termini comuni e vuoti, che non arrivano a definire ciò che intendo nella luce di cui è investita la mia anima in tali misteri. Per non avvilire tanta grandezza sarebbero necessarie ben altre parole ed espressioni particolari e appropriate, ma la mia ignoranza non le trova. E quando le possedesse, sarebbero troppo elevate per l’umana debolezza. Essa si riconosca inferiore ed impotente a fissare il suo sguardo su questo sole divino, che con raggi di divinità viene al mondo, sebbene coperto dalla nube del grembo materno di sant’Anna. Se tutti desideriamo che ci sia data l’opportunità di avvicinarci a contemplare questa meravigliosa visione, andiamoci nudi e liberi: gli uni dalla naturale pusillanimità, gli altri dal timore, benché il tutto sia mascherato dall’umiltà. Andiamoci poi con somma devozione e pietà, lontani dallo spirito di discordia, così che ci sia dato di vedere da vicino, in mezzo al roveto, il fuoco della Divinità, senza esserne consumati.

236. Ho detto che l’anima santissima di Maria, quando fu concepita, vide in modo astrattivo la divina Essenza, dal momento che non mi fu data luce per dire ch’ella vide la gloria quale veramente è. Con ciò intendo esprimere che questo privilegio fu solo della santissima anima di Cristo per l’unione sostanziale con la Divinità nella persona del Verbo, affinché rimanesse sempre unita con essa per mezzo delle facoltà dell’anima per somma grazia e gloria. E come Cristo nostro bene cominciò ad essere contemporaneamente uomo e Dio, così cominciò a conoscere Dio e ad amarlo come comprensore. Ma l’anima della sua Madre santissima non era unita sostanzialmente alla Divinità, e così non agì subito come beata, poiché entrava nella vita per essere viatrice. Essendo la più vicina all’unione ipostatica, ebbe tuttavia una visione di poco inferiore a quelia beatifica, ma superiore a tutte le altre visioni e rivelazioni della Divinità avute dalle creature, eccettuata la chiara visione con la piena fruizione. La visione di Dio, che ebbe la Madre di Cristo nel primo istante, sia per alcune modalità sia per alcune qualità, eccelse su quella chiara di altri, in quanto ella conobbe più misteri astrattivamente, che non altri con visione intuitiva. Il non aver visto, però, la Divinità faccia a faccia nel momento della sua concezione, non significa che poi non l’abbia veduta molte volte nel corso della sua vita, come in seguito dirò.

Insegnamento che mi diede la Regina del cielo su questo capitolo

 

237. Ho detto sopra come la Regina e madre di misericordia mi aveva promesso che, quando sarei giunta a scrivere le prime azioni delle sue facoltà e virtù, m’avrebbe istruita affinché riflettessi la mia vita nello specchio purissimo della sua: è questo l’intento principale del suo rivelarsi a me. Questa gran Signora, fedelissima nelle sue parole e sempre vicina a me con la sua presenza, quando cominciò a rivelarmi tali misteri, iniziò a mantenere la sua promessa in questo capitolo, come fece ugualmente negli altri. Così io scriverò alla fine di ogni capitolo ciò che sua Altezza m’insegnerà, come faccio ora.

238. Figlia mia, io voglio che, dallo scrivere i misteri della mia santissima vita, tu raccolga per te stessa il frutto che desideri. Voglio che il premio della tua fatica sia la maggior purezza e perfezione della tua vita, se con la grazia dell’Altissimo ti disponi ad imitarmi, mettendo in pratica ciò che udrai. Questa è anche la volontà del mio Figlio santissimo: che tu applichi le tue forze a compiere ciò che io t’insegnerò, facendo attenzione, con tutta la stima del tuo cuore, alle mie virtù ed opere. Ascoltami con accuratezza e con fede, perché io ti dirò parole di vita eterna, t’insegnerò il massimo della santità e della perfezione cristiana e quello che è maggiormente accetto agli occhi di Dio. Da questo momento comincerai a prepararti per ricevere la luce nella quale intuirai chiaramente gli occulti misteri della mia santissima vita e la dottrina che desideri. Prosegui questo lavoro e scrivi ciò che a tal fine t’insegnerò. Or dunque ascolta.

239. La creatura che indirizza il suo primo movimento a Dio, quando riceve l’uso della ragione, compie un atto di giustizia verso di lui, così che, conoscendolo, lo possa amare, riverire e adorare come suo creatore e Signore unico e vero. I genitori hanno l’obbligo naturale di guidare i loro figli fin da bambini in questa conoscenza, indirizzandoli con cura perché subito cerchino il loro ultimo fine e lo incontrino attraverso i primi atti della ragione e della volontà. Dovrebbero essere attenti ad allontanarli dalle ingenuità e burle puerili, alle quali la stessa natura corrotta li inclina se si lasciano agire senza alcun educatore. Se i padri e le madri prevenissero questi inganni e questi costumi non buoni dei loro figli, e fin dalla loro giovane età li ammaestrassero sul loro Dio e creatore, questi sarebbero preparati a conoscerlo e ad adorarlo. La santa mia madre, che ignorava la mia sapienza e il mio stato, fece con me tutto questo così puntualmente e per tempo che, portandomi nelle sue viscere, adorava in mio nome il Creatore, tributandogli per me atti di somma riverenza e rendendogli grazie per avermi creata. Lo supplicava anche che mi custodisse, difendesse e liberasse dallo stato in cui io allora mi trovavo. Similmente i genitori devono chiedere con fervore a Dio che disponga con la sua provvidenza che le anime dei bambini arrivino a ricevere il battesimo e siano libere dalla schiavitù del peccato originale.

240. Se poi la creatura ragionevole non avesse riconosciuto e adorato il Creatore al momento dell’uso della ragione, deve farlo nel momento in cui lo conosce per mezzo della fede. Non deve, però, fermarsi qui; anzi l’anima dovrà impiegare questa conoscenza per non perderlo mai di vista, per temerlo sempre, amarlo ed onorarlo. Quanto a te, figlia mia, hai ottemperato questo dovere d’adorazione verso Dio in tutto il corso della tua vita; ma ora voglio che tu lo adempia ancora meglio come io te lo insegnerò. Fissa lo sguardo interiore della tua anima nell’essere di Dio, che non ha né principio né fine, e contemplalo infinito negli attributi e nelle perfezioni. Egli solo è la vera santità, il sommo bene, l’oggetto nobilissimo della creatura, colui che diede l’essere a tutte le cose create e che, senza averne alcun bisogno, le sostenta e governa. Egli è la somma bellezza senza macchia, né difetto alcuno; egli è eterno nell’amore, veritiero nelle parole, fedelissimo nelle promesse; egli è colui che diede la sua stessa vita, abbandonandosi ai tormenti per il bene delle sue creature, senza che alcuna lo abbia meritato. In questo immenso campo di bontà e di benefici, dilata la tua vista ed impegna le tue forze per non dimenticarlo e non allontanarti da lui. Sarebbe una scortesia e slealtà se, dopo aver conosciuto in questo modo il sommo Bene, lo dimenticassi con esecrabile ingratitudine. Tale sarebbe la tua, se dopo aver ricevuto una maggiore luce divina della fede, superiore a quella comune, traviassi il tuo intelletto con la tua volontà dalla via dell’amore divino. Se qualche volta, per tua debolezza, tu ti trovassi in questa situazione, torna subito a ricercare la strada con prontezza e diligenza; umiliata, adora l’Altissimo dandogli onore, magnificenza e lode eterna. Bada bene che devi considerare come tuo proprio compito fare questo incessantemente per te e per tutte le altre creature, e voglio che tu te ne mostri sempre sollecita.

241. Per esercitarti in questo con più forza, medita nel tuo cuore ciò che sai che ho fatto, e come quella prima visione del sommo Bene lasciò il mio cuore ferito d’amore. Per questo mi diedi tutta a lui per non perderlo, vivendo sollecita, mai riposando, ma camminando fino a raggiungere il centro dei miei desideri ed affetti, perché, essendo infinito l’oggetto, l’amore non vuole essere finito, né deve riposare fino a che non lo possieda. Alla conoscenza di Dio e all’amore per lui deve seguire la conoscenza di te stessa, pensando e riflettendo sulla tua pochezza e viltà. Sappi che queste verità bene intese, ripetute e meditate, producono divini effetti nelle anime. Udite queste ed altre parole della Regina, dissi a sua Maestà:

242. «Signora mia, di cui sono schiava e a cui, per esserlo nuovamente, mi dedico e mi consacro, non senza motivo il mio cuore, per vostra materna degnazione, bramava ardentemente questo giorno nel quale potessi conoscere l’ineffabile altezza delle vostre virtù nello specchio delle vostre divine opere e udire la dolcezza delle vostre salutari parole. Confesso, Regina mia, con tutto il mio cuore, di non avere compiuto opera buona per meritare in premio questo beneficio. Penso che scrivere la vostra santissima vita sia piuttosto un’opera d’eccessiva audacia, tanto che non meriterei perdono, se non lo facessi unicamente per obbedire alla vostra volontà e a quella del vostro Figlio santissimo. Accogliete, o mia Signora, questo sacrificio di lode e parlate: la vostra serva vi ascolta. Risuoni, dolcissima Signora mia, nei miei orecchi la vostra soavissima voce, dal momento che voi avete parole di vita. Proseguite così, o mia Padrona, il vostro insegnamento, affinché in questo mare immenso delle vostre perfezioni il mio cuore si dilati ed abbia degna materia per lodare l’Onnipotente. Nel mio petto arde quel fuoco che la vostra pietà ha acceso, per desiderare ardentemente ciò che la virtù ha di più santo, di più puro e di più accetto agli occhi vostri. Nel profondo di me sento la legge della carne contrastare quella dello spirito; ciò mi causa ritardo od imbarazzo e giustamente temo che m’impedisca il bene che voi, o pietosissima Madre, mi offrite. Guardatemi, dunque, o Signora mia, come figlia istruendomi come discepola, correggendomi come serva e costringendomi come schiava se dovessi tardare o resistere. Non voglio che accada questo, ma purtroppo per debolezza cadrò. Io alzerò gli occhi per conoscere l’essere di Dio, con la divina sua grazia controllerò i miei affetti, così che si innamorino delle sue infinite perfezioni; se lo raggiungo non lo lascerò più. Però voi, Signora e madre della conoscenza e del bell’amore, chiedete a vostro Figlio e mio Signore che non mi abbandoni, dal momento che si mostrò generosissimo nel favorire la vostra umiltà, o Regina e signora di tutto il creato.

CAPITOLO 17

Proseguendo il mistero della concezione di Maria santissima mi fu fatta comprendere la prima parte del capitolo ventunesimo dell’Apocalisse.

 

243. Il beneficio della concezione immacolata di Maria santissima racchiude tanti e così imperscrutabili misteri che, per rendermi più capace di penetrarlo, sua Maestà me ne rivelò molti di quelli che san Giovanni pone nel capitolo ventunesimo dell’Apocalisse, rimettendomi alla comprensione che di essi mi era data. Per dichiarare qualcosa di ciò che mi fu manifestato, dividerò la spiegazione di quel capitolo in tre parti, al fine di evitare un poco la molestia che potrebbe causare se si trattasse tutto insieme. Darò prima la versione letterale, che è la seguente:

244. Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: «Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il �Dio-con-loro�. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate». E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»; e soggiunse:

«Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci. Ecco sono compiute! Io sono l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine. A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita. Chi sarà vittorioso erediterà questi beni; io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio. Ma per i vili e gl’increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e zolfo. È’ questa la seconda morte».

245. Questa è la prima delle tre parti del testo letterale ed io la spiegherò in questo capitolo dividendola nei suoi versetti. Vidi poi – dice l’Evangelista – un nuovo cielo e una nuova terra. Essendo già uscita Maria santissima dalle mani di Dio onnipotente e trovandosi così già nel mondo la materia immediata da cui si sarebbe formata l’umanità santissima del Verbo che doveva morire per l’uomo, l’Evangelista dice che vide un cielo nuovo e una nuova terra. Non senza grande proprietà poterono chiamarsi cielo nuovo quella natura e il seno verginale in cui e da cui si formò. In questo cielo, infatti, Dio cominciò ad abitare in un modo nuovo, ben differente da quello in cui aveva fino allora abitato nel cielo antico ed in tutte le creature. Si chiamò cielo nuovo anche quello dei santi dopo il mistero dell’incarnazione, poiché da questa ebbe origine per esso la novità di venire abitato dai mortali, cosa che prima non accadeva, e di venire rinnovato dalla gloria dell’umanità santissima di Cristo, nonché da quella della sua purissima Madre. Tale gloria fu tanto grande, dopo quella essenziale, che bastò per rinnovare i cieli e dare loro nuova bellezza e splendore. Benché qui stessero gli angeli buoni, questa era già come cosa antica e vecchia, per cui fu grande novità che l’Unigenito del Padre con la sua morte restituisse agli uomini il diritto alla gloria perduto per il peccato e li introducesse nel cielo, da cui erano stati esclusi, impotenti a riacquistarlo da se stessi. Siccome questa novità per il cielo cominciò da Maria santissima quando l’Evangelista la vide concepita senza il peccato, che impediva tutto ciò, questi disse che aveva visto un nuovo cielo.

246. Vide anche una nuova terra, perché la terra antica di Adamo era maledetta, macchiata e rea della colpa e della condanna eterna, mentre la terra santa e benedetta di Maria fu terra nuova, scevra dalla colpa e dalla maledizione di Adamo. Fu terra talmente nuova che dall’epoca della prima formazione, cioè quella di Adamo ed Eva, non si era vista né conosciuta al mondo altra terra nuova sino a Maria santissima. Fu terra talmente nuova e scevra dalla maledizione di quella antica e vecchia che in questa terra benedetta si rinnovò anche tutta l’altra dei figli di Adamo. Veramente per la terra benedetta di Maria, e con essa ed in essa, restò benedetta, rinnovata e vivificata quella di Adamo, che fino allora era stata maledetta ed era invecchiata nella sua maledizione. Si rinnovò tutta per Maria santissima e per la sua innocenza. Essendo cominciato in lei questo nnnovamento della natura umana e terrena, san Giovanni dice che in Maria concepita senza peccato vide un cielo nuovo ed una terra nuova. Quindi prosegue:

247. Perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi. Venendo al mondo ed apparendo in esso la nuova terra ed il nuovo cielo di Maria santissima e di suo Figlio, uomo e Dio vero, era conseguente che sparissero l’antico cielo e la terra invecchiata della natura umana e terrena con il peccato. Ci fu un nuovo cielo per la Divinità nella natura umana, che, preservata e libera dalla colpa, dava una nuova abitazione al medesimo Dio mediante l’unione ipostatica nella persona del Verbo, mentre cessò di esistere il primo cielo, che Dio aveva creato in Adamo, ma che si era macchiato rendendosi inadatto ad essere abitato da Dio. Questo scomparve e subentrò un altro cielo nuovo con la venuta di Maria. Cominciò anche ad esistere un nuovo cielo della gloria per la natura umana, non perché fosse stato rimosso o fosse scomparso l’empireo, ma perché questo cessò di essere senza uomini come era stato per tanti secoli. Quanto a questo, cessò di essere il primo cielo e divenne un cielo nuovo per i meriti di Cristo, che già cominciavano a risplendere nell’aurora della grazia, Maria santissima sua madre. Così, scomparvero il primo cielo e la prima terra, che sino allora era stata senza rimedio. Anche il mare non c’era più, poiché con la venuta di Maria santissima e di Cristo venne meno il mare di abominazioni e peccati che inondava il mondo e sommergeva la terra della nostra natura. In verità, il mare del sangue di Cristo sovrabbondò e superò quello dei peccati, essendo di valore tale che in comparazione nessuna colpa ha peso. Se i mortali volessero approfittare di questo mare infinito della misericordia divina e del merito di Gesù Cristo nostro Signore, cesserebbero di esistere tutti i peccati del mondo, essendo l’Agnello di Dio venuto per cacciarli e distruggerli tutti.

248. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Poiché tutti questi misteri cominciavano da Maria santissima e si fondavano su lei, l’Evangelista dice che la vide sotto la forma della città santa di Gerusalemme, parlando della regina con questa metafora. Gli fu concesso di vederla in tale forma affinché conoscesse meglio il tesoro che ai piedi della croce gli era stato raccomandato ed affidato e lo custodisse con degna stima; infatti, anche se nessuna predisposizione del discepolo poteva essere tale da supplire alla mancanza della presenza del Figlio della Vergine, poiché san Giovanni prendeva il suo posto, era conveniente che fosse illuminato in modo conforme alla dignità ed all’ufficio che riceveva venendo sostituito al Figlio naturale.

249. La santa città di Gerusalemme, per i misteri operati da Dio in essa, era il simbolo più conveniente di colei che era sua Madre, nonché centro e compendio di tutte le meraviglie dell’Onnipotente. Per questa stessa ragione è simbolo anche della Chiesa militante e di quella trionfante. La vista dell’aquila generosa che fu Giovanni si estese a tutte queste cose, per la corrispondenza e l’analogia che hanno tra loro queste mistiche città di Gerusalemme, ma contemplò soprattutto la Gerusalemme suprema che è Maria santissima, in cui stanno raccolte e riepilogate tutte le grazie, le meraviglie, i doni e le virtù della Chiesa militante e di quella trionfante. Tutto quello che fu operato nella Gerusalemme di Palestina e tutto ciò che essa ed i suoi abitanti significano si trova racchiuso in Maria purissima, città santa di Dio, in modo più mirabile ed eccellente che nel resto del cielo, della terra e di quanti lì vivono. La chiama nuova Gerusalemme per la novità di tutti i suoi doni, della sua grandezza e delle sue virtù, causa di nuova meraviglia per i santi; inoltre, perché venne dopo tutti i Padri antichi, i Patriarchi e i Profeti ed in lei si compirono e rinnovarono le loro voci, i loro oracoli, le loro promesse; ancora, perché viene senza il contagio della colpa e discende dalla grazia secondo un ordine tutto nuovo, distante dalla comune legge del peccato; infine, perché entra nel mondo trionfando sul demonio e sul primo inganno, e questa è la cosa più nuova che si sia vista nel mondo dal suo principio in poi.

250. Essendo ciò del tutto nuovo sulla terra e non potendo provenire da questa, san Giovanni dice che discendeva dal cielo. Anche se secondo l’ordine comune della natura discese da Adamo, non venne per la via battuta ed ordinaria della colpa per la quale erano passati tutti i suoi predecessori, figli di quel primo delinquente. Per questa sola Signora ci fu un decreto a parte nella divina predestinazione e si aprì un nuovo sentiero attraverso il quale venisse al mondo con il suo Figlio santissimo, senza essere compagna nell’ordine della grazia ad alcun altro mortale e senza che alcun altro fosse compagno a lei ed a Cristo nostro Signore. Così, scese nuova dal cielo della mente e della determinazione di Dio. Dalla terra, macchiati da essa, discendono tutti gli altri figli di Adamo, mentre questa Regina di tutto il creato venne dal cielo, discendendo solo da Dio per l’innocenza e la grazia. Comunemente diciamo che uno viene da quella casa o prosapia da cui discende e discende da dove ha ricevuto il suo essere. Ora, l’essere naturale che Maria santissima ricevette da Adamo si ravvisa appena nel contemplarla madre del Verbo eterno e quasi a lato dell’eterno Padre per la grazia e la partecipazione alla sua divinità che ricevette per tale dignità. Questo è in lei l’essere principale, per cui l’altro, quello che ha dalla natura, risulta accessorio e secondario. Per questo, l’Evangelista fissò lo sguardo su quello principale, che scese dal cielo, e non su quello accessorio, che venne dalla terra.

251. Prosegue dicendo che era pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Per il giorno del matrimonio i mortali cercano il maggiore ornamento e l’abbigliamento più elegante che si possano trovare per abbellire la sposa terrena e non importa che i gioielli più ricchi si abbiano in prestito, purché niente le manchi. Quindi, se confessiamo, come è necessario confessare, che Maria purissima fu sposa della santissima Trinità ed allo stesso tempo madre della persona del Figlio e che per tali dignità fu adornata e preparata dal medesimo Dio onnipotente, infinito e ricco senza misura e limiti, quale ornamento, quale preparazione, quali gioielli saranno quelli con cui egli impreziosì la sua sposa e madre perché divenisse degna sposa e degna madre? Avrà forse riservato qualche gioiello nei suoi tesori? Le avrà negato qualche grazia di quelle con cui il suo potente braccio avrebbe potuto arricchirla ed abbellirla? L’avrà lasciata brutta, scomposta, macchiata in qualche parte o per qualche istante? Sarà stato scarso od avaro con la madre e sposa sua colui che elargisce prodigiosamente i tesori della sua divinità a tante anime che rispetto a lei sono meno che serve, meno che schiave della sua casa? Tutte loro confessano, con il medesimo Signore, che una sola è l’eletta e la perfetta, che le altre devono riconoscere, testimoniare e magnificare come immacolata e fortunatissima fra le donne e della quale piene di ammirazione con giubilo e lode domandano: «Chi è costei che sorge come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come schiere a vessilli spiegati?». È’ Maria santissima, unica sposa e madre dell’Onnipotente, che discese nel mondo adorna e preparata come sposa della beatissima Trinità, per il suo sposo e figlio. Questo arrivo ed ingresso nel mondo avvenne con tanti doni della Divinità che la sua luce la rese più vaga dell’aurora, più bella della luna, più eletta e singolare del sole, senza che nessuna a lei si potesse paragonare, più forte e potente di tutti gli eserciti del cielo e dei santi. Discese adornata e preparata per Dio, che le diede tutto ciò che egli volle, volle darle tutto ciò che poté e poté darle tutto ciò che non era essere Dio, sebbene fosse quanto di più vicino alla sua divinità e di più distante dal peccato potesse trovarsi in una semplice creatura. Questo ornamento fu intero e perfetto; non sarebbe stato tale se le fosse mancato qualcosa e le sarebbe mancato se fosse esistita qualche istante senza l’innocenza e la grazia. Forse, senza questa, sarebbe bastato a renderla così bella che l’ornamento ed i brillanti della grazia fossero posti sopra un volto deforme, macchiato dalla colpa, o sopra una veste sudicia ed indecente? Vi sarebbe rimasta sempre qualche imperfezione, per cui, per quanti accorgimenti si fossero usati, non si sarebbe mai potuto togliere l’ombra o il segno della macchia. Tutto ciò era poco conveniente per Maria, madre e sposa di Dio, e quindi anche per lui, che non l’avrebbe affatto adornata e preparata con amore di sposo né con attenzione di figlio, se per vestire la madre e sposa sua avesse cercato una stoffa macchiata e vecchia, mentre ne aveva in casa una ricca e preziosa.

252. È’ ormai tempo che l’intelletto umano si estenda e si dilati per onorare la nostra grande Regina e chi avesse opinioni contrarie su tale punto, fondate su percezioni diverse, si ritiri e si trattenga dallo spogliarla dell’ornamento della sua purezza immacolata nell’istante della sua divina concezione. Per la forza della verità e della luce in cui vedo questi ineffabili misteri, confesso una e più volte che tutti i privilegi, le grazie, le prerogative, i favori ed i doni di Maria santissima, incluso quello di essere madre di Dio – per come mi sono fatti conoscere – dipendono ed hanno origine dall’essere stata immacolata e piena di grazia nella sua concezione purissima, cosicché senza questo beneficio tutti gli altri apparirebbero informi e mancanti ovvero come un sontuoso edificio senza fondamento solido e proporzionato. Hanno tutti relazione secondo un certo ordine e collegamento con la purezza ed innocenza della concezione. Per questo si è dovuto necessariamente toccare tante volte questo mistero nel corso di questa Storia, cominciando dai decreti divini sulla formazione di Maria e del suo Figlio santissimo in quanto uomo. Non mi dilungo più su questo, ma avverto tutti che la Regina del cielo apprezzò talmente l’ornamento e la bellezza che il suo Figlio e sposo le diede nella sua purissima concezione che in proporzione di tale stima sarà la sua indignazione contro chi con ostinazione e perfidia pretenderà di spogliarla di ciò, infliggendole tale macchia mentre il suo Figlio santissimo si è degnato di manifestarla al mondo così adorna e bella, per gloria sua e speranza dei mortali.

253. Udii allora una voce potente che usciva dal trono:

«Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro ». La voce dell’Altissimo è grande, forte, soave ed efficace per muovere ed attirare completamente a sé la creatura. Tale fu questa voce che san Giovanni udì uscire dal trono della santissima Trinità. Essa gli rapì tutta l’attenzione che era richiesta, dicendogli di fissare lo sguardo sul tabernacolo di Dio, affinché mediante il raccoglimento conoscesse perfettamente il mistero che gli veniva palesato vedendo la dimora di Dio con gli uomini: egli avrebbe vissuto con loro, sarebbe stato il loro Dio ed essi suo popolo. Tutto questo mistero era racchiuso nel vedere Maria santissima discendere dal cielo nella forma che ho detto, perché, stando questa dimora di Dio nel mondo, conseguiva che lo stesso Dio venisse a stare con gli uomini, vivendo ed abitando in essa senza allontanarsene. In verità, fu come dire all’Evangelista: «Il re ha già la sua casa e corte nel mondo, per cui è evidente che andrà ad abitare in essa». Ma in che modo abiterà in tale dimora? Prendendo da essa stessa la forma umana, per passare nel mondo ed abitare con gli uomini, essere loro Dio ed essi suo popolo, come eredità di suo padre ed allo stesso tempo di sua madre. Del Padre eterno fummo eredità per il suo Figlio santissimo non solo perché in lui e per lui creò tutte le cose e le diede a lui in eredità nell’eterna generazione, ma anche perché come uomo egli ci riscattò nella nostra stessa natura, facendoci suo popolo e sua eredità paterna e rendendoci suoi fratelli. Per la stessa ragione della natura umana fummo e siamo eredità legittima della sua santissima Madre, perché ella gli diede la forma della carne umana con cui ci acquistò per sé. Per questo ella, essendo sua Madre e figlia e sposa della santissima Trinità, veniva ad essere signora dell’intero creato, che il suo unigenito doveva ereditare. Certamente ciò che concedono le leggi umane, essendo basato sulla ragione naturale, non doveva mancare in quelle divine.

254. Uscì questa voce dal trono regale per mezzo di un angelo che mi parve dicesse all’Evangelista: «Fa’ bene attenzione e guarda la dimora di Dio con gli uomini, in cui vivrà con loro ed essi saranno suo popolo. Egli diventerà loro fratello prendendo la loro forma per mezzo di questo tabernacolo che è Maria, che vedi scendere dal cielo per la sua concezione e formazione». Noi possiamo rispondere con lieto sembiante a questi cortigiani del cielo che la dimora di Dio sta molto bene con noi, perché è nostra ed attraverso di essa diverrà nostro anche Dio. In essa riceverà vita e sangue da offrire per noi, facendoci suo popolo, vivendo con noi come in sua casa e dimora, poiché lo riceveremo come sacramento, resi così a nostra volta sua dimora. Siano contenti, questi divini spiriti e principi, di essere fratelli più grandi e meno bisognosi degli uomini. Noi siamo i piccoletti e deboli che abbiamo bisogno dei doni e dei favori del nostro Padre e fratello. Venga nella dimora della Madre sua e nostra, prenda la forma della carne umana dalle sue viscere verginali; la Divinità si rivesta e viva con noi ed in noi. Teniamocelo così vicino che egli sia nostro Dio e noi suo popolo e sua dimora. Ne stupiscano gli spiriti angelici e, rapiti da tali meraviglie, lo benedicano; godiamolo noi mortali, accompagnandoli nella medesima lode di ammirazione e di amore. Ora il testo continua:

255. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi, non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate. Mediante il frutto della redenzione umana, di cui ci fu dato pegno certo nella concezione di Maria santissima, si asciugarono le lacrime che il peccato aveva provocato negli occhi dei mortali. Per questo, per coloro che approfitteranno delle misericordie dell’Altissimo, del sangue e dei meriti di suo Figlio, dei suoi misteri e sacramenti, dei tesori della sua Chiesa e dell’intercessione della sua santissima Madre, non ci sarà morte, né dolore, né pianto, avendo cessato di esistere la morte causata dal peccato ed avendo avuto fine tutto ciò che da essa era conseguito. Il vero pianto se ne andò negli abissi con i figli della perdizione, dove non è rimedio. Il dolore delle tribolazioni temporali, poi, non è pianto né dolore vero, ma apparente; esso sta bene insieme alla vera e somma allegrezza ed anzi, accolto di buon animo, è di inestimabile valore. Come pegno di amore lo scelse per sé, per sua Madre e per i suoi fratelli lo stesso Figlio di Dio.

256. Neppure vi saranno grida e voci di lamento, perché i giusti ed i saggi sull’esempio del loro Maestro e della Madre umilissima devono imparare a tacere, come fa la semplice pecorella quando è condotta ad essere vittima e sacrificio. Al diritto che ha la fragile natura di cercare qualche sollievo in grida e lamenti devono rinunciare gli amici di Dio, che vedono sua Maestà, loro capo ed esempio, umiliato sino alla morte obbrobriosa della croce per riparare i danni della nostra poca capacità di soffrire e di sopportare. Di fronte ad un simile esempio, come si può permettere alla nostra natura di alterarsi e lamentarsi nelle tribolazioni? Come le si può accordare di muoversi in modo disordinato e contrario alla carità, mentre Cristo viene a stabilire la legge dell’amore fraterno? L’Evangelista torna a dire che non ci sarà più dolore, perché, se ne doveva restare uno negli uomini, era quello della cattiva coscienza, ma come rimedio a questo male fu medicina così soave l’incarnazione del Verbo nelle viscere di Maria santissima che già esso è piacevole e causa di allegrezza. Anzi, neanche merita il nome di dolore, perché contiene in sé il sommo e vero gaudio e con la sua introduzione nel mondo passarono le cose di prima, cioè i dolori ed i rigori inefficaci della legge antica, poiché si temperarono e terminarono con l’abbondanza della legge evangelica nel dare la grazia. Per questo, soggiunge: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Questa voce venne da Colui che stava assiso sul trono, poiché egli stesso si dichiarò artefice di tutti i misteri della nuova legge del Vangelo. Poiché questa novità cominciava da una cosa così singolare e non pensata dalle creature come l’incarnazione dell’Unigenito del Padre in una Madre vergine e purissima, era necessario che, se tutto doveva essere nuovo, non vi fosse in lei alcuna cosa vecchia, come è il peccato originale, antico quasi quanto la natura, per cui, se la madre del Verbo che stava per incarnarsi lo avesse avuto in sé, Dio non avrebbe fatto nuove tutte le cose.

257. E soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci. Ecco, sono compiute!». Per parlare umanamente, Dio soffre vivamente della dimenticanza delle grandi opere d’amore che egli fece per noi con la sua incarnazione e con la redenzione degli uomini. Perciò, in memoria di tanti benefici ed in riparazione della nostra ingratitudine, comanda che si scrivano. Così i mortali dovrebbero scriverle nei loro cuori e temere l’offesa che commettono contro Dio con una così villana ed esecrabile dimenticanza. Benché sia vero che i cattolici hanno fede in tali misteri, con la noncuranza che mostrano nel gradirli e con quella che fanno supporre nel dimenticarli, pare che tacitamente li neghino, vivendo come se non li credessero. Quindi, affinché abbiano un accusatore della loro triste ingratitudine, il Signore dice che queste parole sono certe e veraci. Ed essendo veramente tali, si vedano il torpore e la grettezza dei mortali nel non convincersi di verità che, come sono fedelissime, sarebbero efficaci per muovere il cuore umano e vincerne la ribellione, quando come vere e fedelissime si fissassero nella memoria, si ruminassero in essa e si ritenessero certe, infallibili ed operate da Dio per ciascuno di noi.

258. Per altro, non essendo i doni di Dio soggetti a pentimento, poiché non ritratta il bene che fa anche se disobbligato dagli uomini, dice che già è compiuto, quasi lasciasse intuire che, sebbene per la nostra ingratitudine lo abbiamo irritato, non vuole retrocedere nel suo amore. Anzi, avendo inviato al mondo Maria santissima senza la colpa originale, già dà per compiuto tutto quanto appartiene al mistero dell’incarnazione. Trovandosi, infatti, Maria purissima sulla terra, non pare che il Verbo eterno possa restare nel solo cielo senza scendere a prendere carne umana nel suo seno. Assicura maggiormente ciò soggiungendo: «Io sono l’Alfa e l’Omèga, la prima e l’ultima lettera, che come principio e fine racchiude la perfezione di tutte le opere, per cui, se do a queste principio, è per condurle fino alla perfezione del loro ultimo fine. Così farò per mezzo di questa opera di Cristo e Maria; come con essa diedi principio a tutte le opere della grazia, così attraverso di essa darò loro fine. E nell’uomo porterò e guiderò tutte le creature a me, come a loro ultimo fine e come a centro dove riposano».

259. A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita. Chi sarà vittorioso erediterà questi beni. Affinché s’intendesse che tutto quanto Dio fa ed ha fatto per gli uomini è gratuito e senza obbligazioni di sorta, disse l’Apostolo: Chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì che abbia a riceverne il contraccambio?. L’origine di tutte le fonti non deve la sua corrente a nessuno di quelli che vanno a bere da esse, ma spontaneamente ed in modo gratuito vengono date a tutti quelli che vi accorrono. Se non tutti partecipano della sua acqua, ciò non è colpa della fontana, ma solo di chi non va a berne, mentre essa sta invitando tutti con abbondanza ed allegrezza. Anzi, poiché non vanno a lei e non la cercano, esce essa stessa a cercare chi la riceva e corre senza fermarsi. Tanto gratuitamente e spontaneamente si offre a tutti! Oh, tiepidezza riprensibile dei mortali! Oh, abominevole ingratitudine! Se niente ci deve il vero Signore Dio e se ci diede e ci dà ogni cosa per grazia, se tra tutti i benefici e le grazie il maggiore fu essersi fatto uomo ed essere morto per noi, poiché con tale beneficio ci diede tutto se stesso, correndo l’impeto della divinità fino ad incontrarsi con la nostra natura per unirsi con essa e con noi, com’è possibile che, essendo noi tanto assetati di onore, gloria e piaceri, non andiamo a bere tutto questo a tale fontana che ce lo offre gratuitamente? Così ne vedo la causa: non è della gloria vera e del vero onore e riposo che siamo assetati; perciò aneliamo a ciò che èingannevole ed apparente, disprezzando le fonti della grazia che ci aprì Gesù Cristo nostro bene con i suoi meriti e con la sua morte. A chi avrà sete della divinità e della grazia, però, il Signore promette che darà gratuitamente dell’acqua della vita. Oh, quale compassione e dolore che, essendosi scoperta la sorgente della vita, tanto pochi siano assetati di essa e tanti invece corrano alle acque di morte! Soltanto chi vincerà in se stesso il demonio, il mondo e la propria carne possederà queste cose. Dio aggiunge che costui le possederà, perché, essendo queste acque date a lui per grazia, potrebbe temere che venga un tempo in cui gli siano negate o tolte; quindi, per rassicurarlo, Dio dice che gli saranno date in possesso pieno ed illimitato.

260. Lo assicura, inoltre, con un’altra nuova e maggiore affermazione, dicendogli: Io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio. Ora, se egli è per noi Dio e noi siamo figli, è evidente che con ciò egli ci ha fatto suoi figli. Essendo figli, consegue che siamo eredi dei suoi beni; ed essendo eredi, sebbene tutta questa eredità sia gratuita, è per noi sicura come lo sono per i figli i beni del loro padre. Di più, essendo egli allo stesso tempo Padre e Dio infinito negli attributi e nelle perfezioni, chi potrà dire quanti o quali siano i beni che ci offre facendoci suoi figli? Qui si comprendono l’amore paterno, l’esistenza, la vocazione, la storia e la giustificazione, i mezzi per raggiungerla e, come fine di tutto, la glorificazione ed uno stato di felicità che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore di uomo. Tutto questo è riservato per quelli che vinceranno, mostrandosi figli coraggiosi e veri.

261. Ma per i vili e gl’increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idolatri e tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e zolfo. È questa la seconda morte. In questo terribile elenco si sono iscritti con le loro stesse mani innumerevoli figli della perdizione, perché è infinito il numero degli stolti che ciecamente scelgono la morte, rinunciando al cammino della vita. Non accade perché questo è nascosto a quanti hanno occhi, ma perché li chiudono alla luce, lasciandosi sempre affascinare ed accecare dalle arti di satana, che, secondo le differenti inclinazioni e voglie degli uomini, offre loro il veleno nascosto in diverse bevande di vizi che appetiscono. I vili sono quelli che ora vogliono ed ora non vogliono, senza avere gustato la manna della virtù, che a loro si presenta insipida, e senza avere inoltrato il piede nel cammino della vita eterna, che appare loro un’impresa terribile, mentre il giogo del Signore è dolce ed il suo carico è leggero. Ingannati così da questo timore, si lasciano vincere prima dalla codardia che dalla fatica. Altri poi, increduli, o non ammettono le verità rivelate negando loro fede, come gli eretici, i pagani e gli infedeli, oppure, se le credono come cattolici, pare che le odano da lontano e che le credano per altri anziché per se stessi. Così, hanno una fede morta ed operano come se fossero increduli.

262. Gli abietti sono quelli che, seguendo senza ritegno né freno qualunque vizio, anzi gloriandosi delle malvagità e non facendo alcun caso di commetterle, si rendono spregevoli a Dio, esecrabili e maledetti, giungendo ad uno stato di ribellione che rende loro quasi impossibile fare il bene. Costoro, allontanandosi dal cammino della vita eterna come se non fossero creati per essa, si separano e si alienano da Dio, dai suoi benefici e dalle sue benedizioni, divenendo abominevoli allo stesso Signore ed ai suoi santi. Gli omicidi sono quelli che, senza timore né riverenza della divina giustizia, usurpano a Dio il diritto di supremo signore per governare l’universo e castigare e vendicare le ingiurie, meritando in tale modo di venire misurati e giudicati con la stessa misura con cui essi hanno voluto misurare gli altri e giudicarli. Gli immorali sono quelli che per un breve ed immondo piacere, aborrito appena compiuto senza che ne venga saziato il disordinato appetito, non si curano dell’amicizia di Dio e disprezzano le gioie eterne, le quali, saziando, sono desiderate sempre più e soddisfano senza che mai si debbano perdere. I fattucchieri sono quelli che credettero e sperarono nelle false promesse del serpente mascherato sotto l’apparenza di amico, restando così ingannati e pervertiti per ingannare e pervertire altri. Gli idolatri sono quelli che, andando in cerca della divinità, non la trovarono, mentre sta vicino a tutti. La attribuirono ad oggetti che non potevano averla, perché la davano loro quelli stessi che li fabbricavano: ombre inanimate della verità e cisterne screpolate, incapaci di contenere la grandezza del Dio vero. I mentitori sono quelli che si oppongono alla somma Verità che è Dio e, abbandonandosi all’estremo contrario, si privano della sua rettitudine e virtù; confidano più nel finto inganno che nello stesso autore della verità e di ogni bene.

263. L’Evangelista dice di avere udito che per tutti costoro è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. E’ questa la seconda morte. Avendo Dio giustificato la sua causa con la grandezza dei suoi benefici e delle sue misericordie senza numero, con lo scendere dal cielo a vivere e morire tra gli uomini per riscattarli con la sua medesima vita ed il suo sangue, con il lasciare tante sorgenti di grazia a nostro libero uso e gratuite nella santa Chiesa, e soprattutto la madre della medesima grazia e fonte della vita, Maria santissima, per mezzo della quale poterla ottenere, chi mai potrà redarguire la divina equità e giustizia, se di tutti questi benefici e tesori i mortali non hanno voluto approfittare e se hanno rinunciato all’eredità della vita per seguire con un momentaneo diletto quella della morte? È’ naturale che raccolgano quello che hànno seminato e che la loro parte ed eredità sia il fuoco eterno in quell’abisso terribile di zolfo dove non è redenzione né più speranza di vita, per essere incorsi nella seconda morte. Questa è interminabile per la sua eternità, ma tuttavia meno abominevole della prima morte del peccato che i reprobi si attirarono volontariamente con le proprie mani, poiché fu morte alla grazia, causata dal peccato che si oppose alla bontà ed alla santità infinita di Dio offendendolo quando doveva essere adorato e riverito. Giusto castigo è la morte per chi merita di essere condannato; a lui l’applica la giustizia rettissima. Per mezzo di essa Dio viene glorificato e magnificato, come con il peccato fu disprezzato ed oltraggiato. Sia egli per tutti i secoli temuto ed adorato. Amen.

CAPITOLO 18

Prosegue il mistero della concezione di Maria santissima con la seconda parte del capitolo ventunesimo dell’Apocalisse.

 

264. Proseguendo, la versione letterale del capitolo ventunesimo dell’Apocalisse si esprime così: Poi venne uno dei sette angeli che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli e mi parlò: «Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello». L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello. Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura. La città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: misura dodici mila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono eguali. Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo. Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo.

265. Questi angeli, di cui parla in questo luogo l’Evangelista, sono sette tra quelli che stanno alla presenza di Dio, ai quali egli ha dato potere di punire alcuni peccati degli uomini. Questa vendetta dell’ira dell’Onnipotente avverrà negli ultimi secoli del mondo ed il castigo sarà così nuovo che né prima né dopo nella vita mortale se ne sarà visto altro maggiore. Siccome questi misteri sono arcani e non di tutti ho luce, né appartengono tutti a questa Storia, non occorre che mi dilunghi in essi; passo subito a ciò che mi interessa. Questo angelo che parlò a san Giovanni è quello per mezzo del quale Dio vendicherà con terribile castigo le ingiurie fatte contro la sua santissima Madre, poiché, per averla disprezzata con folle audacia, hanno eccitato l’indignazione della sua onnipotenza. Essendosi la santissima Trinità impegnata ad onorare ed innalzare questa Regina del cielo sopra ogni creatura umana ed angelica e a porla nel mondo come specchio della divinità ed unica mediatrice dei mortali, Dio avrà particolare cura di punire le eresie, gli errori, le bestemmie e qualsiasi irriverenza commessa contro di lei, il non averlo glorificato, conosciuto ed adorato in questa sua dimora e il non avere approfittato di una così incomparabile misericordia. Questi castighi sono profetizzati nella Chiesa santa. E sebbene l’enigma dell’Apocalisse copra di oscurità questo rigore, guai agli infelici cui toccherà e guai a me che offesi un Dio così forte e potente nel castigo! Rimango stupefatta nel venire a conoscere una calamità così grande come Dio la minaccia.

266. L’angelo parlò all’Evangelista e gli disse: Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello. Qui dichiara che la città santa di Gerusalemme che gli mostrò è la sposa dell’Agnello, intendendo sotto questa metafora – come ho già detto – Maria santissima, che san Giovanni contemplava, madre e sposa dell’Agnello che è Cristo, perché tutti e due questi uffici la regina ebbe ed esercitò divinamente. Fu sposa di Dio, unica e singolare per la particolare fede e per l’amore con cui questo matrimonio fu compiuto. Fu madre del Signore incarnato, dandogli la sua sostanza e carne mortale ed allevandolo e nutrendolo nella forma umana che gli aveva dato. Per vedere ed intendere così alti misteri, l’Evangelista fu sollevato in spirito su di un alto monte di santità e di luce, poiché senza uscire da se stesso e sollevarsi sopra la debolezza umana non li avrebbe potuti comprendere, come per le stesse cause non li intendiamo noi creature imperfette, terrene ed abiette. Così sollevato, dice: Mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, edificata e formata non sulla terra, dove era come pellegrina e straniera, ma in cielo, dove non si poté costruire con materiali di terra semplice e comune. In verità, se dalla terra ne fu presa la natura, fu allo scopo di sollevarla al cielo, per edificare qui questa città mistica in modo tutto celestiale, angelico ed anche divino e simile alla Divinità.

267. Aggiunge che era risplendente della gloria di Dio, poiché l’anima di Maria santissima partecipò della divinità, dei suoi attributi e delle sue perfezioni in modo tale che, se fosse possibile vederla nel suo proprio essere, apparirebbe illuminata con lo splendore eterno del medesimo Dio. Cose grandi e magnifiche sono state dette nella Chiesa cattolica su questa città di Dio e sulla gloria che ricevette dallo stesso Signore. Eppure, tutto è poco ed i termini umani sono insufficienti, cosicché l’intelletto creato, vedendosi vinto, finisce per dire che Maria santissima ebbe un non so che della Divinità, confessando così la verità nella sostanza ed allo stesso tempo la propria ignoranza inabile a spiegare ciò che si riconosce vero. Se fu costruita in cielo, solo il suo artefice conosce la sua grandezza, la parentela e l’affinità che egli contrasse con Maria santissima, assimilando le perfezioni che le donò a quelle stesse che racchiude in sé la sua infinita divinità e grandezza.

268. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. Non è tanto difficile intendere come assomigli al cristallo e al diaspro insieme, cose così dissimili tra loro, quanto lo è comprendere come sia somigliante a Dio; però, per mezzo di quella similitudine conosceremo in qualche modo quest’ultima. Il diaspro contiene molti colori, aspetti e molteplicità di ombre, di cui si compone; invece, il cristallo è chiarissimo, purissimo ed uniforme. Tutti e due insieme formano una singolare e bella varietà. L’anima di Maria santissima fu composta ed intessuta di diverse virtù e perfezioni, in modo tale che tutte queste grazie, e lei stessa, furono simili ad un cristallo purissimo, senza neo né atomo di colpa. Anzi, nella sua limpidezza e purezza, ella riflette e presenta aspetti di divinità, come il cristallo che, colpito dal sole, pare lo tenga dentro di sé riverberando come il sole stesso. Questo diaspro cristallino ha anche delle ombre, poiché Maria è figlia di Adamo, non più che creatura, e tutto il suo splendore le è comunicato dal sole della Divinità. Così, benché sembri sole divino, non lo è per natura, ma per partecipazione e comunicazione della sua grazia; è creatura formata e plasmata dalla mano dello stesso Dio, ma quale doveva essere per divenire sua Madre.

269. La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte. I misteri racchiusi in questa muraglia ed in queste porte di una tale città mistica, cioè Maria santissima, sono così grandi ed imperscrutabili che io, donna ignorante e tarda, potrò difficilmente esprimere a parole ciò che mi verrà rivelato. Avverto che nel primo istante della concezione di Maria santissima, quando Dio le si manifestò per mezzo di quella visione ed in quel modo che ho riferito sopra, tutta la beatissima Trinità – a nostro modo di intendere – fece un accordo e quasi un contratto con questa signora, come rinnovando gli antichi decreti di crearla ed esaltarla, ma senza per il momento darne a lei conoscenza. Avvenne con un dialogo tra le tre divine Persone, in cui si espressero così:

270. «La dignità che stiamo per dare a quella semplice creatura, di nostra sposa e Madre del Verbo, richiede come cosa a lei dovuta che noi la costituiamo regina e signora dell’intero creato. Per questo, oltre ai doni ed alle ricchezze della nostra divinità, che le concediamo in dote per lei stessa, conviene che le diamo autorità di disporre dei tesori delle nostre misericordie infinite, perché da essi possa trarre e distribuire a suo piacere le grazie ed i favori necessari ai mortali, specialmente a quelli che la invocheranno come suoi figli e devoti, e perché possa arricchire i poveri, risanare i peccatori, fare grandi i giusti ed essere universale patrocinio di tutti. Perciò, affinché tutte le creature la riconoscano come loro Regina, superiora e depositaria dei nostri beni infiniti con facoltà di poterli dispensare, le consegneremo le chiavi del nostro cuore e volere, dovendo essere in tutto l’esecutrice del nostro beneplacito con le creature. Le daremo anche dominio e potere sul dragone nostro nemico e su tutti i suoi alleati, cosicché temano la sua presenza ed il suo nome e da questo siano schiacciati e fatti svanire i loro inganni. Inoltre, tutti i mortali che ricorreranno a questa città di rifugio, lo trovino certo e sicuro, senza timore dei demoni né dei loro inganni».

271. Senza manifestare all’anima di Maria santissima tutto ciò che era contenuto in questo decreto ed in questa promessa, il Signore in quel primo istante le comandò di pregare con affetto e di intercedere per tutti, procurando e sollecitando la loro salvezza eterna, specialmente per quelli che si fossero raccomandati a lei nel corso della loro vita. La santissima Trinità le prometteva che in quel rettissimo tribunale niente le sarebbe stato mai negato: comandasse, dunque, al demonio cacciandolo con autorità e forza da tutte le anime, poiché in tutto questo l’avrebbe assistita il braccio dell’Onnipotente. Non le fu, però, rivelata la ragione per cui le veniva concesso tale favore e gli altri contenuti in esso, e cioè che doveva diventare Madre del Verbo. Perciò san Giovanni, dicendo che la città santa aveva un grande e alto muro, volle significare questo beneficio fatto da Dio a sua Madre costituendola sacro rifugio, custodia e difesa degli uomini, affinché tutti i figli di Adamo trovassero ciò in lei come in una città forte e dentro una muraglia sicura contro i nemici e facessero ricorso a lei come a regina potente, signora dell’intero creato e dispensatrice di tutti i tesori del cielo e della grazia. Dice, poi, che questa muraglia era molto alta, perché il potere di Maria purissima per vincere il demonio e per sollevare le anime alla grazia è così alto che è prossimo a Dio stesso. Insomma, questa città è così ben guarnita e difesa ed è talmente sicura per sé e per quanti cercano in essa protezione che tutte le forze create non potranno mai conquistare né scalare le sue mura; lo può solo Dio.

272. Queste mura della città santa hanno dodici porte, perché il suo ingresso è libero ed aperto a tutte le nazioni e le generazioni, senza escluderne alcuna. Tutti, anzi, essa invita, affinché nessuno – se non lo vuole – sia privato della grazia e dei doni dell’Altissimo né della sua gloria, per mezzo della Regina madre di misericordia. Sulle dodici porte stanno dodici angeli. Questi santi principi sono i dodici da me sopra citati tra i mille che furono destinati alla custodia della Madre del Verbo che stava per incarnarsi. Ministero di questi dodici angeli, oltre che l’assistenza alla regina, fu il servirla specialmente nell’ispirare e difendere le anime che con devozione invocano Maria nostra regina in loro difesa e si distinguono nella devozione, nella venerazione e nell’amore verso di lei. L’Evangelista dice che li vide sulle porte di questa città perché essi sono ministri che agiscono nell’aiutare, ispirare e dirigere i mortali, cosicché entrino per le porte della pietà di Maria santissima all’eterna felicità. E molte volte ella li manda con ispirazioni e favori, affinché sottraggano dai pericoli e dalle tribolazioni dell’anima e del corpo coloro che la invocarlo e sono suoi devoti.

273. Soggiunge che avevano nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele, perché gli angeli ricevono i loro nomi dal ministero e dall’ufficio per cui vengono inviati nel mondo. Poiché questi dodici principi assistevano la Regina del cielo specialmente per cooperare secondo il suo volere alla salvezza degli uomini e poiché sotto il nome delle dodici tribù d’Israele sono significati tutti gli eletti che formano il popolo santo di Dio, l’Evangelista dice che tali angeli avevano i dodici nomi delle dodici tribù, come destinati ciascuno alla propria tribù, e che attendevano alla protezione ed alla cura di quanti per queste porte dell’intercessione di Maria santissima sarebbero entrati nella Gerusalemme celeste da tutte le nazioni e le generazioni.

274. Meravigliandomi io di tale e tanta grandezza di Maria purissima e che ella fosse la mediatrice e la porta per tutti i predestinati, mi fu fatto intendere che questo beneficio corrispondeva all’ufficio di madre del Cristo e al beneficio che come madre aveva fatto al suo Figlio santissimo ed agli uomini: aveva donato a lui dal suo purissimo sangue e dalla sua sostanza il corpo umano, con cui avrebbe patito e redento gli uomini. Così, in qualche maniera ella pati e morì in Cristo per questa unità di carne e di sangue; inoltre, lo accompagnò nella sua passione e morte, che pati volontariamente come poté, con sovrumana umiltà e fortezza. Per questo, avendo cooperato alla passione ed avendo dato a suo Figlio la sostanza in cui soffrire per il genere umano, il Signore in cambio la fece partecipe della dignità di redentrice e le consegnò i meriti ed il frutto della redenzione affinché li distribuisse e solo per sua mano venissero comunicati ai salvati. Oh, ammirabile tesoriera di Dio, quanto sicure si trovano nelle tue divine e liberali mani le ricchezze della destra dell’Onnipotente! La città aveva a oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte. A ciascuna parte del mondo corrispondono tre porte e nel numero di tre dispensa a tutti noi mortali quanto possiedono cielo e terra, anzi quello stesso che diede l’esistenza a tutto il creato, cioè le tre divine Persone, Padre, Figlio e Spirito Santo. Ciascuna delle tre vuole e dispone che Maria santissima abbia porte per sollecitare i doni di Dio a favore dei mortali. E sebbene sia un Dio solo in tre Persone, ciascuna delle tre le dà ingresso e libero accesso perché questa purissima Regina entri al tribunale della santissima Trinità per intercedere, chiedere ed ottenere doni e grazie da distribuire ai suoi devoti che la cercheranno e la legheranno a sé in qualsiasi parte del mondo, cosicché in nessun luogo ci sia scusa per alcuno dei mortali di ogni generazione e nazione, essendovi non una sola, ma tre porte aperte verso tutte le parti dell’universo. Già accedere ad una città che abbia libero ed aperto l’ingresso per una porta è cosa così facile che se qualcuno non entrasse non sarebbe per mancanza di porte, ma perché egli stesso si trattiene e non vuole mettersi in salvo. Che cosa potranno qui rispondere gli increduli, gli eretici ed i pagani? E che cosa i cattivi cristiani e i peccatori ostinati? Se i tesori del cielo stanno in mano alla nostra Madre e signora, se ella per mezzo dei suoi angeli ci chiama e sollecita e se è la porta, anzi molte porte del cielo, come avviene che siano tanti quelli che se ne stanno fuori e tanto pochi quelli che vi entrano?

275. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello. I basamenti immutabili e forti su cui Dio edificò la città santa di Maria sua madre furono tutte le virtù che lo Spirito Santo le dava con speciale disposizione. Dice poi che furono dodici, con i dodici nomi degli Apostoli, sia perché ella fu fondata al di sopra della più alta santità di coloro che sono i più grandi tra i santi, secondo quel detto di Davide per cui le sue fondamenta sono sui monti santi, sia perché la santità e la sapienza di Maria furono per gli Apostoli il loro fondamento e la loro fermezza dopo la morte di Cristo e la sua ascesa al cielo. Anche se sempre fu loro maestra ed esempio, allora fu lei sola il maggiore sostegno della Chiesa primitiva. Essendo stata destinata a questo ministero fin dalla sua immacolata concezione mediante le grazie e le virtù corrispondenti, viene detto qui che i suoi basamenti erano dodici.

276. Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro misurò la città con la canna: misura dodici mila stadi. In queste misure l’Evangelista racchiuse grandi misteri riguardanti la dignità, le grazie, i doni ed i meriti della Madre di Dio. Fu veramente grande la sua misura, cioè quella della dignità e dei benefici che Dio pose in lei; ma a questa corrispose l’altra della sua gratitudine per quanto fu possibile, cosicché le due misure furono uguali. La sua lunghezza è uguale alla larghezza, cosicché in tutte le sue parti è proporzionata ed uguale, senza che in lei si trovino mancanza, disuguaglianza o sproporzione alcuna. Non mi dilungo per ora su questo, rimettendomi a ciò che dirò in tutto il corso della sua vita. Avverto solamente che questa misura, con cui furono misurate la dignità, i meriti e le grazie di Maria santissima, fu l’umanità del suo benedettissimo Figlio unita al Verbo divino.

277. Questa umanità viene chiamata canna dall’Evangelista per la fragilità della nostra natura di debole carne e viene detta d’oro per la divinità della persona del Verbo. Fu con questa dignità di Cristo, Dio ed uomo vero, con i doni della natura unita alla divina Persona e con i meriti di questa che venne misurata dallo stesso Signore la sua Madre santissima. Fu lui che la misurò con se stesso ed ella, misurata così da lui, risultò uguale e proporzionata nell’altezza della sua dignità di madre. Nella lunghezza dei suoi doni e benefici e nella larghezza dei suoi meriti, in tutto fu uguale senza mancanza né sproporzione. Se non poté essere uguale in modo assoluto al suo Figlio santissimo con quella uguaglianza che i dotti chiamano matematica, a quanto sento – e ciò perché, essendo Cristo Signore nostro uomo e Dio vero ed ella semplice creatura, la misura doveva necessariamente eccedere infinitamente la cosa misurata – Maria purissima ebbe una certa uguaglianza di proporzione con il suo Figlio santissimo. Di fatto, come a lui niente mancò di quanto gli conveniva e di quanto doveva avere come Figlio vero di Dio, così a lei niente mancò di quanto le era dovuto né ella mancò a quanto doveva come Madre vera dello stesso Dio. Così, ella come madre e Cristo come figlio ebbero uguale proporzione di dignità, di grazia e di doni, come anche di meriti; e nessuna grazia creàta vi fu in Cristo che con data proporzione non fosse nella sua Madre purissima.

278. Dice che misurò la città con la canna: misura dodici mila stadi. Questa misura di stadi ed il numero dodicimila con cui fu misurata la divina Signora nella sua concezione racchiudono profondi misteri. L’Evangelista chiamò stadi la misura perfetta con cui si misura l’altezza di santità dei predestinati, secondo i doni di grazia e di gloria che Dio nella sua mente e nei suoi eterni decreti dispose ed ordinò di comunicare loro per mezzo del suo Figlio che stava per incarnarsi, valutandoli e determinandoli con la sua infinita equità e misericordia. Con questi stadi tutti gli eletti e l’altezza delle loro virtù e dèi loro meriti sono misurati dal medesimo Signore. Infelicissimo colui che non giungerà a tale misura né si troverà corrispondente ad essa, quando il Signore lo misurerà! Il numero dodicimila comprende tutto il resto dei predestinati ed eletti, ricondotti ai dodici capi di queste migliaia, cioè i dodici Apostoli principi della Chiesa cattolica, così come nel capitolo settimo dell’Apocalisse sono ricondotti alle dodici tribù d’Israele. Ciò accade perché tutti gli eletti si devono conformare ed attenere alla dottrina che gli Apostoli dell’Agnello insegnarono, come ho già detto sopra circa quel capitolo.

279. Da tutto ciò si conosce la grandezza di questa città di Dio, Maria santissima, poiché, se agli stadi materiali assegniamo almeno centoventicinque passi per ciascuno, immensa si stimerebbe una città di dodicimila stadi. Maria santissima, signora nostra, fu misurata con gli stadi con cui Dio misura tutti i predestinati. Dell’altezza, lunghezza e larghezza di tutti loro insieme non avanzò nulla, perché colei che era Madre del medesimo Dio e loro regina e signora li uguagliò e da sola poté contenere più del resto dell’intero creato.

280. Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo. Questa non fu la misura della lunghezza delle mura della città di Dio, ma della sua altezza. Se gli stadi del quadrato della città erano da tutte le parti dodicimila sia in lunghezza sia in larghezza, necessariamente le mura dovevano averne un po’ di più, specialmente nella superficie esterna, per potere racchiudere dentro di sé tutta la città. Ora, la misura di centoquarantaquattro cubiti, di qualunque specie fossero, era poco per le mura di una città tanto estesa, mentre era assai proporzionata per la loro altezza e per la sicura difesa di chi in essa vivesse. Questa altezza indica quanto e come fossero al sicuro in Maria santissima tutti i doni e tutte le grazie, sia di santità sia di dignità, che pose in lei l’Altissimo. Spiega ciò dicendo che l’altezza conteneva centoquarantaquattro cubiti, che è somma composta da tre distinti numeri disuguali, designanti tre diversi muri – uno grande, uno di media misura, uno piccolo – corrispondenti alle opere che la Regina del cielo fece in ciò che era maggiore, in ciò che era medio ed in ciò che era piccolo. In lei non c’era niente di piccolo, ma le materie in cui operava erano differenti, e quindi anche le opere. Le une erano miracolose e soprannaturali, le altre morali, riguardanti le varie virtù; di queste, poi, alcune erano interiori ed altre esteriori. A tutte diede tanta pienezza di perfezione che per quelle grandi non tralasciò quelle piccole, né per queste mancò in quelle superiori. Le praticò tutte in così alto grado di santità e con tale compiacimento del Signore che fu a misura del suo Figlio santissimo, tanto nei doni naturali quanto in quelli soprannaturali. Perciò, la misura era nient’altro che quella dell’uomoDio. Questo è l’angelo del gran consiglio, elevato sopra tutti gli uomini e tutti gli angeli; e come il Figlio superò tutti gli angeli e gli uomini così fece in proporzione anche la Madre. L’Evangelista prosegue dicendo:

281. Le mura sono costruite con diaspro. Le mura di una città sono ciò che prima si incontra e si offre alla vista di chi la guarda. Ora, la varietà degli aspetti e dei colori con le loro ombre che contiene il diaspro, di cui erano costruite le mura di questa città di Dio, Maria santissima, significa l’umiltà ineffabile dalla quale erano celati ed accompagnati tutti i privilegi e le grazie di questa grande regina. Infatti, pur essendo degna Madre del suo Creatore, esente da ogni macchia di peccato e da ogni imperfezione, si presentò alla vista degli uomini con le ombre della legge comune agli altri figli di Adamo, sottomettendosi ai disagi della vita ordinaria, come a suo luogo dirò. Però, questa muraglia di diaspro, che lasciava vedere queste ombre come nelle altre donne, era solo nell’apparenza come parte esterna della città, a cui serviva da inespugnabile difesa. Della parte interiore, invece, l’Evangelista dice:

La città è di oro puro, simile a terso cristallo. Maria santissima, infatti, né nella sua formazione né nel corso della sua vita innocentissima ebbe mai in sé alcuna macchia che oscurasse la sua cristallina purezza. Come una macchia o un neo, fossero pure una particella, se cadessero nel cristallo mentre questo si forma, non si potrebbero mai più togliere via in modo che non si riconosca il difetto, o almeno che una volta c’è stato, e sempre sarebbero una impurità nella sua trasparente chiarezza; così, se Maria purissima avesse contratto nella sua concezione la macchia o il segno della colpa originale, sempre quel difetto si scorgerebbe in lei e la sfigurerebbe, per cui ella non potrebbe più essere cristallo purissimo e nitidissimo. Non sarebbe neppure oro puro, poiché la sua santità ed i suoi doni conterrebbero quella lega del peccato originale che la farebbe reputare di valore minore, mentre questa città fu oro e cristallo, perché fu purissima e simile a Dio.

CAPITOLO 19

Contiene l’ultima parte del capitolo ventunesimo dell’Apocalisse sulla concezione di Maria santissima.

 

282. Il testo della terza ed ultima parte del capitolo ventunesimo dell’Apocalisse, che sto spiegando, è come segue:

Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffiro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente. Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello. Le nazioni cammineranno alla sua luce e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza. Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, poiché non vi sarà più notte. E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni. Non entrerà in essa nulla d’impuro, né chi commette abominio o falsità, ma solo quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello. Sin qui il testo letterale del capitolo ventunesimo.

283. Avendo l’altissimo Dio eletto questa città santa di Maria come sua abitazione, la più proporzionata e gradita che fuori di se stesso potesse avere in una semplice creatura, non era grande cosa che dei tesori della sua divinità e dei meriti del suo Figlio santissimo fabbricasse le fondamenta delle mura della città adorne di ogni specie di pietre preziose, affinché con uguale corrispondenza la fortezza e sicurezza, che sono le mura, la bellezza ed eminenza di santità e di doni, che sono le pietre preziose, e la concezione, che è il fondamento del muro, fossero proporzionate in se stesse e con il fine altissimo per cui le fondava, che era vivere in lei per amore e per l’umanità che doveva ricevere nel suo ventre verginale. L’Evangelista dice di avere visto tutto questo in Maria santissima, perché alla sua dignità e santità, come anche alla sicurezza richiesta dal fatto che Dio doveva vivere in lei come in fortezza inespugnabile, conveniva che le fondamenta delle sue mura, ossia i primi principi della sua concezione immacolata, fossero fabbricati con ogni genere di virtù in grado eminentissimo e talmente prezioso che non si potessero trovare altre pietre più ricche come fondamento di questo muro.

284. Dice che il primo fondamento o pietra era di diaspro. La varietà e la durezza di questa pietra significano la costanza e la fortezza che furono infuse a questa grande Signora al momento della sua concezione santissima, perché con esse rimanesse disposta nel corso della sua vita a praticare tutte le virtù con invincibile magnificenza e perseveranza. E siccome queste virtù concesse a Maria santissima ed infuse in lei nella sua concezione, significate da queste pietre preziose, ebbero uniti singolari privilegi donati dall’Altissimo e simboleggiati in ciascuna di queste dodici pietre, io li spiegherò come mi sarà possibile, affinché si intenda il mistero che racchiudono i dodici fondamenti della città di Dio. Con la virtù della fortezza, fu a lei concessa una speciale superiorità ed il potere sopra l’antico serpente, perché lo potesse abbattere, vincere e sottomettere; le fu dato anche di incutere un certo terrore ai demoni, affinché fuggissero da lei e da molto lontano la temessero, come tremando di avvicinarsi alla sua presenza. Perciò, essi non si avvicinavano mai a Maria santissima senza restare afflitti da grande pena. La divina Provvidenza con lei fu così liberale che non solo la escluse dalla legge comune ai figli del primo padre sottraendola alla colpa originale ed a quella soggezione al demonio che contraggono tutti coloro che in essa sono compresi, ma, scevra da tutti questi danni, le concesse anche quel potere contro i demoni che tutti gli uomini persero per non essersi conservati nello stato di innocenza. Inoltre, essendo Madre del Figlio dell’Eterno, sceso nelle sue viscere per distruggere l’impeto malvagio di questi nemici, le fu concessa potestà regale partecipata dall’essere di Dio, mediante la quale soggiogava i demoni e li ricacciava più volte nelle caverne infernali, come poi dirò.

285. Il secondo fondamento era di zaffiro. Questa pietra imita il colore del cielo sereno e chiaro e mostra certi piccoli punti o particelle d’oro risplendente; significa la serenità e tranquillità che l’Altissimo accordò ai doni ed alle grazie di Maria santissima, affinché sempre godesse, come un cielo immutabile, di una pace serena senza nubi di turbamento. In tale serenità tralucevano certi aspetti di divinità fin dalla sua concezione, sia per la partecipazione e la somiglianza delle sue virtù agli attributi divini, specialmente quello dell’immutabilità, sia perché molte volte, mentre era ancora viatrice, le fu aperto il velo e vide chiaramente Dio, come dirò in seguito. In questo dono sua divina Maestà le accordò ancora la singolare virtù ed il privilegio di comunicare quiete e serenità di mente a chi la chiedesse per sua intercessione. La domandassero tutti i cattolici angustiati e turbati dalle inquiete tempeste dei vizi, che così la otterrebbero!

286. Il terzo fondamento era di calcedònio. Questa pietra prende il nome dalla provincia dove si trova, che è la Calcedonia. Ha il colore del carbonchio e di notte il suo splendore imita quello di una lanterna. Il mistero di questa pietra sta nel significare il nome di Maria santissima e la virtù del medesimo. Ella lo prese da questa provincia del mondo dove si trovò, chiamandosi figlia di Adamo come gli altri e Maria, che in latino, mutato l’accento, significa i mari, perché fu l’oceano delle grazie e dei doni di Dio. Per inondare e sommergere il mondo con essi, entrò in questo mediante la sua concezione purissima, eliminando in tal modo la malizia del peccato ed i suoi effetti e scacciando le tenebre dell’abisso con la luce del suo spirito illuminato dalla sapienza divina. Corrispondente a questo fondamento, le fu concessa dall’Altissimo la speciale virtù di dissipare, mediante il suo nome di Maria, le spesse nubi dell’infedeltà, di distruggere gli errori delle eresie, del paganesimo, dell’idolatria e tutti i dubbi contro la fede cattolica. Se gli infedeli si rivolgessero a questa luce invocandola, certamente dileguerebbero assai presto dalle loro menti le tenebre dell’errore, che si estinguerebbero tutte in questo mare per la virtù celeste che a tal fine le fu concessa.

287. Il quarto fondamento era di smeraldo, il cui colore verde ed allegro ricrea la vista senza stancarla. Simboleggia misticamente la grazia ricevuta da Maria santissima nella sua concezione, perché, essendo piena di amabilità e di grazia agli occhi di Dio ed a quelli delle creature, senza offendere mai il suo dolcissimo nome né la sua reputazione, mantenesse in se stessa il verde e la forza della santità, delle virtù e dei doni che aveva e che avrebbe ricevuto. Corrispondentemente a tale dono, l’Altissimo le diede anche facoltà di distribuire questo beneficio, comunicandolo ai fedeli devoti che l’avrebbero invocata per ottenere la perseveranza e la fermezza nell’amicizia di Dio e nelle virtù.

288. Il quinto fondamento era di sardònice. Questa pietra è trasparente ed il suo colore imita soprattutto l’incarnato chiaro, sebbene partecipi di tre colori: in basso del nero, in mezzo del bianco ed in alto del rosso chiaro; tutto ciò rende una varietà graziosa. Misticamente questa pietra con i suoi colori rappresenta contemporaneamente la Madre ed il Figlio che doveva generare. Il nero contrassegna in Maria la parte inferiore e terrena, cioè il corpo annerito dalla mortificazione e dalle tribolazioni che patì, nonché il corpo del suo santissimo Figlio deformato per le nostre colpe. Il bianco significa la purezza dell’anima della vergine Madre e quella di Cristo nostro bene. L’incarnato indica nell’umanità la divinità unita ipostaticamente e nella Madre manifesta l’amore partecipatole dal suo Figlio divino e tutti gli splendori della divinità che le furono comunicati. Per questo fondamento le fu inoltre concesso che il valore dell’incarnazione e della redenzione, già sufficiente per tutti, divenisse per i suoi devoti efficace mediante la sua intercessione e le sue preghiere e che, perché conseguissero questo beneficio, impetrasse loro una devozione particolare ai misteri ed alla vita di Cristo Signore nostro.

289. Il sesto fondamento era di cornalina. Anche questa pietra è trasparente. Poiché imita la fiamma chiara del fuoco, è simbolo del dono concesso alla Regina del cielo di ardere incessantemente nel suo cuore del divino amore, come la fiamma del fuoco. Mai tale fiamma si estinse o diminuì nel suo petto. Anzi, accesa dall’istante medesimo della sua concezione, andò poi sempre crescendo; ora arde in lei nel più alto grado di cui può essere capace una semplice creatura ed arderà così per tutta l’eternità. Corrispondentemente a tale dono, le fu concesso il privilegio speciale di dispensare l’influsso dello Spirito Santo, il suo amore ed i suoi doni a chi li avrebbe domandati per mezzo di lei.

290. Il settimo fondamento era di crisòlito. Questa pietra imita nel suo colore l’oro rifulgente con qualche somiglianza di lume o di fuoco; ciò si scopre più di notte che di giorno. Rappresenta, perciò, l’amore ardente che Maria santissima portò alla Chiesa militante, ai suoi misteri, alla legge di grazia. Tale amore spiccò tanto più nella notte da cui essa fu coperta per la morte di suo Figlio, nella quale fu maestra degli Apostoli nella comprensione della legge santa del Vangelo ed implorò incessantemente con l’ardore più profondo lo stabilirsi della Chiesà e la salvezza dell’umanità intera. Ella sola seppe e poté stimare degnamente la legge santissima di suo Figlio. Di questo amore fu preventivamente dotata fin dalla sua immacolata concezione, per divenire coadiutrice di Cristo nostro Signore. Così, le fu concesso il particolare privilegio di ottenere a chi l’avrebbe invocata la grazia di disporsi a ricevere i sacramenti della santa Chiesa con frutto spirituale e di non mettere ostacolo ai loro effetti.

291. L’ottavo fondamento era di berillo. Questo è di colore verde e giallo; ha però più del verde, per cui imita molto l’oliva e riluce brillantemente. Rappresenta le singolari virtù della fede e della speranza che furono date a Maria santissima nella sua concezione con speciale splendore, affinché intraprendesse ed operasse cose ardue ed alte, come difatti operò per la gloria del suo Creatore. Insieme a questo dono, le fu concesso di poter dare ai suoi devoti coraggio, forza e pazienza nelle tribolazioni e nelle difficoltà, dispensando queste virtù e questi doni in forza della fedeltà divina e dell’assistenza del Signore.

292. Il nono fondamento era di topazio. Questa pietra è trasparente, di colore viola scuro; è stimata di grande valore. Fu simbolo dell’onestissima verginità di Maria signora nostra ed allo stesso tempo della sua divina maternità, cose che ella stimò grandemente, con umile gratitudine che le durò tutta la vita. Nella sua concezione domandò all’Altissimo la virtù della castità e subito il Signore gliela offrì per tutto il tempo in cui sarebbe stata viatrice. Ella conobbe fin da allora che le veniva accordata in misura superiore ai suoi desideri, e non solo per sé; il Signore, infatti, le concesse anche di essere maestra e guida delle vergini e delle anime caste e di ottenere con la sua intercessione ai suoi devoti questa virtù e la perseveranza in essa.

293. Il decimo fondamento era di crisopazio, il cui colore è verde e mostra un po’ di oro. È’ figura della fermissima speranza concessa a Maria santissima nella sua concezione, ritoccata con l’amore divino che la faceva risaltare. Tale virtù fu salda nella nostra Regina, come era conveniente perché comunicasse questa medesima qualità alle altre virtù; la sua stabilità si fondava sulla fermezza immutabile del suo animo generoso e forte in tutte le tribolazioni e le prove della sua vita santissima, specialmente durante la passione e morte del suo Figlio benedettissimo. Allo stesso tempo le venne concessa la grazia singolare di essere efficace mediatrice presso l’Altissimo per ottenere ai suoi devoti questa virtù della fermezza nella speranza.

294. L’undicesimo fondamento era di giacinto, che presenta il colore viola perfetto. Questo fondamento significa l’amore per la redenzione del genere umano, infuso in Maria santissima nella sua concezione, partecipato anticipatamente da quello che il suo Figlio e nostro redentore avrebbe avuto per morire per gli uomini. Come da questo si sarebbe originato tutto il rimedio della colpa e la giustificazione delle anime, così con tale amore, che da quell’istante sarebbe durato sempre in seguito, fu concesso alla nostra Regina il privilegio speciale che per sua intercessione i peccatori di ogni genere, per quanto grandi ed abominevoli, se l’avessero invocata di cuore, non sarebbero stati esclusi dal frutto della redenzione e dalla giustificazione e per mezzo di questa potente avvocata avrebbero potuto conseguire la vita eterna.

295. Il dodicesimo fondamento era di ametista, di colore rifulgente cangiante in violetto. Il mistero di questa pietra o fondamento corrisponde in parte al primo, perché significa una specie di virtù che fu data nella sua concezione a Maria santissima contro le potestà dell’inferno, affinché i demoni, anche quando non comandava loro né operava cosa alcuna contro di loro, sentissero uscire da lei una forza che li affliggesse e tormentasse quando volessero avvicinarsi alla sua persona. Questo privilegio le fu dato per l’incomparabile zelo che ella aveva di esaltare e difendere la gloria di Dio ed il suo onore. In virtù di questo singolare beneficio, Maria santissima ha un particolare potere per scacciare i demoni dai corpi umani con l’invocazione del suo dolcissimo nome, così potente contro questi spiriti maligni che al sentirlo le loro forze restano abbattute ed infrante. Questi sono in sostanza i misteriosi significati dei dodici fondamenti sui quali Dio edificò la sua città santa, Maria. È’ vero che essi contengono molti altri segreti relativi ai favori da lei ricevuti che non posso ora spiegare, ma nel corso di questa Storia li andrò manifestando, come il Signore mi darà luce e forza per farlo.

296. L’Evangelista prosegue dicendo: E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla. Il numero di tante porte di questa città fa conoscere che, per mezzo di Maria santissima, della sua dignità ineffabile e dei suoi meriti, l’accesso alla vita eterna si rese agevole e libero. Era come cosa dovuta e corrispondente all’eccellenza di questa eminente Regina che in lei e per lei si magnificasse l’infinita misericordia dell’Altissimo per l’apertura di tante vie attraverso le quali Dio si potesse comunicare ai mortali e questi potessero entrare a parteciparne per mezzo di Maria purissima avvalendosi dell’aiuto dei suoi meriti e della sua potente intercessione. Il pregio, la grandiosità e l’attraente bellezza di queste dodici porte, che erano altrettante perle, dimostrano la dignità ed il valore di questa imperatrice delle altezze, come anche la soavità del suo nome dolcissimo per attirare a Dio i mortali. Maria santissima conobbe bene questo beneficio del Signore per il quale era fatta singolare mediatrice del genere umano e dispensatrice dei tesori della Divinità per mezzo del suo Figlio unigenito. Compresa da tale conoscenza, la prudente e amorevole Signora seppe rendere i meriti delle sue opere e della sua dignità tanto preziosi e belli che formano l’ammirazione dei beati del cielo. Per questo le porte di questa città furono perle preziose per il Signore e per gli uomini.

297. Corrispondentemente a ciò, l’Evangelista dice: E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente. La piazza di questa città di Dio, Maria santissima, è il suo intimo, dove, come in piazza e centro comune, concorrono tutte le facoltà e tutto ciò che entra per mezzo dei sensi e per altre vie e dove ha luogo il commercio e si trattano gli affari della repubblica dell’anima. In Maria santissima questa piazza fu oro molto lucente e puro, perché era come formata di sapienza e di amore divino. Mai si trovò qui tiepidezza, ignoranza o inavvertenza; tutti i suoi pensieri furono elevati ed i suoi sentimenti infiammati d’immensa carità. In questa piazza furono trattati i misteri altissimi della Divinità; qui fu pronunciato quel «fiat mihi» che diede inizio alla più grande opera che Dio abbia fatto o farà mai; qui furono formulate e discusse innumerevoli petizioni da presentare al tribunale di Dio per il genere umano; qui sono anche depositate ricchezze tali che basterebbero per sollevare dalla povertà tutto il mondo, se tutti partecipassero al commercio di questa piazza. È’ anche piazza d’armi contro il demonio e contro ogni genere di vizi, poiché nell’intimo di Maria purissima si trovano tali grazie e virtù che, mentre la rendono terribile contro l’inferno, danno anche a noi forza e coraggio per vincerlo.

298. Dice di più: Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. Il tempio nelle città serve per la preghiera e per il culto che rendiamo a Dio e sarebbe una grande mancanza se nella città di Dio non ce ne fosse uno quale conviene alla sua grandezza ed eccellenza. In questa città, che è Maria santissima, ci fu un tempio così sacro che il medesimo Dio onnipotente e l’Agnello, cioè la divinità e l’umanità del suo Unigenito, furono il suo tempio, poiché in Maria abitarono come nel loro luogo legittimo, e tempio in cui vennero adorati ed onorati in spirito e verità più degnamente che in tutti i templi del mondo. Essi a loro volta furono tempio di Maria purissima, perché ella stette compresa, circondata e come racchiusa nella divinità e nell’umanità, che le servivano come abitazione e dimora. Mai cessò, stando in essa, di adorare, venerare e pregare il medesimo Dio ed il Verbo incarnato nel suo grembo, per cui stava in Dio e nell’Agnello come in un tempio, poiché ad esso conviene la santità continua in tutti i tempi. Anzi, per considerare degnamente questa divina Signora, sempre dobbiamo immaginarcela chiusa come in un tempio in Dio e nel suo Figlio santissimo. Qui intenderemo quali atti di amore, adorazione e venerazione doveva compiere, quali delizie doveva sentire con il Signore e quali suppliche in quel tempio doveva porgergli a beneficio del genere umano, poiché, vedendone in Dio la grande necessità di riscatto, accesa di carità, gridava e supplicava dall’intimo del cuore per la salvezza dei mortali.

299. Dice poi l’Evangelista: La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello. Dov’è uno splendore sommamente maggiore e più vivo di quello del sole e della luna, certo questi astri non sono necessari. Così anche nel cielo empireo, dov’è splendore di infiniti soli, non c’è bisogno di questo che illumina noi, sebbene sia così lucente e bello. In Maria santissima, nostra regina, non fu necessario che si trovassero altro sole o altra luna di creature che la istruissero o illuminassero, poiché da sola e senza bisogno di esempio seppe rendersi gradita a Dio; nemmeno la sua sapienza, santità e perfezione nell’operare poterono avere altro maestro ed arbitro che il medesimo sole di giustizia, il suo Figlio santissimo. Tutte le altre creature furono ignoranti per insegnarle come meritare di essere Madre degna del suo Creatore. A questa medesima scuola ella apprese ad essere umilissima ed ubbidientissima tra le umili e le ubbidienti. Per questo, sebbene venisse istruita da Dio stesso, non tralasciò di interrogare anche i più piccoli e di ubbidire loro in ciò in cui conveniva; anzi, come singolare discepola di colui che corregge i sapienti, imparò questa divina filosofia da tale maestro. Ne uscì così sapiente che l’Evangelista poté aggiungere:

300. Le nazioni cammineranno alla sua luce. Di fatto, se Cristo Signore nostro chiamò i Dottori ed i Santi con il nome di lucerne accese e poste sul candelabro della Chiesa per illuminarla e se i Patriarchi, i Profeti, gli Apostoli, i Martiri ed i Dottori, con la luce che hanno diffuso, hanno riempito la Chiesa cattolica di tanto chiarore che sembra divenuta un cielo con molti soli e molte lune, che cosa si doveva dire di Maria santissima, il cui splendore eccede incomparabilmente quello di tutti i maestri della Chiesa, anzi dei medesimi angeli del cielo? Se i mortali avessero gli occhi aperti per vedere questi raggi di Maria santissima, ella sola basterebbe senza dubbio per illuminare ogni uomo che viene al mondo e per avviarlo sui retti sentieri dell’eternità. Alla luce di questa santa città hanno camminato quelli che sono giunti alla conoscenza di Dio ed è per questo che san Giovanni dice che le nazioni cammineranno alla sua luce. Aggiunge poi:

301. I re della terra a lei porteranno la loro magnificenza. Grandemente felici saranno i re ed i principi che nelle loro persone e monarchie lavoreranno con sollecitudine per adempiere questa profezia. Tutti lo dovrebbero fare, perché saranno beati coloro che eseguiranno ciò rivolgendosi con affetto intimo del cuore a Maria santissima ed impiegando la vita, l’onore, le ricchezze e la grandezza delle loro forze e dei loro stati nella difesa di questa città di Dio, nel diffondere la sua gloria per il mondo e nel renderne il nome sempre più grande nella Chiesa e contro la folle audacia degli infedeli ed eretici. Con profondo dolore mi stupisco dei principi cattolici, che non si curano di guadagnarsi il favore di questa Signora e di invocarla, perché sia per loro rifugio e protezione, ausiliatrice ed avvocata nei pericoli, che per loro sono maggiori. Se per i re ed i potenti i pericoli sono grandi, ricordino che non è minore il loro dovere di mostrarsi grati a questa divina Regina e signora, poiché ella dice di se stessa che per lei regnano i re, i principi comandano ed i potenti amministrano la giustizia, che ama quelli che la amano e che quelli che renderanno illustre il suo nome conseguiranno la vita eterna, perché sperando in lei non peccheranno.

302. Non voglio nascondere la luce che più volte mi fu data, e specialmente in questo luogo, perché la manifesti. Nel Signore mi fu mostrato che a tutte le afflizioni della Chiesa cattolica ed a tutte le tribolazioni che il popolo cristiano soffre fu sempre posto rimedio per l’intercessione di Maria santissima e che nell’afflitto secolo presente, in cui la superbia degli eretici tanto si innalza contro Dio e la sua Chiesa affranta e piangente, esiste un solo rimedio per tali deplorabili miserie. Questo è che i monarchi ed i regni cattolici si rivolgano alla madre della grazia e misericordia, Maria santissima, guadagnandosi il suo favore con qualche singolare servizio atto ad accrescere e dilatare la sua devozione e la sua gloria per tutta la terra, affinché, volgendosi verso di noi, ci guardi con misericordia, ottenga grazia dal suo Figlio santissimo per la riforma dei vizi oltremodo sfrenati che il nemico comune ha seminato nel popolo cristiano e con la sua intercessione plachi l’ira del Signore che così giustamente ci castiga, minacciandoci flagelli e disgrazie ancora più gravi. Da questa riforma e dalla conversione dai nostri peccati seguiranno anche la vittoria contro gli infedeli e l’estirpazione delle false sette che opprimono la santa Chiesa, poiché Maria santissima è la spada che le deve estinguere e recidere in ogni luogo.

303. Oggi il mondo sperimenta il danno di questa dimenticanza. Se i principi cattolici non perseguono prosperi successi nel governo e nel mantenimento dei loro regni, nell’aumento della fede cattolica, nella lotta con i loro nemici, nelle guerre o vittorie contro gli infedeli, tutto ciò avviene perché non dirigono il proprio cammino tenendo Maria come punto di orientamento e non l’hanno posta come principio e fine immediato delle loro azioni e dei loro pensieri, dimenticando che questa regina passeggia per i sentieri della giustizia per insegnarla agli altri, portarli ad essa ed arricchire coloro che la amano.

304. Oh, principe e capo della santa Chiesa cattolica! Oh, prelati, che vi chiamate anche suoi principi! Oh, principe cattolico e monarca di Spagna, a cui, per legame naturale, per singolare affetto e per ordine dell’Altissimo indirizzo questa umile ma vera esortazione! Gettate la vostra corona ed il vostro regno ai piedi di questa Regina e signora del cielo e della terra, cercate la riparatrice di tutto il genere umano, ricorrete a colei che con potere divino è al di sopra di ogni potenza umana ed infernale, rivolgete il vostro affetto a colei che tiene nelle sue mani le chiavi della volontà e dei tesori dell’Altissimo, pòrtate il vostro onore e la vostra gloria a questa città santa di Dio, che non li chiede perché ne ha bisogno per accrescere i suoi, ma piuttosto per migliorare e dilatare i vostri. Offritele con la vostra pietà cattolica, e di tutto cuore, qualche omaggio grande e gradito, in ricompensa del quale sono pronti per voi infiniti beni, la conversione dei gentili, la vittoria contro gli eretici ed i pagani, la pace e la tranquillità della Chiesa, nuova luce e nuovi aiuti per migliorare i costumi e per rendere voi stesso un re grande e glorioso in questa vita e nell’altra.

305. Oh, regno e monarchia della Spagna cattolica, e come tale fortunatissima! Oh, se alla fermezza ed allo zelo della tua fede, che hai ricevuto oltre i tuoi meriti dalla destra onnipotente, tu aggiungessi il santo timore di Dio corrispondente alla professione di questa tua fede, che ti rende singolare fra le nazioni di tutta la terra! Oh, se per conseguire questo fine e questa corona delle tue felicità tutti i tuoi abitanti si innalzassero con ardente fervore alla devozione di Maria santissima! Come risplenderebbe allora la tua gloria! Come saresti illuminata! Come saresti protetta e difesa da questa Regina e come sarebbero arricchiti di tesori celesti i tuoi re cattolici! Come verrebbe propagata per loro mano in tutte le nazioni la soave legge evangelica! Considera attentamente che questa grande principessa onora coloro che la onorano, arricchisce coloro che la cercano, glorifica quelli che celebrano il suo nome e difende quelli che sperano in lei. Per esercitare con te questi uffici di madre singolare ed usare nuove misericordie, ti assicuro che aspetta e desidera che tu cerchi la sua benevolenza e ne solleciti il materno amore. Allo stesso tempo, però, considera che Dio non ha bisogno di nessuno e può cambiare le pietre in altrettanti figli di Abramo, cosicché, se ti rendi indegna di un bene tanto grande, egli può riservare questa gloria per chi lo servirà e se ne renderà meno immeritevole.

306. Ora, perché non ignori il servizio con cui potrai oggi guadagnarti il favore di questa Regina e signora di tutti, tra i molti che ti insegnerà la tua devozione e pietà, considera lo stato in cui si trova in tutta la Chiesa il mistero della sua immacolata concezione e ciò che ancora manca per stabilire con fermezza le fondamenta di questa città di Dio. Nessuno giudichi questo suggerimento come proprio di donna debole ed ignorante o effetto di una devozione particolare e dell’amore al mio Istituto ed alla mia professione, che va sotto il titolo religioso di Maria immacolata, poiché a me bastano la fede e la luce che ho ricevuto in questa Storia. No, non è per me questa esortazione, né mi permetterei di farla semplicemente basandomi sul mio giudizio ed opinione; ma in ciò ubbidisco al Signore che apre la bocca dei muti e scioglie la lingua degli infanti. Chi ancora si stupisse di questa tanto liberale misericordia, faccia attenzione a ciò che di questa Signora aggiunge l’Evangelista, dicendo:

307. Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, poiché non vi sarà più notte. Le porte della misericordia di Maria santissima non sono mai state né stanno mai chiuse, né vi fu in lei notte di colpa che, dal primo istante della sua vita e concezione, chiudesse le porte di questa città di Dio, come negli altri santi. Come in un luogo dove le porte stanno sempre aperte entrano ed escono tutti quelli che lo vogliono, in ogni tempo ed ora, così a nessuno dei mortali è interdetto l’entrare liberamente in relazione con Dio attraverso le porte della misericordia di Maria purissima, dove è aperto il banco del tesoro del cielo, senza limitazione di tempo, luogo, età o sesso. Tutti sono potuti entrare fin dalla sua fondazione, perché per questo l’Altissimo la edificò con tante porte, e non chiuse, ma aperte, con libero accesso ed in piena luce. Fin dalla sua concezione purissima, infatti, cominciarono ad uscire da queste porte misericordie e favori per tutto il genere umano. Avere tante porte, attraverso le quali escano le ricchezze di Dio, non la rende però meno sicura dai nemici. Per questo il testo aggiunge:

308. Non entrerà in essa nulla d’impuro, né chi commette abominio o falsità, ma solo quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello. L’Evangelista conclude questo capitolo ritornando sul privilegio delle immunità di questa città di Dio, Maria, cioè assicurandoci che in lei non entrò nulla d’impuro, perché le furono dati immacolati l’anima ed il corpo. Non si sarebbe potuto dire che non sarebbe entrato in lei nulla d’impuro quando avesse avuto la colpa originale, sebbene non i peccati attuali. Tutto ciò che entrò in questa città santa fu quello che era scritto nel libro della vita dell’Agnello; Dio, infatti, prese l’esempio e l’originale per formarla dal suo Figlio santissimo e da nessun altro poté copiare virtù alcuna di Maria santissima, per quanto piccola, se in lei potevano esservene di piccole. E se a questa porta di Maria corrisponde l’essere città di rifugio per i mortali, ciò è sotto la condizione che in lei non possa aver parte né ingresso chiunque commette abominio o falsità. Non devono, però, gli impuri e peccatori figli di Adamo disperare di avvicinarsi alle porte di questa città santa di Dio, poiché, se si recano a cercare la purezza della grazia umiliati e compunti, la troveranno in queste porte della grande Regina, non in altre. È limpida, è pura, è sovrabbondante di grazie; soprattutto, è madre della misericordia, dolce, amorevole e potente per arricchire la nostra povertà e togliere le macchie di tutte le nostre colpe.

 

Insegnamento che mi diede la Regina del cielo in questi capitoli

 

309. Figlia mia, i misteri di questi capitoli racchiudono grande dottrina e luce, benché in essi tu abbia tralasciato di dire molte cose. Approfitta di quanto hai inteso e scritto, per non ricevere invano la luce della grazia. Quello, poi, di cui ti voglio brevemente avvertire è che non devi perderti d’animo nel combattere le passioni per essere stata concepita nel peccato, discendente dalla terra e con inclinazioni terrene, finché tu le abbia vinte ed abbia vinto in esse i tuoi nemici. Con le forze della grazia di Dio altissimo, che ti aiuterà, puoi innalzarti sopra te stessa e farti discendente del cielo, da dove viene la grazia. Per conseguire questo, tu devi tenere la tua continua abitazione nelle altezze, stando fissa con la mente nella conoscenza dell’essere immutabile e delle perfezioni di Dio, senza permettere che di lì ti strappino i pensieri di alcun’altra cosa, benché necessaria. Con questa incessante memoria e visione interiore della grandezza di Dio, starai disposta in tutto il resto per operare quello che è più perfetto nelle virtù e ti renderai idonea a ricevere l’influsso ed i doni dello Spirito Santo, giungendo così allo stretto vincolo dell’amicizia e della comunicazione con il Signore. Per non impedire in questo la sua santa volontà, che molte volte ti è stata indicata e manifestata, sforzati di mortificare la parte inferiore della creatura, dove vivono le inclinazioni e le passioni negative. Muori a tutto ciò che è terreno, sacrifica in presenza dell’Altissimo tutti i tuoi appetiti sensitivi, senza soddisfarne neppure uno, non fare la tua volontà senza obbedienza e non uscire dal segreto del tuo intimo, dove ti illuminerà la luce dell’Agnello. Adornati per entrare nel talamo del tuo sposo e lasciati abbellire, come farà la destra dell’Onnipotente, se tu collaborerai e non gli porrai ostacolo. Purifica la tua anima con molti atti di dolore per averlo offeso e con ardentissimo amore lodalo e magnificalo. Cercalo, non ti riposare finché trovi colui che l’anima tua desidera e non lo lasciare. Voglio che tu viva in questo pellegrinaggio come quelli che già lo hanno terminato, contemplando senza interruzione l’Oggetto che li rende gloriosi. Questa deve essere la norma della tua vita, perché con la luce della fede e lo splendore di Dio onnipotente, che ti illuminerà e riempirà il tuo spirito, lo ami, lo adori e lo veneri senza interruzione. Questa è la volontà dell’Altissimo a tuo riguardo. Bada bene a ciò che puoi guadagnare ed a ciò che puoi perdere. Non volere da te stessa metterlo a rischio, ma assoggetta la tua volontà rimettendoti totalmente alla direzione del tuo sposo, alla mia ed a quella dell’ubbidienza, con la quale ti devi misurare in tutto. Questo fu l’insegnamento che mi diede la Madre del Signore, alla quale io, piena di confusione, risposi dicendo:

310. Regina e signora di tutto il creato, io che sono vostra e bramo esserlo per tutta l’eternità, lodo l’onnipotenza dell’Altissimo, che tanto si compiacque di farvi grande. Poiché siete così felice e potente presso di lui, vi supplico, Signora mia, di guardare con occhi di misericordia questa vostra serva povera e misera. Con i doni che il Signore ha posto nelle vostre mani per distribuirli ai bisognosi, ponete riparo alla mia piccolezza, arricchite la mia estrema povertà e costringetemi come Signora a volere ed operare efficacemente ciò che è più perfetto, cosicché trovi grazia agli occhi del vostro Figlio santissimo e mio Signore. Guadagnatevi questo onore, sollevando dalla polvere la più inutile creatura. Nelle vostre mani io pongo la mia riuscita. Vogliatela con efficacia, o Signora e regina mia, poiché il vostro volere è santo e potente per i meriti del vostro Figlio santissimo e per la parola della beatissima Trinità impegnata con voi ad accettare ogni vostra volontà e domanda, senza respingerne alcuna. Non posso vincolarvi a questo in alcun modo, poiché sono indegna; ma in cambio vi presento, o Signora mia, la vostra medesima santità e clemenza.

CAPITOLO 20

Ciò che avvenne nei nove mesi della gravidanza di sant’Anna e ciò che fecero in quel tempo Maria santissima e sua madre.

 

311. Poiché – come ho detto – Maria santissima fu concepita senza peccato, il suo spirito, da quella prima visione di Dio, restò tutto assorto e rapito dall’oggetto infinito del suo amore. Questo, cominciato nella stretta dimora del grembo materno nell’istante in cui fu creata la sua fortunatissima anima, non venne mai più meno, ma continuò ininterrotto e continuerà per tutta l’eternità nel sommo grado di gloria possibile ad una semplice creatura, che ella gode alla destra del suo santissimo Figlio. Affinché, poi, andasse sempre crescendo nella contemplazione e nell’amore divino, oltre le immagini infuse delle altre creature e quelle impresse in lei dalla prima manifestazione della santissima Trinità, per le quali esercitò molti atti delle virtù che li poteva operare, il Signore le rinnovò la meraviglia di quella visione astrattiva della sua divinità, concedendogliela altre due volte. La Trinità le si manifestò in questo modo tre volte prima della nascita: una nell’istante in cui fu concepita, l’altra verso la metà dei nove mesi e la terza il giorno prima di venire alla luce. Sebbene tale genere di visione non fosse continuo, ne ebbe un altro alquanto inferiore, ma anch’esso assai alto. Questa contemplazione di Dio attraverso la fede ed una illuminazione speciale fu continua in Maria santissima e superò quelle di tutti gli altri viatori insieme.

312. Quanto alla visione astrattiva di Dio, sebbene non fosse opposta allo stato di viatrice, pure era così alta e vicina alla visione intuitiva che non doveva essere continua in questa vita mortale per chi aveva da meritare la gloria intuitiva con altri atti. Tuttavia, non cessava di essere un sommo beneficio della grazia a questo scopo, perché lasciava impresse nell’anima immagini del Signore tali da sollevarla assorbendo tutta la creatura nell’incendio dell’amore divino, che attraverso di esse si rinnovò nell’anima santissima di Maria finché ella stette nel grembo di sant’Anna. Qui avvenne che, possedendo l’uso perfettissimo della ragione e tenendosi occupata in continue domande a favore del genere umano, in atti eroici di riverenza, adorazione ed amore di Dio e nel conversare con gli angeli, non risentì l’angustia del naturale e stretto carcere del grembo materno, né le mancò il non usare i sensi, né le riuscirono pesanti i disagi propri di quello stato. A tutto ciò non faceva attenzione, stando più nel suo Amato che nel grembo di sua madre, anzi più che in se stessa.

313. Lultima di queste tre visioni fu accompagnata da nuovi e più stupendi favori del Signore, che le manifestò che era giunto il momento di uscire alla luce del mondo ed alla vita tra i mortali. Allora la Principessa del cielo, ubbidendo alla volontà divina, disse al Siguore: «Dio altissimo, padrone di tutto il mio essere, anima della mia vita e vita della mia anima, infinito in attributi e perfezioni, incomprensibile, potente e ricco di misericordia, re e signore mio, mi avete creata dal niente e senza alcun mio merito mi avete arricchita con i tesori della vostra grazia e luce divina, affinché, conoscendo io subito il vostro essere immutabile e le vostre divine perfezioni, nessun altro che voi fosse il primo oggetto della mia vista e del mio amore, né cercassi altro bene fuorché voi, che siete il sommo vero e tutto il mio conforto. Ora, Signore mio, mi comandate di uscire alla luce materiale ed alla vita delle creature; ma io in voi, dove tutto si conosce come in uno specchio limpidissimo, ho visto il pericoloso stato e le miserie di tale vita. Se in essa, per mia fragilità e debolezza naturale, dovessi mancare anche in un solo punto nel vostro amore e servizio e morire allora, fate che io muoia piuttosto qui adesso prima di passare ad uno stato in cui vi possa perdere. Se, però, Signore e padrone mio, la vostra santa volontà si deve adempiere destinandomi al tempestoso mare del mondo, vi supplico, altissimo e potente bene dell’anima mia, di guidare la mia vita, di dirigere i miei passi e di dare forma a tutte le mie azioni secondo il vostro maggiore compiacimento. Ordinate in me la carità, perché con il nuovo uso delle creature essa divenga in me sempre più perfetta tanto verso di voi quanto verso di loro. In voi ho conosciuto l’ingratitudine di molte anime; quindi, a ragione io temo, essendo della loro natura, di potere anch’io commettere la medesima colpa. In questa angusta caverna del grembo di mia madre ho goduto degli spazi infiniti della vostra divinità; qui possiedo tutto il bene che siete voi, o mio diletto. Essendo ora solo voi la mia parte ed il mio possesso, temo di perdervi fuori di questo luogo recluso, alla vista di altra luce e con l’uso dei sensi. Perciò, se ciò fosse possibile e conveniente, io preferirei nnunciare alla vita cui mi avvicino e rimarne priva; però, non si faccia la mia volontà, ma la vostra. Poiché così volete, datemi la vostra benedizione per nascere al mondo ed in esso non allontanate mai da me la vostra divina protezione». Dopo questa preghiera della dolcissima bambina Maria, l’Altissimo le diede la sua benedizione, le comandò di uscire alla luce materiale di questo sole visibile e la illuminò su quanto doveva fare per conseguire questi suoi desideri.

314. Intanto, la felicissima madre sant’Anna aveva passato la sua gravidanza tutta spiritualizzata, per gli effetti divini e per la soavità che sentiva nelle sue facoltà. Tutta-via, la divina Provvidenza, per conferire maggiore gloria alla santa e rendere più sicura la sua navigazione, aveva disposto che in qualche modo la sua nave portasse la zavorra di alcune tribolazioni, poiché senza di esse non si guadagnano che scarsamente i frutti della grazia e dell’amore. Perché si comprenda meglio ciò che le avvenne, si deve avvertire che il demonio, dopo essere stato precipitato con i suoi angeli cattivi dal cielo alle pene infernali, andava sempre indagando e spiando con grande vigilanza tutte le donne più sante dell’antica legge, per vedere se poteva incontrare quella di cui aveva visto in cielo il segno ed il cui piede gli doveva schiacciare il capo. Tanta era l’ira di Lucifero che non affidava tale cura solo ai suoi inferiori, ma, valendosi di loro contro alcune donne virtuose, egli stesso vigilava e insidiava quelle che vedeva segnalarsi di più nelle virtù e nella grazia dell’Altissimo.

315. Con questa malignità ed astuzia pose molta attenzione alla straordinaria santità della grande sant’Anna e a tutto ciò che veniva scoprendo di quanto in lei succedeva. Se non riuscì a conoscere il valore del tesoro che racchiudeva il suo grembo, poiché il Signore gli nascondeva questo ed altri misteri, tuttavia sentiva contro di sé una grande forza e virtù che ridondava da sant’Anna. Non poter penetrare la causa di quell’effetto potente lo portava ad essere in alcuni momenti molto turbato e triste nel suo furore. Altre volte si calmava un poco considerando che quella gravidanza aveva avuto inizio nello stesso modo di tutte le altre e che non vi era da temere alcuna novità; il Signore, infatti, lasciava che si ingannasse nella sua ignoranza ed andasse fluttuando tra le onde superbe della sua rabbia. Eppure, vedendo tanta tranquillità nella gravidanza di sant’Anna, il suo spirito perversissimo s’insospettiva. Talora scopriva anche che era assistita da molti angeli; soprattutto, poi, era tormentato dal sentirsi debole nel resistere alla forza che usciva dalla fortunata sant’Anna, cosicché cominciò a sospettare che non fosse lei sola a causare ciò.

316. Turbato per questi timori, il drago determinò di tentare di togliere la vita a sant’Anna e, se non gli fosse riuscito, di procurare almeno che abortisse. La superbia di Lucifero era, infatti, tanto smisurata che confidava di poter vincere o uccidere la Madre del Verbo che doveva incarnarsi, a meno che non gli venisse tenuta nascosta, e addirittura lo stesso Messia redentore del mondo. Fondava questa eccessiva arroganza sulla superiorità della sua natura di angelo rispetto a quella umana, quanto a condizione ed a forze, come se all’una e all’altra non fosse superiore la grazia ed entrambe non fossero subordinate alla volontà del loro Creatore. Spinto da questa audacia, prese a tentare sant’Anna con molti spaventi, suggestioni, sussulti e sospetti circa la verità della sua gravidanza, facendole presente la sua età avanzata e la lunga sterilità. Il demonio faceva tutto ciò per provare la virtù della santa e per vedere se l’effetto di queste suggestioni gli apriva un varco per assalirne la volontà con qualche consenso.

317. L’invitta sant’Anna, però, resistette virilmente a questi colpi. Armata di umile fortezza, di pazienza, di preghiera incessante e di viva fede nel Signore, sventava gli ingannevoli stratagemmi del drago, che anzi le ridondavano in aumenti sempre maggiori di grazia e di protezione divina. La difendevano anche i principi angelici che custodivano la sua santissima Figlia e scacciavano i demoni dalla sua presenza. Non per questo l’insaziabile malizia del nemico desistette. Siccome la sua arrogante superbia eccede la sua forza, cercò di valersi anche di argomenti umani; con questi, infatti, si ripromette sempre vittorie maggiori. Tentò dapprima di far crollare la casa di san Gioacchino, affinché sant’Anna fosse scossa e sconvolta dal terrore. Non essendo potuto riuscirvi, perché opposero resistenza gli angeli santi, suscitò alcune donnicciole vili, conoscenti della santa, perché la oltraggiassero. Esse eseguirono ciò con grande ira, ingiuriandola con parole oltre misura offensive e beffandosi della sua gravidanza, dicendo che nella sua età avanzata non poteva essere altro che un artificio del diavolo.

318. Sant’Anna non se ne turbò; anzi, sopportò quelle ingiurie con mansuetudine e carità, continuando a trattare con molto riguardo chi le faceva, guardando da allora quelle donne con maggiore affetto e facendo loro benefici più grandi. Non per questo la loro ira si temperò, possedute com’erano dal demonio ed infiammate di odio contro la santa. E siccome, quando uno si dà una volta in balia di tale crudele tiranno, questo acquista sempre più forza per tirare al suo volere chi gli si assoggetta, egli incitò quei vili strumenti perché intentassero qualche vendetta contro la persona e la vita di sant’Anna. Non lo poterono, però, conseguire, perché la virtù divina rese sempre più deboli ed inefficaci le già fiacche forze di quelle donne e nulla poterono eseguire contro la santa. Anzi, vinte con ammonizioni, furono per le sue preghiere condotte al riconoscimento della loro colpa ed alla correzione della loro vita.

319. Così il drago fu vinto, sebbene non abbattuto, poiché subito si valse di una donna di servizio dei santi coniugi, provocandola contro sant’Anna. Costei fu peggiore di tutte le altre donne, perché, agendo nella sua casa, era avversario più pertinace e pericoloso. Non mi dilungo a narrare ciò che il nemico tentò per mezzo di lei, poiché fu quello stesso che aveva provato per mezzo delle altre donne, sebbene con molestia e pericolo maggiori per la santa. Con il favore divino, però, ella vinse questa tentazione più gloriosamente che le altre, perché non sonnecchiava il custode d’Ismele, che difendeva la sua santa città e la teneva guarnita di tante sentinelle scelte tra i più coraggiosi della sua milizia. Questi misero in fuga Lucifero ed i suoi, perché non molestassero più la fortunata madre, che stava già aspettando il felicissimo parto cui si era preparata con gli atti eroici delle virtù esercitate e con i meriti acquistati in questi combattimenti, avvicinandosi così alla fine desiderata della sua attesa. Ed io pure desidero quella del presente capitolo, per udire il salutare insegnamento della mia Signora e maestra. Anche se tutto quello che scrivo mi è offerto da lei, ciò che mi sta più a cuore è la sua materna ammonizione, cosicché l’attendo con sommo gaudio e giubilo del mio spirito.

320. Parlate dunque, o Signora, poiché la vostra serva vi ascolta. E se me lo permettete, benché sia polvere e cenere, vi esporrò un dubbio che mi si è presentato in questo capitolo, poiché in tutto ricorro alla spiegazione che voi vi degnate di darmi, Madre, maestra e signora mia. Il dubbio è questo: essendo voi stata concepita senza peccato e possedendo l’anima vostra santissima una così alta conoscenza di tutte le cose mediante la visione della Divinità, come poterono stare insieme a questa grazia timore e trepidazione così grandi di perdere l’amicizia di Dio offendendolo? Se nel primo istante della vostra esistenza vi prevenne la grazia, come tanto presto potevate temere di perderla? E se l’Altissimo vi fece esente dalla prima colpa, come potevate cadere in altre ed offendere colui che vi aveva preservato da quella?

Insegnamento e risposta della Regina del cielo

321. Figlia mia, ascolta la risposta al tuo dubbio. Sebbene nella visione di Dio che io ebbi nel primo istante avessi saputo che ero concepita senza macchia e senza peccato, questi benefici e doni dell’Altissimo sono di natura tale che, quanto più si conoscono e rendono sicuri, tanto maggiore cura ed attenzione risvegliano per conservarli e per guardarsi dall’offendere il loro autore, che li comunica per sola sua bontà. Inoltre, mostrano tanto chiaramente la loro provenienza dalla sola virtù divina e dai meriti del mio Figlio santissimo che la creatura, non vedendo in se stessa altro che indegnità ed insufficienza, comprende con piena evidenza che riceve ciò che non merita, non potendo appropriarsene perché cosa altrui. Conosce non meno che ne è causa superiore un Signore che, come li concede per pura liberalità, così può ugualmente toglierli a lei per darli a chi più gli piace. Da questo necessariamente nascono la sollecitudine e la vigilanza per non perdere ciò che si possiede per sola grazia, adoperandosi diligentemente per conservarlo e facendo fruttare il talento, perché si conosce che questo è il solo mezzo per non perdere ciò che si ha in deposito e che viene dato alla creatura perché renda il contraccambio e lavori a gloria del suo Creatore. Attendere a questo fine è condizione necessaria per conservare i benefici della grazia ricevuta.

322. Si ha consapevolezza anche della fragilità della natura umana e della sua libera volontà tanto per il bene quanto per il male. Questa conoscenza non mi fu tolta dall’Altissimo, né viene tolta ad alcun viatore; anzi, viene lasciata a tutti. Ciò è conveniente, affinché alla sua vista si radichi il santo timore di cadere in una colpa, sia pure piccola. In me, poi, questa luce fu maggiore, perché conobbi che una piccola mancanza dispone ad un’altra peggiore, e la seconda è castigo della prima. È’ ben vero che in seguito alle grazie ed ai benefici prodigati da Dio alla mia anima non mi era possibile cadere in peccato. La sua Provvidenza, tuttavia, dispose questo favore nascondendomi la certezza assoluta di non peccare, cosicché io conoscevo che a me, da sola, era possibile cadere e che dipendeva solo dalla volontà divina il non farlo. Così, egli riservò per sé la conoscenza della mia sicurezza, lasciando a me la sollecitudine ed il santo timore di peccare come viatrice, che dal momento della mia concezione sino alla morte non persi mai; esso, anzi, andò crescendo in me con la vita.

323. Inoltre, l’Altissimo mi diede discrezione ed umiltà perché non gli ponessi domande circa questo mistero né mi fermassi ad esaminarlo, attendendo soltanto a fidarmi della sua bontà e benevolenza, certa che mi avrebbe assistita perché non peccassi. Da questo derivano due disposizioni necessarie alla vita cristiana: la prima è mantenere l’anima in pace; l’altra è non perdere il timore e la vigilanza nel custodire questo tesoro. Essendo questo un timore filiale, non diminuiva l’amore, ma anzi lo accendeva ed accresceva sempre più. Queste due disposizioni di amore e timore formavano nella mia anima un accordo divino tale da armonizzare tutte le mie azioni in modo che mi allontanassi dal male e mi unissi sempre più al sommo Bene.

324. Amica mia, da ciò puoi rilevare il modo migliore di riconoscere le cose dello spirito: vedere se sono accompagnate da vera luce e da sana dottrina, se insegnano la maggiore perfezione delle virtù e se muovono ad essa con grande forza. I benefici che discendono dal Padre della luce hanno questo di proprio: assicurano umiliando ed umiliano senza rendere diffidenti, danno confidenza non disgiunta da sollecitudine e vigilanza e rendono solleciti con riposo e pace, affinché queste disposizioni nel compiere la volontà divina non si impediscano tra loro. Ora tu, anima, mostra umile e fervorosa gratitudine al Signore per essere stato tanto liberale con te, che te lo sei meritato così poco; infatti, ti ha illuminato con la sua luce divina aprendoti in qualche modo gli archivi dei suoi segreti e prevenendoti con il timore di offenderlo. Tuttavia, fa’ uso di questo timore con misura e piuttosto eccedi nell’amore: sono le due ali dello spirito per sollevarti al di sopra di tutte le cose terrene e di te stessa. Procura, dunque, di abbandonare ogni disposizione disordinata che ti causi eccessivo timore, affidando al Signore la tua causa e prendendo per tua propria la sua. Temi finché tu sia purificata e libera dalle tue colpe e dalla tua ignoranza; ama il Signore finché tu sia tutta trasformata in lui e lo abbia reso interamente padrone ed arbitro delle tue azioni, senza che tu lo sia più di alcuna. Non ti fidare del tuo giudizio, non credere di essere saggia, poiché il proprio discernimento è facilmente oscurato dalle passioni che lo tirano dietro a sé; insieme, poi, trascinano la volontà, per cui si finisce per temere ciò che non si deve e per credersi sicuri in ciò che non conviene. Ritieniti sicura soltanto in modo da non riposare nella tua sicurezza con frivolo compiacimento interiore, dubita e temi finché tu non abbia trovato, mediante una sollecitudine quieta, il giusto mezzo in tutto; lo troverai sempre se ti sottometterai all’ubbidienza dei tuoi superiori ed a ciò che l’Altissimo ti insegnerà ed opererà in te. Sebbene la bontà delle disposizioni si desuma dal fine cui sono dirette, tuttavia esse si devono regolare con l’obbedienza e con il consiglio, perché senza tale direzione gli atti in cui si traducono risultano mal riusciti e senza profitto. In ogni cosa, insomma, starai attenta a praticare ciò che è più santo e perfetto.

CAPITOLO 21

 

La nascita fortunata di Maria santissima, signora nostra. I favori che ricevette subito dalla mano dell’Altissimo e come le posero il nome nel cielo e sulla terra.

 

325. Giunse il giorno, lieto per il mondo, del felicissimo parto di sant’Anna e della nascita di colei che veniva alla luce santificata e consacrata per diventare Madre di Dio. Questo parto avvenne l’ottavo giorno del mese di settembre, compiuti nove mesi interi dalla concezione della santissima anima della nostra Regina e signora. Fu preavvertita sua madre Anna da una illuminazione interiore, nella quale il Signore le diede l’avviso che si avvicinava l’ora del parto. Così, piena della gioia dello Spirito divino, era tutta presa ad ascoltare la sua voce e prostratasi in orazione chiese al Signore che l’assistesse con la sua grazia e la sua protezione, per il buon esito del parto. Subito sentì nel suo seno un movimento, che è naturale quando le creature stanno per venire alla luce. Nello stesso tempo, la bambina Maria, più che fortunata, fu rapita, per provvidenza e virtù divina, in un’estasi altissima, nella quale assorta ed astratta da tutte le operazioni sensitive, venne al mondo senza percepirlo con i sensi, come invece avrebbe potuto se assieme all’uso della ragione, che aveva, li avesse lasciati, per natura, operare in quel momento. Il potere dell’Altissimo, però, dispose in questo modo, affinché la Principessa del cielo non avvertisse il naturale evento del parto.

326. Maria nacque pura, bella e tutta piena di grazie, manifestando con esse che era esente dalla legge e dal tributo del peccato. E benché nella sostanza venne al mondo come gli altri figli di Adamo, tuttavia la sua nascita fu accompagnata da circostanze e grazie particolari, che la resero miracolosa ed ammirabile in tutta la natura, nonché lode eterna per il suo Autore. Questa divina stella mattutina spuntò, dunque, al mondo, intorno alla mezzanotte, cominciando così a dividere la notte dell’antica legge e delle prime tenebre dal giorno nuovo della grazia, che stava già per apparire. Colei che aveva la mente fissa nella Divinità fu così, conformemente agli altri bambini, avvolta in panni e posta ed accomodata in una culla; e venne trattata come una bambina quella che, in sapienza, eccedeva tutti i mortali e gli stessi serafini. Sua madre Anna non consentì che in quel momento fosse toccata da altri, ma lei stessa, con le sue mani, l’avvolse in fasce, senza esserne impedita dal parto, poiché fu libera dal doloroso travaglio cui sono soggette, ordinariamente, tutte le altre madri.

327. Sant’Anna ricevette nelle sue mani colei che, essendo figlia sua, era insieme il maggior tesoro del cielo e della terra; semplice creatura sì, ma inferiore solo a Dio e superiore invece ad ogni cosa creata. Con fervore e con lacrime la offrì alla sua divina Màestà, dicendo nel suo intimo: «Signore d’infinita sapienza e potenza, creatore di tutto ciò che esiste, io vi offro il frutto del mio seno, che ho ricevuto dalla vostra bontà, con eterna riconoscenza per avermelo concesso senza che io potessi meritarlo. Fate della figlia e della madre ciò che piace alla vostra santissima volontà e guardate la nostra piccolezza, dall’alto della vostra sede e grandezza. Siate eternamente benedetto, perché avete arricchito il mondo con una creatura così gradita al vostro beneplacito e perché in lei avete preparato la dimora e il tabernacolo in cui viva il Verbo eterno. Io mi congratulo con i miei santi Padri e Profeti, ed in loro con tutto il genere umano per il pegno sicuro, che ad essi donate, della redenzione. Ma come tratterò io quella che mi date per figlia, non meritando nemmeno di essere sua serva? Come toccherò la vera arca dell’alleanza? Concedetemi, o Signore e mio re, la luce necessaria per conoscere la vostra volontà e per eseguirla con il vostro compiacimento ed al servizio di mia figlia».

328. Il Signore rispose alla santa suggerendole nell’intimo l’ispirazione di trattare la bambina come fa qualsiasi madre, senza dimostrarle all’esterno riverenza, e portandogliela, però, nel suo interno: nel crescerla adempisse, quindi, i doveri di una vera madre, avendone cura con sollecitudine ed amore. Così fece appunto la felice madre ed usando questa facoltà, senza venir meno alla riverenza dovuta, si deliziava con la sua santissima figlia, trattandola ed accarezzandola come fanno le altre madri con le loro figlie, sempre però con la stima e con l’attenzione degne di quel mistero così imperscrutabile e divino che si racchiudeva tra madre e figlia. Gli angeli con tanti altri spiriti celesti venerarono devoti la dolce bambina, tra le braccia di sua madre, e le suonarono delle celesti sinfonie, di cui udì qualcosa sant’Anna; i mille angeli, invece, destinati alla custodia, si presentarono davanti alla gran Regina, per dedicarsi al suo servizio. Fu questa la prima volta che la divina signora li vide in forma corporea con i segni e le vesti, di cui parlerò in un altro capitolo; e la bambina li pregò che lodassero l’Altissimo con lei ed in nome suo.

329. Nel momento in cui nacque la nostra principessa Maria, l’Altissimo inviò l’arcangelo san Gabriele a portare ai santi Padri del limbo questa notizia tanto lieta per loro. Subito il messaggero celeste scese ad illuminare quella profonda caverna, rallegrando i giusti che vi si trovavano. Annunciò loro che già cominciava a spuntare il giorno della felicità eterna e della redenzione del genere umano; giorno tanto desiderato ed aspettato dai santi Padri e preannunziato dai Profeti. Era già nata la Madre del Messia promesso, per cui essi avrebbero ben presto visto la salvezza e la gloria dell’Altissimo. Il santo principe inoltre svelò loro le eccellenti virtù di Maria e tutto ciò che la mano dell’Onnipotente aveva cominciato ad operare in lei, affinché conoscessero meglio il felice principio del mistero, che avrebbe posto fine alla loro prolungata prigionia. Di questa notizia, si rallegrarono in spirito i Padri, i Profeti e gli altri giusti che dimoravano nel limbo; e con nuovi cantici lodarono il Signore per tale beneficio.

330. Tutto ciò che ho riferito successe in breve tempo. Intanto, la nostra Regina, appena vide la luce del sole materiale, conobbe con i sensi i suoi naturali genitori ed altre creature; questo fu il primo passo della sua vita nel mondo. Il braccio onnipotente dell’Altissimo ricominciò così ad operare per lei nuove meraviglie, superiori ad ogni pensiero umano. La prima, oltremodo stupenda, fu d’inviare innumerevoli angeli, affinché sollevassero in anima e corpo, al cielo empireo, l’eletta per madre del Verbo eterno, secondo quello che il Signore disponeva. Ubbidirono i santi principi e, prendendo la bambina Maria dalle braccia di sua madre sant’Anna, si ordinarono con pompa solenne in una festosa processione, portando fra cantici d’incomparabile giubilo la vera arca della nuova alleanza, perché dimorasse per un po’ di tempo non nella casa di ObedÈdom, ma nel tempio del sommo Re dei re, dove poi sarebbe dovuta rimanere eternamente. Da questo mondo al supremo cielo fu il secondo passo che Maria santissima fece nella sua vita.

331. Chi potrà degnamente esaltare questo stupendo prodigio della destra dell’Onnipotente? Chi potrà descrivere il gaudio e lo stupore degli spiriti celesti, quando guardavano quella meraviglia così nuova tra le opere dell’Altissimo, e con nuovi cantici la celebravano? In Maria riconobbero e riverirono la loro regina e signora, eletta per madre di colui che doveva essere loro capo, e che era causa della grazia e della gloria che possedevano, poiché egli le aveva loro ottenute con i suoi meriti in previsione del divino consenso. Ma quale lingua o pensiero dei mortali potrebbe entrare nel segreto del cuore di quella tenera bambina, e capire o descrivere che cosa sentì durante lo svolgimento di un privilegio così singolare? Lo lascio pensare a coloro che sono animati da sentimenti di vera pietà cattolica e molto più a quelli cui sarà dato conoscerlo nel Signore; noi invece lo vedremo quando per la sua infinita misericordia giungeremo a goderlo faccia a faccia.

332. La bambina Maria fece il suo ingresso nel cielo empireo per mano degli angeli e prostratasi con amore alla presenza del trono dell’Altissimo, si avverò – secondo il nostro modo d’intendere – ciò che prima era accaduto in figura, quando Betsabea si presentò al figlio Salomone, che dal suo trono giudicava il popolo d’Israele; ed egli alzatosi ricevette sua madre e la colmò di onori dandole il posto di regina al suo fianco. Lo stesso fece, ma con maggiore gloria ed in modo ancor più ammirabile la persona del Verbo eterno con la bambina Maria, che si era eletta per madre. Egli la innalzò sul suo trono e le diede, al suo fianco destro, il titolo di madre sua e di regina di ogni cosa creata, benché tutto ciò si operasse senza che ella conoscesse la propria dignità né il fine di misteri e privilegi così ineffabili; ma per ricevere questi le sue deboli forze furono sostenute dalla potenza divina. Le vennero, infatti, elargite grazie e doni nuovi, con i quali furono rispettivamente elevate le sue capacità esteriori; e riguardo alle facoltà interiori, oltre alla nuova grazia ed alla luce con le quali furono preparate, Dio le elevò in modo adeguato a ciò che le doveva essere rivelato. Inoltre, avendole dato il lume necessario, svelò la sua divinità, manifestandosi a lei in modo chiaro e indicibilmente sublime. Fu questa la prima volta che la bambina Maria vide la santissima Trinità.

333. Della gloria che in questa visione ebbe la bambina Maria, dei nuovi misteri che le furono rivelati e degli effetti che ridondarono nella sua purissima anima, furono solo testimoni l’autore di così inaudito miracolo e gli angeli stupefatti, che in Dio stesso conoscevano già qualcosa di questo mistero. Ritrovandosi la Regina alla destra del Signore che doveva divenire suo figlio e vedendolo faccia a faccia, gli chiese, più felicemente di Betsabea, che donasse l’intatta Sunnamita Abisag, cioè la sua inaccessibile divinità, all’umana natura sua propria sorella, e che adempisse la sua parola scendendo dal cielo sulla terra, celebrando così il matrimonio dell’unione ipostatica nella persona del Verbo, poiché tante volte lo aveva promesso agli uomini per mezzo dei Patriarchi e dei Profeti. Lo pregò anche di affrettare la redenzione del genere umano, attesa da tanti secoli, poiché si moltiplicavano i peccati e la rovina del-le anime. Ascoltò l’Altissimo questa richiesta a lui tanto gradita, e promise a sua Madre, diversamente da Salomone, che subito si sarebbe disobbligato dalle sue promesse e sarebbe venuto nel mondo, incarnandosi per redimerlo.

334. In quel concistoro e tribunale divino della santissima Trinità si decise di dare il nome alla bambina Regina; e siccome nessun nome è legittimo e proprio se non quello che si pone nell’essere immutabile di Dio, dove con equità, peso, misura ed infinita sapienza si dispensano ed ordinano tutte le cose, allora la divina Maestà volle imporglielo da se stessa, nel cielo. Manifestò così agli spiriti angelici che le tre divine Persone avevano decretato e formulato, sin dall’eternità, i dolcissimi nomi di Gesù e di Maria per il figlio e per la madre; e si erano compiaciute in essi, tenendoli scolpiti nella loro mente eterna, e presenti in tutte le cose a cui avevano dato esistenza, poiché proprio per il loro servizio le avevano create. Mentre i santi angeli venivano a conoscenza di questi e di altri misteri, udirono una voce dal trono, che, nella persona del Padre eterno, diceva: «La nostra eletta sarà chiamata Maria e questo nome deve essere meraviglioso e grande; quelli che lo invocheranno con devoto affetto, riceveranno copiosissime grazie; quelli che lo apprezzeranno e pronunceranno con riverenza, saranno consolati e vivificati; tutti ritroveranno in esso il rimedio dei loro mali, i tesori per arricchirsi e la luce che li guidi verso la vita eterna. Questo nome sarà terribile contro l’inferno, schiaccerà il capo al serpente, ed otterrà insigni vittorie sui principi delle tenebre». Ordinò poi il Signore agli spiriti angelici, che annunziassero questo felice nome a sant’Anna, affinché si operasse sulla terra quello che si era stabilito nel cielo. La divina bambina, prostratasi con affetto dinanzi al trono, rese riconoscenti ed umili grazie all’Essere eterno e con ammirabili e dolcissimi cantici ricevette il suo nome. Se si dovessero descrivere i privilegi e le grazie, che le furono concessi, sarebbe necessaria unopera a parte, di più volumi. I santi angeli, nel trono dell’Altissimo, venerarono e riconobbero, di nuovo, Maria santissima come futura madre del Verbo e come loro regina e signora; e ne ossequiarono il nome prostrandosi, ogni volta che lo pronunciava la voce dell’eterno Padre. Particolarmente lo venerarono quelli che lo avevano come stemma sul petto; tutti invece intonarono cantici di lode per misteri così grandi ed insondabili. La neonata Regina, però, continuò ad ignorare la causa di tutto ciò che vedeva, perché non le venne manifestata la sua dignità di madre del Verbo sino al tempo dell’incarnazione. Intanto sempre con giubilo e con riverenza i santi angeli la riportarono sulla terra nelle braccia di sant’Anna, alla quale rimase nascosto quanto era accaduto, nonché l’assenza di sua figlia, poiché in vece sua suppli uno degli angeli custodi, prendendo, per questo scopo, un corpo aereo. Oltre a ciò, per molto tempo, mentre la divina fanciulla dimorava nel cielo empireo, sua madre Anna ebbe un’estasi di altissima contemplazione, in cui, benché ignorasse quel che si operava nella sua bambina, le furono manifestati gli ineffabili misteri della dignità di madre di Dio, per la quale era stata eletta la sua figlia santissima. La prudente donna li conservò nascosti nel suo cuore, tenendoli, però, sempre presenti nella mente, per tutto quello che doveva operare con lei.

335. Otto giorni dopo la nascita della grande Regina, scese dall’alto una moltitudine di angeli béllissimi e maestosi, portanti uno scudo sul quale era scolpito, a caratteri brillanti e risplendenti, il nome di Maria. Manifestandosi tutti alla fortunata sant’Anna le dissero che il nome di sua figlia doveva essere quello che essi portavano sullo scudo, e cioè Maria: nome che le aveva dato la divina Provvidenza, ordinando in tal modo che anche lei e Gioacchino glielo imponessero subito. La santa chiamò il marito e gli fece conoscere la volontà di Dio riguardo al nome della loro figlia ed il fortunatissimo padre lo accolse con giubilo e con devoto affetto. Decisero così di chiamare i parenti ed un sacerdote, e con un sontuoso e solenne banchetto posero il nome di Maria alla loro neonata. Gli angeli celebrarono questa festa cantando una dolcissima melodia, sentita solo dalla madre e dalla figlia che restò così col nome che la santissima Trinità le aveva dato nel cielo il giorno in cui era nata e sulla terra l’ottavo giorno dopo l’evento. Fu scritto poi nel registro comune, quando sua madre andò al tempio per adempiere la legge, come si dirà in seguito. Sino allora il mondo non aveva visto un parto simile a questo né un altro sarebbe potuto accadere in una semplice creatura. Questa fu la nascita più fortunata che la natura poté salutare, poiché portò una bambina la cui vita, già dal primo giorno, non solo fu esente dalla macchia del peccato, ma fu più pura e santa di quella dei supremi serafini. La nascita di Mosè fu celebrata per la bellezza e l’avvenenza del bambino; ma questa non era che apparente e corruttibile. Oh, come è bella la nostra grande bambina! Oh, com’è bella! È tutta bella e soavissima nelle sue delizie, perché possiede tutte le grazie e le bellezze, senza alcun difetto. Fu motivo di sorriso e di letizia, per la casa di Abramo, la nascita di Isacco, il figlio promesso da Dio e concepito da madre sterile; ma tale parto non ebbe una grandezza maggiore di quella originata e trasmessa dalla nostra bambina Regina, per cui fu preordinata tutta quella gioia straordinaria. E se quel parto fu ammirabile e di tanto giubilo per la famiglia del patriarca, perché era prefigura e preparazione della natività della dolcissima Maria, così in questo si devono rallegrare il cielo e la terra, perché nasce colei che viene a restaurare le rovine del cielo e a santificare il mondo. Quando nacque Noè, si consolò suo padre Lamech, perché seppe che Dio attraverso suo figlio avrebbe assicurato la continuità del genere umano, per mezzo dell’arca, e avrebbe accordato di nuovo le benedizioni che gli uomini avevano demeritato per i peccati commessi. Tutto questo, però, avvenne affinché nascesse questa bambina, che doveva essere la vera riparatrice, essendo, ancora una volta, l’arca mistica a contenere il nuovo e vero Noè, attirandolo dal cielo, per riempire di benedizioni tutti gli abitanti della terra. Oh, felice parto! Oh, lieta nascita, che in tutti i secoli passati sei stata il compiacimento della santissima Trinità, il gaudio degli angeli, il refrigerio dei peccatori, l’allegrezza dei giusti e la singolare consolazione dei santi che ti stavano aspettando nel limbo!

336. Oh, preziosa e fulgida margarita, che ti dischiudesti alla luce del sole racchiusa nella grezza conchiglia di questo mondo! Oh, grande bambina! Se alla luce materiale gli occhi terreni ti ravvisano appena, dinanzi a quelli del sovrano e della sua corte superi in dignità e bellezza tutto ciò che non è Dio stesso. Tutte le generazioni ti benedicano; tutte le nazioni riconoscano e lodino la tua grazia e la tua bellezza. La terra sia rischiarata da questa nascita; i mortali si rallegrino perché è nata per loro la corredentrice che colmerà il vuoto causato dalla prima colpa; vuoto in cui da essa sono stati lasciati. Sia benedetta ed esaltata la vostra benignità verso di me che sono polvere e cenere, la più abietta. E se mi date il permesso, o mia Signora, di parlare alla vostra presenza, vi esporrò un dubbio, che mi è affiorato su questo mistero della vostra nascita, riguardo a quello che operò l’Altissimo con voi nell’ora in cui vi pose alla luce materiale del sole.

337. Questo è il dubbio: «Come si potrà intendere che per mano dei santi angeli siete stata portata con il corpo fino al cielo empireo ed alla vista della Divinità? Poiché secondo la dottrina della santa Chiesa e dei santi dottori, il cielo fu chiuso e come interdetto per gli uomini fino a che il vostro santissimo Figlio non lo aprì con la sua vita e la sua morte, entrando in esso come redentore e capo, quando, cioè risorto, vi salì nel giorno della sua ammirabile ascensione, essendo egli il primo per il quale furono aperte quelle porte eterne, che erano state chiuse per il peccato».

Risposta ed insegnamento della Regina del cielo

 

338. Carissima figlia mia, è vero che la divina giustizia, per il primo peccato chiuse il cielo ai mortali fino a quando il mio santissimo Figlio non lo aprì, pagando abbondantemente per gli uomini con la sua vita e la sua morte. Fu così conveniente e giusto che il Redentore, che come capo aveva unito a sé le membra redente, entrasse pnma degli altri figli di Adamo nel cielo, aprendolo per loro. E’ vero che se Adamo non avesse peccato, non sarebbe stato necessario osservare questo ordine, per poter gli uomini salire al cielo empireo a godere della Divinità, ma vista la caduta del genere umano, la santissima Trinità stabilì quello che ora si sta eseguendo ed adempiendo. Davide cantò questo grande mistero nel salmo ventitreesimo, quando, parlando con gli spiriti del cielo, disse due volte: «Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi porte antiche, ed entri il re della gloria». E ripeté agli angeli che le porte erano aperte solo per loro, mentre per gli uomini stavano chiuse. E benché quei cortigiani del cielo non ignorassero che il Verbo incarnato aveva già tolto a quelle porte le sbarre e le serrature della colpa – salendo ricco e glorioso con le spoglie della morte e del peccato e presentando nella gloria dei santi Padri del limbo il frutto della passione che portava su di sé – con tutto ciò, i santi angeli vengono qui descritti come meravigliati e stupiti di questa novità straordinaria, domandandosi tra loro: «Chi è questo re della gloria, essendo uomo e della stessa natura di Adamo che perdette per sé e per tutto il genere umano il diritto di salire al cielo?».

339. Al dubbio rispondono loro stessi, dicendo che il re della gloria è il Signore forte e potente, il Signore potente in battaglia, il Signore degli eserciti. Il che è un mostrarsi consapevoli che quell’uomo, venuto dal mondo per aprire le porte eterne, non era solo uomo, né era sottomesso alla legge del peccato, ma era vero uomo e vero Dio e che, forte e potente in battaglia aveva vinto il forte armato che regnava nel mondo, e lo aveva spogliato del suo regno e delle sue armi. Gli angeli lo chiamano il re della gloria, il signore delle virtù, perché le aveva operate come loro Signore, cioè con autorità e senza gli ostacoli del peccato e delle sue conseguenze. E, come signore delle virtù e re della gloria, veniva ora trionfando e ripartendo virtù e gloria ai suoi redenti, per i quali, in quanto uomo, aveva patito ed era morto; in quanto Dio, invece, li sollevava all’eternità della visione beatifica, avendo spezzato le serrature, ossia gli ostacoli posti dal peccato.

340. O anima, questo fu quello che fece il mio diletto figlio, vero Dio e vero uomo, che, come signore d’ogni virtù e grazia, m’innalzò e mi adornò fin dal primo istante della mia immacolata concezione. Quindi non essendo stata colpita dall’obice del primo peccato, non ebbi l’ostacolo, proprio degli altri mortali, ad entrare per le porte eterne del cielo, anzi, riguardo a questo, il potente braccio di mio figlio si comportò con me, come con la signora delle virtù e regina del cielo. Parimenti, dovendolo rivestire, nel suo farsi uomo, della mia carne e del mio sangue, per la sua benignità volle prevenirmi, facendomi simile a lui in purezza e nella esenzione della colpa come anche in altri doni e privilegi divini. Inoltre, poiché non ero schiava della colpa, non esercitavo affatto le virtù come chi è soggetta ad essa, ma come signora delle mie facoltà, senza conflitto interiore e con pieno dominio; simile non tanto ai figli di Adamo quanto al Figlio di Dio che era anche mio figlio.

341. Per questa ragione gli spiriti celesti mi aprirono le porte eterne che reputavano loro, riconoscendo così che il Signore mi aveva creata più pura di tutti i supremi angeli del cielo, anzi loro Regina e signora di tutte le creature. E comprendi, o carissima, che chi fece la legge, poté senza contraddizione dispensare da essa. In questo modo, operò il supremo Signore e legislatore, stendendo verso di me lo scettro della sua clemenza più nobilmente di quanto non fece Assuero verso Ester, affinché non si intendesse che le leggi circa la colpa, comuni agli altri mortali, fossero fatte per me, che dovevo diventare la Madre dell’autore della grazia. E benché io, come semplice creatura non potessi meritare questi benefici, tuttavia la clemenza e la bontà divina si volsero verso di me liberalmente, rimirandomi come umile serva, affinché lodassi eternamente l’autore di tali opere. E voglio che anche tu, o figlia mia, lo esalti e lo benedica per esse.

342. L’insegnamento che ora ti do è questo: avendoti eletta con liberale pietà, come mia discepola e compagna, quando eri ancora povera e abbandonata, cerca con tutte le tue forze di imitarmi in un esercizio che io ho praticato per tutta la mia vita da quando venni al mondo, senza tralasciarlo nemmeno un giorno, per quanti pensieri e tribolazioni avessi. L’esercizio consisteva nel prostrarmi alla presenza dell’Altissimo, ogni giorno allo spuntare della luce, ringraziandolo e lodandolo per il suo essere immutabile, per le sue infinite perfezioni e per avermi creata dal nulla. Inoltre, riconoscendomi sua creatura e sua fattura, lo benedicevo ed adoravo rendendogli onore e magnificenza come si deve al supremo Signore e al creatore mio e di tutto ciò che esiste. Sollevavo così il mio spirito, mettendolo nelle sue mani, e con fiducia e profonda umiltà mi abbandonavo chiedendogli che, in quel giorno e per tutti gli altri della mia vita, disponesse di me secondo il suo volere e che m’insegnasse tutto ciò che gli fosse di maggiore gradimento, per adempierlo. Nell’espletare i diversi impegni quotidiani replicavo più volte questi atti e nell’interno consultavo prima la divina Maestà chiedendole consigli, licenza e benedizione per tutte le mie azioni.

343. Sii molto devota del mio dolcissimo nome. Sappi intanto che sono stati molti i privilegi e le grazie che l’Onnipotente ha legato al mio nome. Nel rendermene conto alla vista di Dio, mi sentii, in modo sommo, tenuta alla riconoscenza e fui presa da una grande sollecitudine di corrispondere, tanto che tutte le volte che mi veniva alla memoria il mio nome, Maria, ed accadeva molto spesso, e tutte le volte che mi sentivo nominare, provavo un incitamento alla gratitudine e al compimento di ardue imprese per il Signore, che me lo aveva dato. Lo stesso nome hai tu. Perciò voglio che questo nome operi in te i medesimi effetti, in modo che tu mi imiti fedelmente in ciò che hai appreso in questo capitolo, senza venirvi meno da oggi in poi, qualunque cosa accadesse. Qualora, per debolezza, tu cadessi nell’indolenza, rientra subito in te stessa e, alla presenza del Signore e a quella mia, riconosci con dolore la tua colpa. Con sollecitudine e costanza in questo santo esercizio, eviterai molte imperfezioni e ti abituerai piano piano a praticare le virtù nel più alto grado, secondo il volere dell’Altissimo. Egli allora non ti negherà la sua grazia divina se ricercherai davvero la sua luce e ciò che è più gradito e desiderato dal tuo cuore e dal mio, cioè di ascoltare e ubbidire con tutta te stessa al tuo sposo e Signore, il quale vuole per te ciò che è più puro, santo e perfetto e una volontà pronta e disposta ad eseguirlo.

CAPITOLO 22

 

Come sant’Anna adempì nel suo parto alla legge di Mosè e come la bambina Maria procedeva nella sua infanzia.

 

344. Era precetto della legge, nel capitolo dodicesimo del Levitico, che la donna, partorendo una figlia, si considerasse immonda per due settimane e rimanesse poi nella purificazione del parto sessantasei giorni, cioè il doppio del parto di un maschio. Compiuti tutti i giorni della sua purificazione, era stabilito che offrisse un agnello di un anno in olocausto, sia per le figlie che per i figli, e un colombino o una tortorella per il peccato, consegnandoli al sacerdote davanti alla porta del tabernacolo perché li offrisse al Signore e pregasse per lei; con ciò veniva purificata. Il parto della fortunata sant’Anna fu purissimo come conveniva alla sua divina figlia, dalla quale traeva origine la purezza della madre. E sebbene, per questo motivo, non avesse bisogno di altra purificazione, volle, tuttavia, pagare il debito della legge, adempiendola puntualmente e lasciandosi così reputare come immonda, agli occhi degli uomini, quando invece era del tutto libera dalle prescrizioni di purificazione che la legge ordinava.

345. Trascorsi i sessanta giorni della purificazione, sant’Anna salì al tempio, con la mente infiammata d’amore divino, portando nelle sue braccia la sua benedetta bambina. Accompagnata da innumerevoli angeli e avendo con sé le offerte secondo la legge, arrivò alla porta del tabernacolo e parlò con il sommo sacerdote, il santo Simeone. Egli dimorando a lungo nel tempio ebbe il privilegio che la bambina Maria fosse offerta al Signore, in sua presenza e proprio fra le sue braccia. E sebbene, nelle varie occasioni capitategli, Simeone non conoscesse la dignità della divina signora, tuttavia, come diremo in seguito, avvertì, per tutto il tempo, nel suo spirito intense movenze ed impulsi che gli facevano intuire la grandezza di quella bambina agli occhi di Dio.

346. Sant’Anna gli offri l’agnello e la tortora insieme ad altri doni, e con umiltà e tra le lacrime gli chiese di pregare per lei e per sua figlia, affinché il Signore perdonasse loro, se avessero avuto qualche colpa. Dio, però, non ebbe di che perdonare ad una figlia e ad una madre in cui la grazia era così abbondante; ebbe, piuttosto, di che premiare la loro umiltà, essendosi presentate come peccatrici, quando invece erano santissime. Il santo sacerdote ricevette l’oblazione e sentendosi lo spirito infiammato e mosso da uno straordinario giubilo, senza avvertire altra cosa né manifestare quello che sentiva, disse tra sé: «Che novità è questa che sento? Forse per caso queste donne sono parenti del Messia che deve venire?». Restando con questo dubbio e con questa gioia, mostrò loro grande benevolenza. Intanto, la santa madre Anna entrò tenendo in braccio la sua santissima figlia e, con devotissime e tenere lacrime, la offrì al Signore, conoscendo lei sola al mondo il tesoro che le era stato dato in deposito.

347. Rinnovò, allora, sant’Anna il voto, fatto innanzi, di offrire al tempio la sua primogenita, appena fosse giunta all’età conveniente; e subito fu illuminata dall’Altissimo con l’infusione di nuova grazia e nuova luce, sentendo nel suo cuore una voce che le diceva di adempiere il voto portando e offrendo al tempio la sua bambina entro tre anni. Questa voce fu come un’eco di quella della santissima Regina che con la sua preghiera toccò il cuore di Dio, affinché risuonasse in quello di sua madre. In verità, quando la madre e la figlia entrarono nel tempio, la dolce bambina vedendo con i propri occhi la grandezza e la maestosità riservate al culto di Dio, rimase piena di stupore, tanto che avrebbe voluto prostrarsi e baciare il suolo del tempio, per adorare il Signore. E così a quello che non poté fare esternamente supplì l’affetto interiore: adorò e benedisse Dio con un amore così ardente e con una riverenza così profonda che né prima e né dopo la eguagliò altra creatura. Parlando interiormente con il Signore elevò allora questa preghiera:

348. «Altissimo ed ineffabile Dio, re e Signor mio, degno di ogni gloria, di ogni lode e di ogni riverenza; io, umile polvere, ma vostra fattura, vi adoro in questo luogo santo, vostro tempio; vi esalto e vi glorifico per il vostro essere e per le vostre infinite perfezioni. Rendo grazie, per quanto può la mia povertà, alla vostra benignità, perché avete concesso di vedere con i miei occhi questo tempio santo, questa casa di preghiera, dove i vostri Profeti ed i miei antichi Padri vi lodarono e vi benedirono, e dove la vostra generosa misericordia operò per mezzo loro tante meraviglie e tanti misteri. Degnatevi, o Signore, di accogliermi, affinché io possa servirvi nel tempo stabilito dal vostro santo volere».

349. Si offrì così come umile serva del Signore, quella che era Regina di tutto l’universo; e come prova, che l’Altissimo accettava tale offerta, scese dal cielo una luce fulgidissima che rivestì la bambina e la madre, ricolmandole di nuovi splendori di grazia. Sant’Anna tornò a sentire che al terzo anno era, di nuovo, chiamata a presentare sua figlia al tempio, poiché il compiacimento che l’Altissimo avrebbe dovuto ricevere da quell’offerta e l’amore con cui la divina bambina lo desiderava non consentivano un ulteriore ritardo. Gli angeli santi assegnati alla sua custodia e tanti altri presenti a questo atto intonarono dolcissimi canti di lode all’Autore delle meraviglie; ma di quanto successe non ebbero cognizione altre persone, all’infuori della santa bambina e di sua madre Anna che avvertirono, in parte interiormente e in parte all’esterno, ciò che era avvenuto di spirituale ed anche di sensibilmente percettibile. Accanto a loro soltanto il santo Simeone riuscì a vedere qualcosa di quella luce sensibile. Sant’Anna ritornò così a casa sua, ricca del suo tesoro e colma dei nuovi doni dell’Altissimo.

350. Alla vista di tali opere l’antico serpente anelava a conoscere ogni cosa, ma il Signore gli occultava ciò che non doveva sapere e gli lasciava intravedere quanto conveniva perché, opponendosi a tutto ciò che egli cercava di distruggere, venisse a servire come strumento dell’esecuzione dei giudizi misteriosi di Dio. Questo nemico faceva molte congetture circa le singolari ed eccezionali cose che scopriva nella madre e nella figlia. Quando vide, tuttavia, che portavano le offerte al tempio e come peccatrici osservavano quello che la legge comandava, chiedendo per di più al sacerdote che pregasse per loro perché fossero perdonate, rimase accecato ed il suo furore si acquietò, credendo che quella madre e quella figlia fossero allo stesso livello di altre donne comuni, e di uguale condizione, benché più perfette e sante delle altre.

351. La sovrana bambina veniva, intanto, trattata come gli altri bambini della sua età. Il suo cibo era quello comune e assai parco nella quantità; lo stesso valeva per il sonno, sebbene venisse coricata per dormire. Non importunava né infastidiva, come gli altri bambini, con i soliti vagiti, ma si rivelava gentile e dolce. Dissimulava, però, spesso questa singolarità – benché già si mostrasse Regina e signora – piangendo e singhiozzando più volte per i peccati del mondo e per ottenerne il rimedio con la venuta del Redentore degli uomini. In questa tenera età, infatti, l’espressione del suo viso era si gioiosa, ma velata da una certa severità e da una straordinaria autorevolezza e, pur accogliendo alcune carezze, non ammetteva vezzi puerili. Delle carezze, però, che non erano date da sua madre e che quindi erano meno misuràte ed imperfette, limitava il numero con speciale virtù e con la serietà che mostrava già da piccolina. La prudente sant’Anna trattava la bambina con incomparabile cura, diligenza e delicatezza. Anche suo padre Gioacchino l’amava come padre e come santo, benché allora ne ignorasse il mistero; e la bambina si mostrava con lui affettuosa, dal momento che lo riconosceva come padre e pertanto caro a Dio. Nonostante da lui accettasse di essere accarezzata più che dagli altri, tuttavia Dio fin d’allora infuse sia nel padre sia negli altri uno straordinario rispetto e riverenza verso colei che si era eletta per madre, tanto che il puro amore del padre nelle espressioni sensibili era sempre misurato e moderato.

352. La bambina Regina era in tutto amabile, ammirabile e perfettissima, e se nell’infanzia fu sottomessa alle comuni leggi della natura, queste tuttavia non furono di ostacolo alla grazia. Quando dormiva vigilava con il cuore: non tralasciava né interrompeva gli atti interni d’amore o altre mozioni affettuose che non dipendono dai sensi esterni.

Essendo ciò possibile anche ad altre anime, cui la potenza divina voglia concederlo, è certo che Dio non tralasciò di operarlo in colei che elesse per Madre sua e per regina di tutto il creato, largheggiando con lei in ogni genere di grazie più che con tutte le altre creature ed oltre la loro stessa immaginazione. Dio, nel sonno naturale, parlò a Samuele nonché ad altri Santi e Profeti, ed a molti mandò sogni misteriosi o visioni, poiché per illuminare l’intelletto poco importa alla sua potenza che i sensi esterni dor-mano nel sonno naturale o siano sospesi dalla forza che li rapisce in estasi. Nell’uno e nell’altro caso l’attività dei sensi cessa: eppure anche senza di essi lo spirito ode, ascolta e parla con gli oggetti con cui è in relazione. Per la celeste Regina fu questa una legge perenne, dalla sua concezione e per tutta l’eternità; e mentre era pellegrina sulla terra godette di queste grazie non ad intervalli, come le altre creature, ma incessantemente. Quando era sola o l’adagiavano per dormire, benché il suo sonno fosse breve, conversava con i suoi angeli dei misteri e delle lodi dell’Altissimo e godeva di visioni divine e del colloquio con il sommo re. Essendo stato tanto frequente il suo trattare con gli angeli, nel capitolo seguente spiegherò anche i modi in cui le si manifestavano e qualcosa delle loro straordinarie virtù.

353. Regina e signora del cielo, se come madre pietosa e mia maestra vorrete ascoltare, senza offendervi, le mie ignoranti parole, vi esporrò alcuni dubbi che in questo capitolo mi sono affiorati alla mente. E qualora, per la mia ignoranza e il mio ardire, cadessi in errore invece di rispondermi, o Signora, correggetemi con la vostra materna pietà. Il mio dubbio è questo: «Sentivate, voi, durante l’infanzia, l’abbandono e la fame che provano naturalmente gli altri bambini? E se così era, in che modo chiedevate gli alimenti e gli aiuti necessari, essendo tanto ammirabile la vostra pazienza da non usare il pianto come voce e come parola, a differenza degli altri bambini?». Inoltre ignoro se alla vostra Maestà fossero penosi i bisogni di quell’età, come l’essere ora fasciata ora sfasciata, essere nutrita con il cibo dei bambini e ricevere quello che gli altri accolgono senza riflettervi, perché privi dell’uso della ragione; mentre a voi, o Signora, niente passava inosservato. Infatti, mi sembra quasi impossibile che non dovesse esservi esagerazione o difetto riguardo alla misura, al tempo o alla quantità o a simili condizioni: voi ne avevate la piena consapevolezza, perché pur bambina per l’età, eravate grande per cognizione, conferendo così il giusto peso ad ogni cosa. D’altra parte, per divina prudenza, voi conservavate la serietà e la dovuta compostezza, mentre la vostra età e le leggi di natura richiedevano il necessario. Intanto, non lo chiedevate piangendo come i bambini, né parlando come gli adulti. Il vostro pensiero non era manifesto, né eravate trattata come una persona avente già l’uso della ragione; tantomeno vostra madre poteva conoscere quello di cui avevate bisogno – se, come e quando – per provvedere e servire vostra Maestà convenientemente ed in tutto. Questo mi causa stupore e suscita in me il desiderio di conoscere i misteri che vi si celano.

Risposta ed insegnamento della Regina del cielo

 

354. Figlia mia, volentieri rispondo a ciò che ti meraviglia. È’ vero che io ebbi la grazia e l’uso perfetto della ragione fin dal primo istante del mio concepimento come tante volte ti illustrai. Inoltre come gli altri bambini, provai i bisogni dell’infanzia e fui allevata secondo l’uso comune a tutti. Sentii fame, sete, sonno e disagi corporali, andando incontro a questi inconvenienti, come una figlia naturale di Adamo. D’altra parte era giusto che io imitassi il mio santissimo Figlio, che doveva accettare tali difetti e tali pene; e ciò al fine di riportarne merito ed essere anch’io esempio di imitazione per gli altri mortali. Essendo, tuttavia, governata dalla grazia divina, io facevo uso del cibo e del sonno con peso e misura, pigliandone meno degli altri e solo quello che era di stretta necessità per la crescita naturale e per preservare la vita e la salute. Il disordine in queste cose, infatti, non solo è contro la virtù, ma anche contro la stessa natura, perché ne viene alterata e corrotta. Per l’equilibrio della mia persona, nella perfetta armonia delle sue parti e componenti, certo io sentivo la fame e la sete più degli altri bambini ed in me questa mancanza di cibo era ancor più pericolosa. Tuttavia, se non me lo davano nel tempo prescritto, sopportavo con pazienza ed aspettavo il momento opportuno per chiederlo. Invece, sentivo meno la mancanza del sonno perché rimanendo sola avevo la libertà di vedere gli angeli e conversare con loro sui misteri divini.

355. Lo stare coperta e avvolta con fasce non mi arrecava grande fastidio, ma viva allegrezza, conoscendo per luce divina che il Verbo incarnato doveva patire una morte ignominiosa e doveva essere legato in modo obbrobrioso. Quando ero sola mi ponevo perciò a forma di croce, pregando come lui, perché sapevo che il mio diletto doveva morire proprio su quella, sebbene ignorassi, allora, che il crocifisso doveva essere mio figlio. In tutti i disagi che patii dopo essere venuta al mondo, però, conservai sempre l’equilibrio e la gioia, tanto che non si dipartì mai dal mio cuore una considerazione che voglio che tu tenga presente continuamente, ed è questa: di ponderare sempre nella mente e nel cuore le verità eterne ed infallibili, per discernere tutte le altre cose rettamente, senza sbagliare, dando così a ciascuna il peso e il valore che si merita. Comunemente, infatti, è qui che cadono in errore e si accecano i figli di Adamo; ed io non voglio, figlia mia, che questo capiti pure a te.

356. Appena venni al mondo e vidi la luce che mi illuminava, sentendo gli effetti degli elementi, gli influssi dei pianeti e degli astri, la terra che mi accoglieva, il cibo che mi nutriva, io resi subito grazie all’Autore della vita, e riconobbi le sue opere non come un debito che egli avesse verso di me, ma come un beneficio. In seguito perciò quando mi mancava qualcosa di cui avevo bisogno, sopportavo senza inquietarmi, anzi con gioia ammettevo che si faceva con me quanto era nella ragione, poiché essendomi tutto elargito per grazia e senza merito, era giusto che io ne fossi priva. Dimmi dunque, o anima: se io penso e confesso una verità che la ragione umana non può né ignorare né negare, dove hanno il senno gli uomini e quale senso di giudizio mostrano, quando mancando loro qualcosa che bramano e, forse, per niente utile, si rattristano e s’infuriano gli uni contro gli altri e perfino si irritano con Dio stesso, come se ricevessero da lui qualche torto? Si interroghino: quali tesori, quali ricchezze possedevano prima di ricevere la vita? Quali servizi fecero al Creatore perché donasse loro l’esistenza? Se il niente non può altro guadagnare che il niente né meritare l’essere che dal niente gli fu dato, quale obbligo ha Dio di conservare per giustizia ciò che gli fu elargito per grazia? Quando Dio crea e chiama all’esistenza, non è un beneficio che prodiga a se stesso, bensì alla creatura ed è così grande come lo sono la vita ed il suo fine. Se l’uomo con il dono della vita ha contratto un debito di riconoscenza che non riuscirà mai a pagare – dica – quale diritto rivendica ora perché avendogli dato Dio l’essere, senza che lo meritasse, debba conservarglielo, nonostante i reiterati e frequenti demeriti? E dove tiene la garanzia o la carta di assicurazione in cui si attesti che niente debba mancargli?

357. Se inoltre il primo movimento e la prima opera furono una nuova concessione e quindi un nuovo debito contratto, come può chiederne un secondo con impazienza? E se la somma bontà del Creatore gratuitamente provvede all’uomo il necessario, perché egli si turba quando gli manca il superfluo? Oh, figlia mia, che colpa esecrabile e che cecità abominevole è questa degli uomini! Ciò che il Signore dà loro per grazia non lo gradiscono, né si mostrano riconoscenti, e per quello che nega loro, per giustizia e talvolta per somma misericordia, si inquietano e si insuperbiscono e se lo procurano con mezzi ingiusti ed illeciti attirandosi le conseguenze dell’errore. Già con il primo peccato che l’uomo commette, perde Dio e insieme perde l’amicizia di tutte le creature, che – se non fosse Dio stesso a trattenerle – si rivolterebbero a vendicare l’ingiuria fatta al creatore e negherebbero all’uomo la possibilità di servirsi dei beni come sostentamento e vita. Il cielo lo priverebbe della sua luce e dei suoi influssi, il fuoco del suo calore; l’aria gli negherebbe il respiro e tutte le altre cose a loro modo farebbero lo stesso, per giustizia. Poi, quando la terra non darà più i suoi frutti e gli elementi negheranno il loro contributo e le altre creature si armeranno per vendicare le irriverenze fatte contro il creatore, allora l’uomo ingrato e vile si umilii e non accumuli su di sé l’ira del Signore nel giorno stabilito per il rendiconto, in cui gli verrà fatta questa accusa così terribile.

358. E tu, anima mia, fuggi da un’ingratitudine tanto perniciosa e riconosci umilmente che per grazia ricevesti l’essere e la vita, e questa il suo Autore ti conserva per grazia. Riconosci che senza meriti ricevi gratuitamente tutti gli altri benefici e che ricevendo molto e restituendo poco, ti rendi, ogni giorno, meno degna: cresce pertanto verso di te la generosità dell’Altissimo e così anche il tuo debito verso di lui. Voglio che questa considerazione ti accompagni sempre, per risvegliarti e spingerti a compiere molti atti virtuosi. Se poi ti mancherà l’apporto delle creature irrazionali, possa tu rallegrarti nel Signore, rendendo a lui grazie e a loro benedizioni, perché obbediscono al creatore. Parimenti, se le creature razionali ti perseguiteranno, tu amale con tutto il cuore e considerale come strumenti della giustizia divina, perché in qualche modo la tua colpa venga gradualmente estinta. Abbraccia i travagli, le avversità e le afflizioni e cerca in essi consolazione, perché, oltre a divenire il mezzo per scontare le colpe che hai commesso, sono l’ornamento della tua anima e le gioie più ricche agli occhi dello sposo.

359. Questa sia la risposta al tuo dubbio. Ora, desidero darti l’insegnamento che ti ho promesso per ogni capitolo. O anima rifletti, dunque, sulla puntuale sollecitudine che la mia santa madre Anna mostrò nell’adempiere, con il massimo compiacimento del Signore, il precetto della legge divina. Ti esorto, allora, ad imitarla, osservando inviolabilmente ed indistintamente tutti i precetti della tua Regola e delle Costituzioni, perché Dio premia largamente questa fedeltà, mentre, invece, si offende della negligenza. Io, sin dalla concezione, fui senza peccato e quindi non sembrava necessario presentarmi al sacerdote, perché il Signore mi purificasse. Nemmeno mia madre aveva peccato, perché era molto santa, tuttavia ubbidimmo con umiltà alla legge e perciò meritammo di crescere grandemente in virtù e grazia. Il disprezzo delle leggi giuste e ben ordinate ed anche la dispensa da esse, per ogni piccola cosa, scompaginano il culto e il timor di Dio, e confondono e sconvolgono il sistema delle regole umane. Negli obblighi del tuo Ordine guardati bene, perciò, dall’elargire facili dispense sia per te sia per le altre. Quando l’infermità o qualche giusta causa lo permetterà, fallo con misura e con il consiglio del tuo confessore, giustificando la tua azione davanti a Dio e agli uomini mediante l’approvazione dell’obbedienza. Se ti troverai stanca e spossata non tornare indietro dal tuo rigore, poiché Dio ti darà forza secondo la tua fede. Non dispensare mai per motivi di occupazioni: serva ciò che vale di meno a ciò che vale di più, e lo segua, come la creatura il Creatore. Inoltre, bada che nell’esercitare l’ufficio di superiora sarai meno discolpata, poiché per dare esempio devi essere la prima nell’osservanza delle leggi; e giammai tu possa trovare motivi o giustificazioni umane che ti dispensino da essa, anche se, talvolta e per la stessa ragione, tu debba trovarti nella condizione di farlo per le tue sorelle e suddite. Considera, o carissima, che ti do questo insegnamento per il fatto che da te esigo il meglio e la perfezione: necessario si rivela questo rigore, essendo l’osservanza dei precetti un debito verso Dio e verso gli uomini. Nessuno si lusinghi pensando che basti soddisfare il Signore, senza pagare il debito che si ha con il prossimo: dare il buon esempio e non essere occasione di scandalo. Regina e signora di tutto il creato, io vorrei raggiungere la purezza e la virtù degli spiriti celesti, perché il corpo corruttibile, che appesantisce l’anima, sia sollecito nell’adempire questo divino insegnamento. Sono diventata di peso a me stessa; ma con l’aiuto della vostra intercessione e col favore della grazia cercherò, o Signora, di ubbidire alla volontà vostra e di Dio con prontezza ed affetto di cuore. Non mi venga mai meno la vostra intercessione e la vostra protezione né l’insegnamento della vostra santa ed altissima dottrina.

CAPITOLO 23

I segni con cui i santi angeli custodi di Maria santissima le si manifestavano. Le loro perfezioni.

 

360. Ho già detto che gli angeli custodi di Maria erano mille, e non uno solo come capita per ogni comune mortale. E in considerazione della sua dignità, i mille angeli custodivano e assistevano Maria con una vigilanza superiore a quella di qualsiasi altro angelo verso l’anima a lui raccomandata. Oltre questi mille, che erano suoi custodi assidui ed ordinari, la servivano, nelle diverse occasioni che si presentavano, molti altri angeli, specialmente dopo il concepimento del Verbo divino incarnato. Dissi anche, come sopra, che la scelta e la nomina di questi mille angeli furono fatte da Dio al tempo della creazione, della giustificazione dei buoni e della cadutà dei cattivi. Dopo che fu loro proposto, come a viatori, l’oggetto della divinità, venne anche manifestata la santissima umanità che avrebbe assunto il Verbo, nonché raffigurata la sua purissima Madre, affinché li potessero riconoscere come loro superiori.

361. Quindi, gli angeli apostati furono castigati, mentre furono premiati quelli ubbidienti, secondo la proporzione che il Signore nella sua giustissima equità volle osservare. Or dunque, per quanto concerne il premio accidentale elargito agli angeli, come ho già avuto modo di dire, esso non fu dato in egual misura: la diversità dipendeva dai differenti sentimenti di affetto che provavano verso i misteri del Verbo incarnato e della sua purissima Madre; misteri che, per ordine, andarono conoscendo prima e dopo la caduta degli angeli cattivi. Proprio a questo premio accidentale si riferiscono l’essere stati eletti per assistere e servire Maria santissima e il Verbo incarnato, come anche il modo e la forma che prendevano, nell’apparire visibilmente alla regina. Questo è quello che intendo spiegare in questo capitolo, confessando, tuttavia, la mia incapacità: è molto difficile, infatti, racchiudere in un semplice discorso, fatto di parole e di termini materiali, le perfezioni e le operazioni di questi spiriti puri ed eccelsi. Se io passassi sotto silenzio questo punto, tralascerei nella storia una gran parte delle sublimi occupazioni che tenevano impegnata la Regina del cielo, quando era pellegrina sulla terra. Dopo aver esercitato le opere con il Signore, la sua occupazione principale era quella di trattare con i suoi ministri, gli spiriti angelici; e pertanto senza questa illustre parte, il racconto della sua santissima vita sarebbe rimasto incompleto.

362. Presupponendo, dunque, quanto finora ho detto degli ordini, delle gerarchie e delle differenze di questi mille angeli, aggiungerò qui la descrizione della forma con la quale apparivano corporalmente alla Regina e signora, rimandando ad altri capitoli il racconto delle apparizioni puramente spirituali e soprannaturali, e dei vari generi di visioni che aveva la regina. I novecento angeli eletti dai nove cori, cento cioè da ciascuno, furono scelti tra quelli che nutrivano maggiore stima, affetto e rispetto per Maria santissima. Quando, poi, le apparivano visibili, davanti agli occhi, avevano l’aspetto di ragazzetti, ma di estrema bellezza e grazia. Il corpo mostrava poco di terreno, perché era purissimo, quasi un cristallo animato e sfavillante di gloria, simile a corpi gloriosi e rifulgenti. Alla bellezza univano dignità e compostezza nel portamento, unitamente ad un’amabile severità. Il vestito era talare, ma sembrava formato di una luce raggiante, simile ad oro brillante e fulgidissimo, tramezzato da assortimenti di finissimi colori, che apparivano alla vista come un’ammirabile e bellissima varietà. Ci si accorgeva, però, facilmente, che quell’ornamento e quella forma visibili non erano qualcosa di percepibile al tatto materiale né si sarebbero potuti toccare con la mano, sebbene si lasciassero distinguere, come avviene per il raggio del sole che, facendo apparire le particelle lucenti, entra per le fessure di una finestra. La radiosità di questi angeli era, tuttavia, incomparabilmente più viva e più bella dello splendore del sole.

363. Tutti gli angeli portavano sulle loro teste delle corone di vivacissimi e finissimi fiori che olezzavano una fragranza soavissima, celeste, mai odorata sulla terra. In mano portavano delle palme tessute e variopinte, significanti le virtù che Maria santissima doveva esercitare santamente e le corone di gloria che doveva conseguire. Tutto questo le veniva manifestato anticipatamente e con dissimulazione, e produceva in lei effetti di gaudio e di giubilo. Sul petto portavano un distintivo simile, in qualche modo, a quelli tessuti sugli abiti degli ordini militari. Era una scritta che diceva: Maria madre di Dio, e costituiva per questi santi principi un segno di gloria, ornamento e bellezza; ma alla regina Maria ne venne tenuto nascosto il significato, finché non ebbe concepito il Verbo incarnato.

364. Questo distintivo con la scritta colpiva l’occhio per lo straordinario splendore che emanava, risaltando e rilucendo in mezzo al fulgido ornamento degli angeli. Essi, inoltre, variavano le loro comparse e i colori per dare significato e senso alla diversità dei misteri e delle molteplici prerogative racchiusi nella santa Città di Dio. La scritta Maria madre di Dio conteneva il più alto titolo onorifico e la più elevata dignità che si potessero avverare in una semplice creatura; con questo titolo essi onoravano la loro e nostra regina, restandone a loro volta onorati… In verità, ricevettero questo sigillo come segno d’appartenenza e premio, per essersi distinti nella devozione e nella venerazione di colei ritenuta la più degna di onore da tutte le creature. Mille volte felici quelli che meritarono la singolare corrispondenza dell’amore di Maria e del suo santissimo Figlio!

365. Gli effetti che questi santi principi con il loro abbigliamento suscitarono nell’animo di Maria, nessuno, al di fuori di lei, potrebbe spiegarli. Le manifestavano metaforicamente il mistero della grandezza di Dio e la perfezione dei suoi attributi: i benefici che le aveva reso e le rendeva, quando l’aveva creata, eletta, arricchita e favorita di tanti doni celesti e tesori divini. Il suo cuore, mediante questi, s’infiammava in grandi incendi d’amore e di lode a Dio, mentre gli effetti crescevano in lei con l’età e il succedersi degli avvenimenti. Quando, poi, si compì l’incarnazione del Verbo, gli angeli le svelarono i misteri, e spiegarono la misteriosa scritta che portavano sul petto, fino allora rimasta a lei nascosta. Dinanzi alla spiegazione del contenuto di quella incantevole scritta ed a quello che le venne fatto comprendere circa la sua dignità al cospetto di Dio, tanto furono il fuoco d’amore, la profonda umiltà, il tenero affetto che si risvegliarono nel candido cuore di Maria – pur riconoscendosi ella incapace e indegna di una elezione così ineffabile e di un mistero così immenso – che non ci sono parole adeguate a spiegarlo.

366. I settanta serafini, piu vicini al trono di Dio, scelti per assistere la Regina, furono quelli che più si distinsero nella venerazione e nell’ammirazione del mistero dell’unione ipostatica delle due nature, divina e umana, nella persona del Verbo. Dal momento che erano più intimamente uniti a Dio per la conoscenza intellettuale e l’amore, desiderarono più degli altri che questo mistero si operasse nel seno di una donna; a questa singolare e speciale inclinazione corrispose il premio, sia quello che concerne la gloria essenziale, sia quello che concerne la gloria accidentale. A quest’ultima – di cui sto parlando – si riferiscono l’onore di assistere Maria santissima e l’essere testimoni dei misteri che in lei si operano.

367. Quando i settanta serafini le apparivano visibilmente, la Regina li contemplava nella stessa forma in cui li vide nell’immaginazione il profeta Isaia e cioè con sei ali. Con due si coprivano il capo, per significare, con questo umile atteggiamento, la debolezza del loro intelletto a penetrare il mistero al cui servizio erano chiamati: prostrati dinanzi alla maestà del loro autore, credevano in questi misteri e li distinguevano attraverso il velo dell’oscura conoscenza che veniva loro data e per la quale esaltavano con eterna lode i santi ed imperscrutabili giudizi dell’Altissimo. Con le altre due ali si coprivano i piedi, la parte inferiore del corpo, e con ciò volevano alludere alla stessa Regina e signora del cielo e alla sua natura umana e terrena. Coprivano i piedi in segno di venerazione, perché reputavano Maria la suprema tra tutte le creature: per la sua incomprensibile dignità e per la sua incommensurabile grandezza la più vicina a Dio stesso e superiore ad ogni intelletto umano creato. E li coprivano, anche, per indicare che, per quanto fossero sublimi serafini, non potevano paragonare i loro passi con quelli di Maria, per la sua eccelsa dignità e nobiltà.

368. Con le due ali del petto volavano, oppure le dispiegavano, per dare ad intendere similmente due cose:

una, l’incessante movimento e volo di amore verso Dio, nonché la lode e la profonda riverenza che gli tributavano; l’altra, la rivelazione che facevano, a Maria santissima, della parte più interna del loro petto, dove nell’essere e nell’operare riverberavano, come in un limpidissimo specchio, i raggi della Divinità. Non era perciò necessario né opportuno che questa si manifestasse continuamente a Maria, mentre era ancora pellegrina sulla terra. La santissima Trinità dispose che la figlia e sposa avesse per ministri i serafini, che sono le creature più intimamente unite e vicine alla Divinità, affinché in essi, questa grande Regina vedesse ritratto, come in un’immagine viva colui che non poteva guardare sempre nella sua forma originale.

369. In questa maniera, la divina sposa godeva del ntratto del suo amato, mentre ne era lontana come viatrice e pellegrina sulla terra; la visione di questi infiammati, sublimi principi del cielo e le conversazioni con essi accendevano il suo cuore con il fuoco ardente dell’amore divino. Il genere e il modo poi di comunicare con gli angeli, indipendentemente dai sensi, erano gli stessi di quelli che osservavano tra loro: gli angeli superiori di un coro illuminano gli inferiori, come ho già detto altre volte. Sebbene la Regina del cielo fosse in dignità e grazia superiore a tutti, tuttavia nella natura, come dice Davide, l’uomo fu fatto inferiore agli angeli. Pertanto, l’ordine, in cui si comunicano le illuminazioni e si ricevono le influenze divine, segue la natura e non la grazia.

370. Gli altri dodici angeli che, come dissi sopra, sono quelli delle dodici porte, di cui san Giovanni parla nel capitolo ventunesimo dell’Apocalisse, si distinsero nell’amore e nella lode a Dio, poiché erano a conoscenza che egli voleva farsi uomo, essere maestro degli uomini, conversare familiarmente con loro e quindi redimerli e, con i suoi meriti, aprire loro le porte del cielo, assumendo come sua coadiutrice, in questo mirabile mistero, la sua santissima Madre. Questi angeli posero un’attenzione speciale alle meravigliose opere della redenzione ed alle vie che Dio avrebbe insegnato, perché gli uomini s’incamminassero verso la vita eterna; vie simboleggiate dalle dodici porte, che corrispondono alle dodici tribù. La ricompensa di questa singolare devozione fu di destinare, come Dio fece, questi angeli ad essere testimoni e segretari dei misteri della redenzione e cooperatori della stessa Regina del cielo nel pnvilegio e servizio di essere madre di misericordia e mediatrice di salvezza per tutti coloro che fossero ricorsi a lei. Perciò, dissi sopra che la regina Maria si serve particolarmente di questi dodici angeli per proteggere, difendere ed aiutare i suoi devoti nelle loro necessità e bisogni, e soprattutto per liberarli dal peccato, ogni volta che questi si rivolgono a lei ed agli angeli nella supplica ed invocazione.

371. Questi dodici angeli le apparivano in forma corporea, come quelli a cui accennai precedentemente, salvo che portavano numerose corone e palme, come segno dei premi riservati ai suoi devoti. Il loro servizio consisteva nel farle conoscere, in modo singolare, l’ineffabile pietà del Signore verso il genere umano, e nel sollecitarla perché ella lo lodasse e ne chiedesse l’esecuzione per gli uomini. A tale scopo, sua Altezza inviava questi angeli, con tali richieste, al trono dell’eterno Padre, come pure li mandava ad illuminare e soccorrere i devoti che la invocavano o quelli che ella voleva aiutare e proteggere. Ciò avvenne frequentemente al tempo della Chiesa primitiva, quando attraverso il ministero degli angeli aiutò gli Apostoli che si trovavano in mezzo alle tribolazioni ed ai travagli. Tuttora dal cielo questi dodici angeli esercitano il medesimo ufficio, assistendo i devoti della loro e nostra Regina.

372. Gli altri diciotto angeli, che restano a formare il numero di mille, furono quelli che si distinsero per l’amorevole dedizione ai misteri dolorosi del Verbo incarnato; per questo fu molto grande la gloria che ne ebbero in premio. Apparivano a Maria santissima in una forma oltre-modo bella: come ornamento portavano diversi segni della passione di Cristo e di altri misteri della redenzione; in particolare avevano una croce sul cuore e una sul braccio, entrambe di singolare bellezza e rifulgenti di una vivissima luce. La vista di un abito così singolare risvegliò nella Regina una grande ammirazione nonché la memoria, colma di tenerezza e compassione, di ciò che avrebbe dovuto patire il Redentore del mondo; suscitò anche fervorosi atti di riconoscenza e rendimento di grazie per i benefici che gli uomini avrebbero ricevuto attraverso la redenzione e il riscatto dal peccato. La nostra amata Signora si serviva, spesso, di questi angeli e li inviava al suo santissimo Figlio con diversi messaggi e suppliche per il bene e la salvezza delle anime.

373. Nel descrivere le forme ed i segni, ho detto anche qualcosa sulle perfezioni di questi spiriti celesti e sui servizi che prestavano, ma molto limitatamente in confronto a quello che in realtà sono. Si tratta di invisibili raggi della Divinità, velocissimi nei movimenti e nelle operazioni, potentissimi nella forza, perfettissimi nella capacità di intendere, senza cadere nel pericolo dell’inganno, ed immutabili nella natura e nella volontà. Inoltre, quello che apprendono una volta non lo dimenticano più né lo perdono più di vista. Sono pieni di grazia e di gloria e non corrono il rischio di perderie; essendo incorporei ed invisibili, quando l’Altissimo permette agli uomini di vederli, assumono un corpo apparente, percettibile ai sensi e conforme allo scopo. Tutti questi mille angeli della regina Maria erano, nella schiera dei loro cori, superiori e tale rango di superiorità riguardava la grazia e la gloria. Essi provvidero alla custodia della nostra amata Signora, incessantemente e per tutta la vita. Adesso in cielo godono della sua vista e della sua compagnia in modo del tutto speciale e gratuito. Ve ne sono alcuni tra loro che lei invia di preferenza ed ordinariamente; però, tutti e mille in alcune occasioni servono per questo ministero, secondo il volere di Dio.

Insegnamento che mi diede la Regina del cielo

 

374. Figlia mia, voglio condensare la dottrina di questo capitolo in tre ammonizioni. La prima è che ti mostri grata con eterna lode e riconoscenza al beneficio che Dio ti elargì nel donarti gli angeli a che ti assistano, ti ammaestrino e ti indirizzino nelle tue tribolazioni e fatiche. Questo è un beneficio che i mortali ordinariamente dimenticano con biasimevole ingratitudine e grave villania, non considerando quanto siano grandi la misericordia e la benignità divina nell’ordinare a questi santi principi – che sono di una natura superiore, spirituale, e pieni di gloria, dignità e bellezza – di assistere, custodire e difendere le creature terrene, così piene, invece, di miserie e di colpe. Per questo oblio, gli uomini ingrati si privano di molti favori da parte degli stessi angeli e suscitano lo sdegno e la collera del Signore. Tu, perciò, o carissima, riconosci il dono che hai ricevuto e cerca con tutte le tue forze di corrispondervi.

375. La seconda ammonizione è che tu, sempre ed in ogni luogo, porti riverenza ed amore a questi spiriti divini, come se li vedessi con gli occhi del corpo. Sii, dunque, attenta ed accorta, come chi sta alla continua presenza dei cortigiani del cielo e non ardire di fare in presenza loro ciò che in pubblico non faresti; né osa tralasciare di operare per il servizio del Signore ciò che essi fanno o che vogliono da te. Considera bene, anche, che essi contemplano sempre il volto di Dio, quali beati; per cui non è giusto che, se volgono contemporaneamente lo sguardo su di te, vedano qualcosa di indecente. Mostrati dunque grata della loro vigilanza, difesa e protezione.

376. La terza ammonizione è che tu stia attenta alle ispirazioni, chiamate ed ammonizioni con cui ti sollecitano ed illuminano in modo da orientare la tua mente e il tuo cuore a vivere nella memoria ed alla presenza di Dio, e all’esercizio di tutte le virtù. Pondera bene: tu spesso li chiami ed essi ti rispondono; tu li cerchi e li trovi; quanto spesso hai chiesto loro notizie sugli attributi e le qualità del tuo diletto ed essi te li hanno elencati; quante altre volte ti hanno spronato ad amare il tuo sposo, e ripreso dolcemente a causa delle tue trascuratezze e tiepidezze. E quando per le tue tentazioni e la tua debolezza hai perduto l’orientamento della luce, essi ti hanno aspettato, sopportato pazientemente e aperto gli occhi, riconducendoti sul diritto cammino della giustificazione e della testimonianza del Signore. Non dimenticare, dunque, o anima, il tanto che tu, a preferenza di molte nazioni e generazioni, devi a Dio, per i benefici di questi angeli; e sforzati di essere grata al Signore e agli stessi angeli, suoi ministri.

CAPITOLO 24

 

I santi esercizi e le occupazioni della Regina del cielo nel primo anno e mezzo della sua infanzia.

 

377. il silenzio, che nei primi anni gli altri bambini osservano per necessità naturale, perché non sanno né possono parlare, se non balbettando in modo maldestro, fu, invece, per la nostra divina bambina, una virtù eroica. Infatti, se le parole sono frutto dell’intelletto e comunicazione del pensiero, e se Maria santissima ne fu perfettamente dotata sin dalla sua concezione, ne consegue che ella, subito dopo la nascita, non scelse il silenzio perché non poteva parlare, ma perché liberamente non voleva farlo. E se agli altri bambini mancano le forze naturali per aprire la bocca, muovere la tenera lingua e pronunciare le parole, invece nella bambina Maria non fu presente questo difetto: per la sua natura più robusta, e per l’autorità e il dominio che esercitava su tutte le cose, le sue stesse facoltà le avrebbero infatti ubbidito, qualora lo avesse ordinato. In lei invece il non parlare fu virtù e grande perfezione; teneva nascosta così la sua sapienza e grazia, evitando l’ammirazione che di fatto avrebbe suscitato il veder parlare una neonata. Del resto, non so se, chi avesse parlato, nonostante ne fosse impedito per natura, sarebbe stato da ammirare più di colei che, potendolo invece fare, tacque per un anno e mezzo.

378. Fu volontà dell’Altissimo che, nel tempo in cui gli altri bambini non possono ordinariamente parlare, la nostra bambina mantenesse questo silenzio. Venne eccezionalmente dispensata da questo ordine, soltanto quando poteva, da sola, conversare con i suoi santi angeli custodi o rivolgersi al Signore con suppliche e preghiere vocali. E in verità, non vi era nessun motivo che ella si astenesse – come capitava con i mortali – dal parlare con Dio, autore di questo beneficio, e con gli angeli suoi messaggeri quando le apparivano sotto sembianze corporee; anzi era conveniente che, non essendone impedita, pregasse con la bocca, ed evitasse così di tenerla in ozio per lungo tempo. Sua madre sant’Anna, tuttavia, non sentì mai parlare la bambina, né venne a conoscenza che potesse farlo in quell’età. Il che evidenzia quanto lo stare in silenzio di Maria, in quel primo anno e mezzo della sua infanzia, fosse veramente il frutto della virtù. In quel tempo, quando le parve opportuno, la madre sant’Anna liberò, slegando le fasce, le braccia e le mani della bambina Maria, così che ella poté stringere quelle dei suoi genitori e baciarle con deferente sottomissione e riverente umiltà. Rimase fedele a quest’usanza fin tanto che essi vissero. In quell’età, inoltre, lasciava intendere ai suoi genitori, con segni e gesti esteriori, di desiderare la loro benedizione e perché lo facessero preferiva parlare al loro cuore piuttosto che chiederlo con la bocca. Fu così grande la riverenza che nutrì nei loro confronti da non venirne mai meno, come del re-sto giammai mancò all’obbedienza, recò loro molestia o pena, poiché conosceva i loro pensieri e preveniva i loro desideri.

379. In tutte le sue azioni e i suoi movimenti era illuminata dallo Spirito Santo e perciò faceva ogni cosa nel modo più perfetto. Benché l’esecuzione risultasse completa, tuttavia il suo ardentissimo amore non restava soddisfatto, e rinnovava continuamente i fervorosi affetti dell’amore, anelando e aspirando così a carismi migliori. Le rivelazioni divine e le visioni puramente spirituali erano, nella bambina Regina continue ed ininterrotte, poiché l’Altissimo le stava sempre vicino e l’assisteva. E se talvolta la divina provvidenza sospendeva temporaneamente queste forme di visioni e di cognizioni, ella dirigeva la sua attenzione a quelle precedenti, poiché della rappresentazione chiara di Dio – che, come dissi sopra, ebbe subito dopo la nascita allorché fu portata in cielo dagli angeli – le erano rimaste impresse le immagini cognitive (species intellegibiles) di quanto aveva visto. Dopo che ebbe lasciato la cella del vino, inebriata d’amore, il suo cuore restò talmente ferito che ella, ogni qualvolta si volgeva a questa contemplazione, si infiammava tutta. Essendo però il suo corpo delicato e debole, mentre l’amore era forte come la morte, giungeva a languire appassionatamente d’amore e ne sarebbe morta se l’Altissimo non le avesse rafforzato, mediante una miracolosa virtù, la parte più debole e conservato la vita. Molte volte, tuttavia, il Signore permetteva che quel corpo delicato e vergineo, per la veemenza dell’amore, cadesse in deliquio. Allora i santi angeli la sorreggevano e confortavano e così si adempì la parola della sposa del Cantico dei Cantici: Fulcite me floribus quia amore langueo! – Sostenetemi e rinfrancatemi con fiori perché languisco d’amore. Questo fu per la Regina del cielo un martirio del genere più nobile, ripetutosi migliaia di volte, con il quale sorpassò tutti i martiri sia nell’acquistare meriti che nel patire sofferenze e dolori.

380. La pena dell’amore è qualcosa di così dolce e desiderabile, che chi la patisce, tanto più ardentemente brama di sentir parlare della persona che ama, quanto più ha motivo per amarla: vuole curare la ferita con il rinnovarla. Con questa graziosissima illusione l’anima rimane sospesa tra una vita penosa e una dolce morte. Questo succedeva alla bambina Maria quando parlava con i suoi angeli di Dio, del suo amato e essi le rispondevano. Molte volte li interrogava con queste parole: «Servi del mio Signore e suoi messaggeri, che siete le opere più belle delle sue mani e le scintille di quel fuoco divino che accende il mio cuore, che godete della sua bellezza eterna senza velo né copertura, descrivetemi le caratteristiche e le qualità del mio amato. Avvisatemi se in qualche modo gli ho dato dispiacere. Fatemi sapere ciò che brama e vuole da me, e non indugiate ad alleviare la mia pena, perché languisco d’amore».

381. Gli spiriti celesti le rispondevano: «Sposa dell’Altissimo, l’amato vostro è solo. Egli è il solo che ha l’essere da se stesso. Non ha bisogno di nessuno, mentre tutti hanno bisogno di lui. Egli è infinito nelle perfezioni, immenso nella grandezza, senza limiti nel potere, confini nella sapienza, misura nella bontà. È colui che diede principio a tutto il creato, senza avere egli principio; egli governa il mondo senza stancarsi, e lo conserva senza averne bisogno. Veste di bellezza il creato e le creature e nessuno può contenere la sua infinita bellezza: rende beati quelli che giungono a vederlo faccia a faccia. Sì, o Signora, immense sono le perfezioni del vostro Sposo; la nostra intelligenza si perde nell’abisso della sua luce e i suoi giudizi sono ininvestigabili per qualsiasi creatura».

382. In questi ed in altri simili colloqui, superiori alla nostra comprensione, la bambina Maria si intratteneva con i suoi angeli e con l’Altissimo, rimanendone trasformata. Cresceva sempre più nel fervore e nel desiderio ardente di vedere il sommo Bene, che amava oltre l’immaginabile. Così spesso, per volontà del Signore e per mezzo dei suoi angeli, veniva rapita con tutto il corpo al cielo empireo, dove godeva della presenza di Dio. Alcune di queste volte ne aveva un’idea nitida, altre invece soltanto per mezzo di immagini cognitive infuse (species infusae), quantunque chiarissime e sempre sublimi. Accanto a molti altri misteri, conosceva pure, per intuizione e in modo evidente, gli angeli nonché i gradi, l’ordine del loro rango e le gerarchie. Dal momento che questo beneficio venne concesso a Maria più volte, di conseguenza e proprio per gli atti che esso suscitava in lei, ne venne a contrarre un amore così intenso e forte da sembrare una creatura più divina che umana. Nessun’altra sarebbe stata in grado di comprendere questo dono o altri corrispondenti, nemmeno la stessa natura mortale della bambina avrebbe potuto riceverli senza morirne e se Dio per miracolo non l’avesse tenuta in vita.

383. Quando in quella tenera età le capitava di ricevere qualche ossequio o favore, da parte dei suoi santi genitori o da qualche altro, lo accettava sempre con cuore umile e riconoscente, chiedendo al Signore che li ricompensasse per quel bene che per amore suo le facevano. E pur avendo raggiunto un così grande ed elevato grado di santità, ripiena della luce di Dio e della scienza dei suoi misteri, si reputava l’ultima tra le creature. Nella stima di se stessa, in confronto a loro, si metteva all’ultimo posto e si riteneva indegna perfino dell’alimento necessario alla vita, ella che era Regina e signora di tutto il creato.

Insegnamento della Regina del cielo

 

384. Figlia mia, tanto più uno riceve, quanto più si deve reputare come il più povero perché il suo debito è maggiore. E se tutti devono umiliarsi, perché da se stessi sono nulla, nulla possono e nulla posseggono, per la stessa ragione si deve abbassare ancor più nella polvere, chi essendo polvere e cenere è stato innalzato dalla potente mano dell’Altissimo più degli altri. In verità limitandosi a se stesso e riconcentrandosi in se stesso, senza essere né valere cosa alcuna, egli si ritrova così più indebitato ed obbligato per ciò che da se stesso non può giungere a soddisfare. La creatura conosca allora quello che è da se stessa, cosicché nessuno potrà mai dire: «Io mi sono fatto da me; mi sostento da me e per me; posso allungarmi la vita; io posso allontanare la morte». Tutto l’essere e la conservazione delle creature dipende dalla mano del Signore. Si umilii dunque, in sua presenza, la creatura; e tu, o carissima, fa’ in modo di non dimenticare questi insegnamenti.

385. Voglio anche che tu apprezzi, come un prezioso tesoro, la virtù del silenzio, che io ho cominciato ad osservare dalla mia nascita. Infatti avendo conosciuto nell’Altissimo tutte le virtù, mediante la luce di cui beneficiai, mi affezionai molto a quella del silenzio, tanto da propormela come amica e compagna di tutta la vita; così la osservai con inviolabile silenzio, benché potessi parlare fin da quando venni al mondo. Sappi che il parlare senza peso e misura, è una spada a due tagli che con una lama ferisce chi parla e con l’altra chi ascolta; ed ambedue distruggono la carità o quantomeno la ostacolano insieme alle altre virtù. Da ciò puoi comprendere quanto Dio resti offeso dal vizio di una lingua sfrenata e quanto sia giusto che allontani il suo spirito e nasconda il suo volto a chi si abbandona a ciarle, rumori e pettegolezzi; se si parla molto non si possono evitare gravi peccati. Soltanto con Dio e con i santi si può conversare senza pericolo, ed anche con essi è opportuno usare misura e discrezione; ma con le creature è molto difficile tenere la via maestra, senza passare dal giusto e necessario all’ingiusto e superfluo.

386. Il rimedio che ti preserverà da questo pericolo consiste nel tenerti sempre più vicina all’estremo contrario, eccedendo piuttosto nel tacere e nello stare in silenzio, perché il mezzo prudente di dire solo il necessario si trova più dalla parte del tacere molto, che non da quella del parlare eccessivo. Rifletti, o anima: tu non puoi andare dietro alle inutili e superflue conversazioni delle creature, senza lasciare di conversare con Dio nel segreto del cuore. E ciò che non faresti, senza vergogna e senza temere di essere sgarbata, con le creature, non devi farlo con il Signore, Dio tuo e di tutti. Chiudi l’orecchio alle chiacchiere fallaci e menzognere che potrebbero istigarti a dir ciò che non devi, poiché non è giusto che parli più di quel che ti ordina il tuo Dio e Signore. Attendi invece alla sua santa legge, che ha scritto liberamente di sua mano nel tuo cuore; ascolta la voce del tuo pastore che ti parla dentro e rispondi a lui, e a lui solo. Voglio perciò avvisarti che se tu vuoi essere mia discepola e compagna, devi distinguerti soprattutto nella virtù del silenzio. Taci molto e scrivi fin d’ora questo insegnamento nel tuo cuore e cerca di affezionarti sempre più a questa virtù, perché io per prima cosa desidero da te quest’amore per il silenzio e poi ti insegnerò come devi parlare.

387. Non intendo, con ciò, vietarti di parlare con le tue figlie e suddite, quando si tratta di ammonirle e di consolarle; discorri inoltre con quelli che ti possono parlare del tuo amato Signore e delle sue perfezioni, risvegliando in te l’ardente sete del suo amore. Con queste conversazioni invece di perdere, acquisterai così quel desiderato silenzio tanto utile alla tua anima, e proverai avversione e nausea per i ragionamenti mondani. Inoltre proverai gusto a parlare solo del bene eterno che brami, e per la forza dell’amore che trasformerà il tuo essere in quello del tuo diletto, in te verrà meno l’impeto delle passioni. Sarà così che giungerai a sentire qualcosa di quel dolce martirio che io pativo quando mi lamentavo del corpo e della vita, perché mi sembravano dure prigioni che trattenevano il mio volo verso Dio; ma non il mio amore. O figlia mia, dimentica ogni cosa terrena nel segreto del tuo silenzio e seguimi con tutto il fervore e le forze del tuo spirito, per giungere allo stato in cui il tuo sposo t’invita, e dove tu possa sentire quella consolazione che io provavo nella mia soave pena di amore, sentendomi dire: «Colomba mia, dilata il tuo cuore ed accogli, diletta mia, questa dolcissima pena perché dal tuo affetto il mio cuore è ferito». Questo mi diceva il Signore ed anche tu l’hai sentito più volte poiché sua Maestà parla a chi se ne sta solo e ama il silenzio.

CAPITOLO 25

Come ad un anno e mezzo la santissima bambina Maria cominciò a parlare. Le sue occupazioni fino all’ingresso nel tempio.

 

388. Venne il tempo in cui il sacro silenzio della purissima Maria doveva infrangersi in modo salutare e gradito a Dio per ascoltare sulla nostra terra la voce di quella tortora divina, annunciatrice della primavera della grazia. Prima però di ricevere il permesso dal Signore di cominciare a parlare con gli uomini – che avvenne nel diciottesimo mese della sua infanzia – ebbe una visione intellettuale della Divinità, non per intuizione, ma per immagini. Il Signore le rinnovò le visioni che altre volte aveva ricevuto e moltiplicò le grazie ed i favori. In questa visione si svolse tra la bambina e il Signore un dolcissimo colloquio che con timore oso riportare con mie parole.

389. La piccola Regina parlò dunque a Dio e disse: «Altissimo Signore ed incomparabile Dio! Come potete essere così prodigo di favori con la più povera e la più inutile delle creature? Come potete riversare, con così amabile degnazione, la vostra grandezza sulla vostra ancella che è incapace di ricambiarvi? Dunque l’Altissimo si degna di guardare l’umiltà della sua serva? L’Onnipotente arricchisce la tapina? Il Santo dei santi s’inchina sulla polvere? Io, o Signore, sono la più piccola fra tutte le creature; sono quella che merito meno i vostri benefici. Che cosa farò dunque alla vostra presenza? Con che cosa vi ricambierò di ciò che vi devo? O Signore, che cosa ho mai io, che non vi appartenga, se siete voi a darmi la vita, l’essere e il movimento? Io mi rallegro anche, mio amatissimo Signore, nel vedere che non c’è bene che non sia vostro e che fuori di voi stesso la creatura non possiede nulla; che sia consuetudine e gloria per voi innalzare chi è più basso, favorire chi è più misero e dare l’essere a chi non lo ha, affinché la vostra magnificenza sia maggiormente conosciuta ed esaltata».

390. Il Signore le rispose e disse: «Colomba e diletta mia, tu trovasti grazia ai miei occhi; tu sei la mia amica, scelta per la mia delizia. Ed io voglio manifestarti ciò che maggiormente desidero e bramo da te». Questi accenti del Signore ferirono di nuovo il cuore tenerissimo, sebbene forte, della bambina, sciogliendolo d’amore; e l’Altissimo compiacendosene proseguì dicendo: «Io sono il Dio della misericordia e amo con immenso amore i mortali: tra i molti che mi hanno tradito con i loro peccati conto alcuni uomini giusti ed amici che mi hanno servito e mi servono di cuore. Ed io ho stabilito di salvarli, inviando loro il mio Unigenito, perché non siano privi della mia gloria, né io della loro eterna lode».

391. A questa dichiarazione, replicò la bambina Maria:

«Altissimo Signore e re potente, vostre sono le creature e vostro è ogni potere; voi Solo siete il santo, la guida suprema di tutto il creato. La vostra stessa bontà v’impegni ad affrettare la discesa del vostro Figlio unigenito per redimere i figli di Adamo. Giunga finalmente il giorno sospirato dai miei antichi Padri e vedano i mortali la vostra eterna salvezza. Perché mai, o mio amato Signore, essendo voi il padre pietoso delle misericordie, rimandate tanto l’opera della salvezza per i vostri figli prigionieri ed afflitti, che da tanto tempo l’aspettano? Se la mia vita può contribuire a qualcosa, io ve la offro, pronta a sacrificarla per loro».

392. Allora l’Altissimo con grande benevolenza le ordinò che, da quel momento in poi, più volte e tutti i giorni, gli chiedesse di affrettare l’incarnazione del Verbo per il riscatto di tutto il genere umano; e che piangesse i peccati degli uomini che ostacolavano la loro stessa redenzione e salvezza. E subito le dichiarò che era giunto il tempo di esercitare tutti i sensi e che per sua maggior gloria conveniva ormai che parlasse con le creature umane. La bambina per adempire bene questo precetto si rivolse a Dio e disse:

393. «Altissimo Signore di incomprensibile grandezza, come oserà la polvere; l’infima delle creature, trattare misteri così alti e reconditi e considerati di inestimabile prezzo perfino da voi? Come potrò esigerne da voi il compimento e che cosa può mai ottenere la creatura che non vi ha servito in niente? Tuttavia voi, o mio diletto, vi sentirete obbligato dalla stessa necessità e così l’inferma cercherà la salute, l’assetata desidererà le sorgenti della vostra misericordia ed ubbidirà alla vostra divina volontà. E se voi ordinate, o Signore, che io apra le mie labbra per trattare e parlare con altri fuori di voi stesso, che siete tutto il mio bene e il mio desiderio, vi supplico di volgere lo sguardo alla mia fragilità e al pericolo in cui potrei cadere. È molto difficile, infatti, per la creatura dotata di ragione, non eccedere nelle parole e non sbagliare ed io, perciò, tacerei tutta la vita, con il vostro consenso, per non cadere nel rischio di perdervi. E se ciò dovesse accadere, per me sarebbe impossibile vivere anche un solo istante».

394. Questa fu la risposta della bambina Maria, che temeva tantissimo il nuovo e pericoloso ministero della parola che le veniva comandato; sicché per quanto dipendeva dalla sua volontà, se Dio glielo avesse consentito, avrebbe desiderato osservare un perfetto silenzio e starsene zitta tutta quanta la vita. Quale umiliazione e quale esempio sublime per l’insipienza dei mortali! Colei che parlando non poteva peccare, temeva tanto il pericolo della lingua; e noi, che non possiamo parlare senza peccare, ci sentiamo morire e ci consumiamo per farlo. Dunque, o dolcissima bambina e Regina di tutto il creato, perché volete tacere? Non considerate, o mia Signora, che il vostro silenzio sarebbe rovina del mondo, tristezza per il cielo e perfino, a nostro limitato modo di intendere, una grande perdita per la santissima Trinità? Non sapete che con la risposta «Fiat mihi» all’arcangelo, contribuirete, in un certo modo, al compimento di tutto ciò che è stato preordinato, dando all’eterno Padre una figlia, all’eterno Figlio una madre, allo Spirito Santo una sposa, riparazione agli angeli, rimedio agli uomini, gloria ai cieli, pace alla terra, un’avvocata al mondo, salute agli infermi, vita ai morti, compiendo inoltre la volontà di Dio circa tutto quello che egli può desiderare fuori di se stesso? Ora, se dalla vostra sola parola dipende la maggior opera dell’onnipotenza divina e il bene di tutto il creato, come potete, o Signora e maestra mia, tacere, mentre è d’uopo che voi parliate? Parlate pure, o bambina, e la vostra voce si faccia sentire in tutto il cielo!

395. Iddio si compiacque del prudentissimo riguardo della sua sposa ed il suo cuore fu nuovamente ferito dall’amorevole timore della nostra bambina. Soddisfatte della loro diletta, le tre divine Persone, conferendo tra loro circa la sua richiesta, pronunciarono le parole del Cantico dei Cantici: «Piccola è la nostra sorella e ancora non ha seni; che faremo per la nostra sorellina il giorno in cui parlerà? Se lei fosse un muro, le costruiremmo sopra un recinto d’argento. Piccola sei agli occhi tuoi, sorella nostra diletta, ma grande sei e sarai agli occhi nostri. Per questo disprezzo di te stessa con uno dei tuoi capelli hai rapito il nostro cuore. Sei piccola anche nella stima che hai di te stessa e proprio questo ci affeziona a te e ci fa innamorare ancora di più. Non hai capezzoli per nutrire con le tue parole e neppure la legge sull’impurità, che non volli e non voglio che s’intenda fatta per te, ti riconosce donna. Ti umilii, mentre sei grande sopra ogni altra creatura; temi, mentre sei sicura; vuoi prevenire il pericolo, mentre non ti può minacciare. Che faremo noi con la nostra sorella il giorno che per nostra volontà aprirà le sue labbra per benedirci, quando invece i mortali le aprono per bestemmiare il nostro santo nome? Che faremo per celebrare un giorno così festivo come è quello in cui parlerà? Con che cosa premieremo questa sua precauzione così umile e sempre gradita ai nostri occhi? Dolce fu il suo silenzio e dolcissima sarà al nostro orecchio la sua voce. Se lei è un muro forte, per essere stata edificata con la virtù della nostra grazia e rafforzata con la potenza del nostro braccio, riedifichiamo allora sopra una così grande fortezza, nuove torri d’argento, aggiungendo così nuovi doni ai passati. E siano d’argento questi doni, perché ne divenga più ricca e preziosa; siano purissime le sue parole quando parlerà, candide, terse e sonore al nostro orecchio; sulle labbra abbia sempre diffusa la nostra grazia e sia sempre con lei la nostra onnipotente mano e protezione».

396. Nello stesso tempo in cui, a nostro modo di intendere, conferivano le tre divine Persone, la nostra divina bambina venne consolata e confortata nell’umile angustia di dover incominciare a parlare. Il Signore le promise allora di essere presente in lei e di dirigerla nelle parole, affinché tutte fossero di suo gradimento. Impetrò così da sua Maestà di nuovo la benedizione, per aprire le sue labbra piene di grazia. Quindi per agire in tutto con attenzione e prudenza, la prima parola che proferì, la rivolse ai suoi genitori, san Gioacchino e sant’Anna, chiedendo loro la benedizione, poiché erano quelli che dopo Dio le avevano dato la vita. I due fortunati santi la sentirono parlare con gioia e nello stesso tempo videro che cominciava a camminare da sola. Sua madre Anna felice, prendendola in braccio, le disse: «Figlia mia e diletta del mio cuore, sia per volontà e per gloria dell’Altissimo che noi ascoltiamo la tua voce e le tue parole e che tu cominci a camminare per crescere nel suo servizio. Siano le tue espressioni e le tue parole poche, misurate e ben ponderate; ed i tuoi passi siano retti e indirizzati al servizio e all’onore del nostro Creatore».

397. La santissima bambina ascoltò queste ed altre parole che sua madre sant’Anna le disse; le scrisse nel suo tenero cuore, per custodirle con profonda umiltà ed obbedienza. Nell’anno e mezzo seguente, fino al compimento dei tre anni, quando andò al tempio, furono però molto poche le parole che pronunciò, eccetto quando la chiamava sua madre per sentirla parlare e le ordinava di conversare con lei sui misteri divini. E questo faceva la bambina, ascoltando ed interrogando sua madre. Colei che in sapienza superava tutti i mortali voleva invece essere istruita ed educata: e così figlia e madre s’intrattenevano in dolcissimi colloqui sul Signore.

398. Non sarebbe facile e neanche possibile narrare quello che fece la bambina Maria, durante questi diciotto mesi in cui visse in compagnia di sua madre che, contemplando alcune volte la propria figlia, più degna di venerazione dell’arca figurativa dell’alleanza, versava copiose e dolci lacrime d’amore e di gratitudine. Mai le rivelò però il segreto che teneva chiuso nel suo cuore, cioè che lei era eletta a diventare madre del Messia, nonostante trattassero molte volte di questo ineffabile mistero, nel quale Maria si infiammava di ardentissimo amore e diceva cose sublimi su di esso e sulla propria dignità che ancora ignorava. Nella fortunatissima madre sant’Anna cresceva così sempre più l’allegrezza, l’amore e la cura per la propria figlia, il suo tesoro più prezioso.

399. Le forze della tenera bambina Regina non erano proporzionate agli umili lavori cui la spingevano la profonda umiltà ed il suo amore, poiché la signora di tutte le creature, stimandosi l’ultima, voleva mostrarsi tale anche in tutto ciò che faceva, occupandosi dei lavori più vili e più servili della casa. E credeva che se non avesse servito tutti, non avrebbe soddisfatto il suo debito né corrisposto al volere del Signore; ma nell’appagare il suo infiammato amore restava indietro, perché le sue forze non arrivavano a quanto desiderava. I supremi serafini baciavano la terra su cui lei posava i suoi santi piedi. Tuttavia si sforzava alcune volte di compiere dei lavori umili, come pulire e spazzare la casa e, siccome non glielo permettevano, cercava di farlo quando si trovava da sola; allora l’assistevano e l’aiutavano i santi angeli, affinché raccogliesse in qualcosa il frutto della sua umiltà.

400. La casa di Gioacchino non era molto ricca, ma nemmeno povera. Quindi conformemente allo stato dignitoso della sua famiglia, sant’Anna desiderava adornare la sua santissima figlia con il miglior vestito che poteva permettersi, sia pure entro i limiti della morigeratezza e della modestia. L’umilissima bambina accettò questo segno di affetto e delicatezza materni, senza opporsi, per tutto il tempo in cui ancora non parlava. Quando invece incominciò a parlare, chiese umilmente a sua madre che non le mettesse vestiti costosi ed eleganti ma che fossero grossolani, poveri e, se possibile, usati da altri e di colore scuro, cinereo, simile a quello che oggi usano le monache di santa Chiara. La santa madre, che riguardava e venerava la propria figlia come sua Signora, le rispose: «Figlia mia, io farò quello che mi chiedi riguardo alla forma ed al colore del vestito che desideri, però tu sei una bambina debole e non puoi portare stoffe grossolane come chiedi; perciò in questo ubbidirai a me».

401. La bambina, ubbidiente al volere di sua madre sant’Anna, non replicò, perché mai lo faceva. Si lasciò così vestire di quell’abito che le diede e che fu, però, del colore e della forma che aveva desiderato: simile agli abiti con cui sogliono vestire i bambini, per i quali si è fatto un voto. Certo lei lo avrebbe desiderato più povero e ruvido, ma compensò questo con l’obbedienza, che è la virtù più sublime del sacrificio. Così la santissima bambina fu ubbidiente a sua madre e allo stesso tempo povera nel vestire, ritenendosi indegna anche di quello che usava per difesa naturale della vita. Nell’obbedienza ai genitori fu bravissima e prontissima per tutti i tre anni che visse in loro compagnia perché, conoscendo per divina scienza i loro pensieri e gli intimi desideri, si teneva pronta ad ubbidire in tutto. Per quello, poi, che faceva da sé chiedeva sempre il permesso e la benedizione di sua madre, baciandole la mano con umiltà e riverenza. E benché la prudente madre esternamente vi acconsentisse, tuttavia internamente era colma di venerazione per la grazia e la dignità della figlia.

402. Questa, alcune volte, in tempi favorevoli, si ritirava in solitudine per godere con più libertà della vista e dei colloqui divini con i santi angeli e per manifestare loro con segni esterni l’ardente amore verso il suo e loro Dio. Faceva molti esercizi; si prostrava piangendo ed affliggeva quel corpicino, delicato e innocente, per i peccati dei mortali, implorando la misericordia dell’Altissimo affinché prodigasse loro grandi benefici: doni e grazie che fin d’allora cominciò ad ottenere. E benché il dolore interiore, per le colpe che conosceva, e la forza dell’amore, che le causava tale dolore, producessero in lei, gli effetti di una pena e di un tormento intensissimo, tuttavia, non soddisfatta di questo, cominciò ad usare in quell’età le prime forze corporali. Le mise in pratica con la mortificazione e la penitenza, per essere in tutto Madre di misericordia e mediatrice della grazia, senza trascurare neppure per un istante, alcuna azione per cui ottenere benedizioni su di sé e su di noi.

403. Giunta all’età di due anni cominciò a distinguersi molto nella dedizione e nella carità verso i poveri. Chiedeva a sua madre sant’Anna l’elemosina per loro; e la pia madre piena di bontà e di compassione veniva incontro sia ai poveri che alla sua santissima figlia, esortando quest’ultima, maestra di carità e di perfezione, ad amarli e riverirli. Oltre quello che riceveva dalla madre, la santa bambina, fin da quella tenera età, riservava parte del suo cibo per distribuirlo ai poveri. Poteva così dire con più diritto di Giobbe: «Dalla mia fanciullezza crebbe con me la compassione ». Dava poi l’elemosina, non come chi fa un beneficio gratuito, ma come chi soddisfa un debito di giustizia, dicendo nel suo cuore: «A questo fratello e signor mio ciò è ben dovuto, perché, se lui non lo possiede, io lo possiedo senza meritarlo». Consegnandogli l’elemosina gli baciava la mano e, se si trovava da sola, gli baciava anche i piedi o, non potendo far questo, baciava il suolo che il povero aveva toccato. Mai dava, però, l’elemosina a qualcuno senza farla anche all’anima, pregando per essa; e così i poveri andavano via rifocillati nel corpo e nello spirito.

404. Non meno ammirabili furono l’umiltà e l’obbedienza della santissima bambina nel farsi insegnare a leggere e istruire su altre cose, come è naturale in quell’età. Così l’educarono i suoi genitori; e tutto imparava colei che era piena di scienza infusa su tutte le cose create. Taceva ed ascoltava, con stupore degli angeli che ammiravano in una tale bambina una prudenza tanto singolare. Sua madre sant’Anna, conformemente all’amore e all’illuminazione che riceveva, stava attenta alla divina Principessa e per le sue azioni benediceva l’Altissimo. Avvicinandosi però il tempo di condurla al tempio, cresceva con l’amore anche il batticuore, al pensiero che al termine dei tre anni, stabiliti dall’Onnipotente, le sarebbe stato imposto di adempiere il voto. La bambina Maria incominciò così a preparare sua madre, manifestandole, sei mesi prima, il desiderio che aveva di vedersi già nel tempio. Le parlava dei benefici che aveva ricevuto dalla mano del Signore, di come fosse doveroso adempiere alla sua santissima volontà e di come nel tempio, dedicandosi a Dio, sarebbe stata più vicina a lei di quanto non lo fosse in casa.

405. Sant’Anna ascoltava le prudenti parole della sua bambina Maria; e benché fosse rassegnata alla volontà divina e volesse adempiere la promessa di offrire la sua amata figlia, tuttavia la forza dell’amore naturale verso un pegno così unico e caro – il tesoro di cui ella conosceva il valore inestimabile – combatteva nel suo fedelissimo cuore con il dolore della sua assenza, che già la opprimeva pur essendo vicino alla bambina. E senza dubbio di una pena così veemente e dura ne sarebbe morta, se la mano onnipotente dell’Altissimo non l’avesse confortata, perché la dignità e la grazia – note solo a lei – della sua divina figlia, le avevano rapito il cuore; e la sua presenza e il suo tratto erano più desiderabili della sua stessa vita. Con questa angoscia rispondeva talvolta alla bambina, dicendo: «Figlia mia diletta, per molti anni ti ho desiderato, per pochi invece merito di godere della tua compagnia, purché si adempia la volontà di Dio. Tuttavia sebbene non mi oppongo alla promessa di portarti al tempio, nondimeno mi resta tempo per adempierla; abbi per ora pazienza, finché arrivi il giorno in cui si avvereranno i tuoi desideri».

406. Pochi giorni prima che compisse tre anni, Maria santissima ebbe una visione astratta della Divinità, nella quale le fu manifestato che già si avvicinava il tempo in cui Dio ordinava che fosse portata al suo tempio, per vivere ivi dedicata e consacrata al suo servizio. A questo annuncio il suo purissimo spirito si riempì di nuova gioia e riconoscenza; e parlando con il Signore lo ringraziò e disse: «Altissimo Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, mio eterno e sommo bene, poiché io non posso lodarvi degnamente lo facciano, a nome di questa umile serva, tutti gli spiriti angelici, perché voi, immenso Signore, che di nessuna cosa avete bisogno, riguardate questo vile vermiciattolo con la grandezza della vostra prodiga misericordia. Come mai proprio a me questo beneficio: che mi riceviate nella vostra casa ed al vostro servizio, mentre non merito neppure l’angolo più oscuro e spregevole della terra? Lasciatevi muovere dalla vostra bontà, così che io possa supplicarvi di ispirare ai miei genitori il compimento della vostra santa volontà».

407. Immediatamente sant’Anna ebbe un’altra visione, nella quale il Signore le ordinò di adempiere la promessa, portando al tempio sua figlia per presentarla a Dio, nello stesso giorno in cui compiva tre anni. Non vi è dubbio che questo precetto fu per la santa madre di maggior dolore di quanto non fu per Abramo quello di sacrificare Isacco; ma il Signore stesso la consolò e confortò, promettendole la sua grazia ed il suo sostegno, quando le avrebbe tolta la sua amata figlia e sarebbe rimasta da sola. La santa madre si mostrò allora rassegnata e pronta per adempiere quello che l’altissimo Signore le comandava; ed ubbidiente fece questa orazione: «Signore, Dio eterno, padrone di tutto il mio essere, io ho già offerto al vostro tempio e per il vostro servizio la figlia mia, che voi mi avete donato con ineffabile misericordia; è vostra ed io ve la dono, rendendovi grazie per il tempo in cui l’ho tenuta e per averla concepita e cresciuta. Ricordatevi, però, o Dio e Signor mio, che nel custodire questo vostro inestimabile tesoro io ero ricca. Avevo compagnia in questo deserto ed in questa valle di lacrime; allegrezza nella malinconia; sollievo nei miei travagli; specchio per regolare la mia vita ed esempio di sublime perfezione, che spronava la mia tiepidezza ed infervorava il mio affetto. E per questa sola creatura, io attendevo la vostra grazia e la vostra misericordia. Ora temo nel ritrovarmi senza di lei, che mi manchi tutto! Guarite, o Signore, la ferita del mio cuore e non trattatemi secondo quello che merito, bensì guardatemi come pietoso Padre di misericordia. Io porterò mia figlia al tempio, come voi, o Signore, mi comandate».

408. Nello stesso tempo san Gioacchino aveva avuto un’altra visita o visione divina, nella quale il Signore gli comandava lo stesso ordine che aveva comunicato a sant’Anna. I santi coniugi conferirono tra loro due e conoscendo la volontà divina decisero di adempierla con rassegnazione; stabilirono così il giorno per portare la bambina al tempio. Il dolore che il santo vegliardo sentì nel profondo del suo cuore fu immenso, ma non così violento come quello di sant’Anna, perché lui ignorava il mistero altissimo che sua figlia sarebbe divenuta la Madre di Dio.

 

Insegnamento della Regina del cielo

 

409. Figlia mia, carissima, considera che tutti i viventi nascono destinati alla morte. Non conoscono il termine della loro vita, ma sanno con certezza che il loro tempo è breve e l’eternità è senza fine ed in essa l’uomo raccoglierà solamente ciò che avrà seminato di cattive o di buone opere; queste daranno allora il loro frutto, di morte o di vita eterna. In un viaggio così pericoloso non vuole perciò Dio che qualcuno conosca con certezza se sia degno del suo amore o del suo disprezzo, affinché, se dotato di ragione, questo dubbio gli serva da stimolo a cercare con tutte le sue forze l’amicizia del Signore. E Dio giustifica la sua causa dal momento in cui l’anima comincia a fare uso della ragione, perché da allora accende in essa una luce e sinderesi, che la stimola e la inizia alla virtù; la distoglie dal peccato, insegnandole a distinguere tra il fuoco e l’acqua approvando il bene e correggendo il male, scegliendo la virtù e riprovando il vizio. Egli inoltre risveglia l’anima e la chiama a sé con ispirazioni sante, con impulsi continui e per mezzo dei sacramenti, dei comma di fede, dei precetti, dei santi angeli, dei predicatori, dei confessori, dei superiori, dei maestri; di ciò che l’anima prova in sé nelle afflizioni e nei benefici che Dio le manda; di ciò che sente nelle tribolazioni altrui, nelle morti ed in altri avvenimenti e mezzi che la sua provvidenza dispone per attirare tutti a sé, perché vuole che tutti siano salvi. Di tutte queste cose Dio fa una catena di grandi aiuti e favori, di cui la creatura può e deve usare a suo vantaggio.

410. A tutto ciò si oppone la parte inferiore e sensitiva dell’uomo che, con il fomite del peccato, inclina verso le cose sensibili e muove la concupiscenza e l’irascibilità, affinché, confondendo la ragione, trascinino la volontà cieca ad abbracciare la libertà del piacere. Il demonio, da parte sua, con inganni e con false ed inique suggestioni oscura il senso interiore e nasconde il veleno mortale che si trova nei piaceri transeunti. L’Altissimo però non abbandona subito le sue creature, anzi rinnova la sua misericordia, gli aiuti e le grazie. E se esse rispondono alla sua chiamata ne aggiunge tante altre secondo la sua equità; dinanzi alla corrispondenza dell’anima le va aumentando e moltiplicando. Così come premio, perché l’anima ha dovuto vincersi, si vanno attenuando le inclinazioni alle sue passioni ed al fomite e lo spirito si alleggerisce sempre più, potendosi sollevare in alto, molto al di sopra delle tendenze negative e del cattivo nemico, il demonio.

411. L’uomo invece che si lascia trasportare dal diletto e dalla spensieratezza porge la mano al nemico di Dio e suo; e quanto più si allontana dalla divina bontà tanto più si rende indegno delle sue grazie e sente meno gli aiuti, benché siano grandi. Così il demonio e le passioni acquistando maggiore forza e dominio sulla ragione la rendono sempre più inetta ed incapace di accogliere la grazia dell’Altissimo. O figlia ed amica mia, in questa dottrina consiste il punto principale da cui dipende la salvezza o la perdita delle anime, cioè dal cominciare a fare resistenza agli aiuti del Signore o ad accettarli. Voglio perciò che non trascuri questo insegnamento affinché tu possa rispondere alle molte chiamate che l’Altissimo ti volge. Cerca allora di essere forte nel resistere ai tuoi nemici, puntuale e costante nell’eseguire i desideri del tuo Signore, così gli darai soddisfazione e sarai attenta nel fare il suo volere, che già conosci con la sua luce divina. Un grande amore portavo ai miei genitori e le parole e la tenerezza di mia madre mi ferivano il cuore, ma, sapendo che era ordine e compiacimento del Signore che io li lasciassi, mi dimenticai della mia casa e del mio popolo, non per altro fine se non per quello di seguire il mio sposo. La buona educazione ed il buon insegnamento della fanciullezza giovano molto per il resto della vita, affinché la creatura si ritrovi più libera e già abituata all’esercizio delle virtù, incominciando così dal porto della ragione a seguire questa stella, guida vera e sicura.

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