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Per un cattolico riparare i peccati è un dovere

Le preghiere di riparazione ormai sono fuori moda. C’è perfino chi dice che possano essere segno di presunzione.

Nella prima apparizione del 13 maggio 1917 a Fatima, la Madonna chiese ai tre pastorelli «volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze che Egli vorrà inviarvi, in atto di riparazione per i peccati per i quali è offeso, e di supplica per la conversione dei peccatori?».

L’Immacolata il 13 luglio 1917 chiede ai tre di sacrificarsi per i peccatori (anche il 13 agosto) e dice loro che verrà a chiedere «la Comunione riparatrice nei primi sabati».

Anche nelle precedenti apparizioni dell’Angelo (1916) viene detto ai veggenti «offrite costantemente all’Altissimo preghiere e sacrifici» e alla domanda su come sacrificarsi risponde «in tutti i modi possibili. Offrite a Dio un sacrificio in atto di riparazione per i peccati con cui è offeso e di supplica per la conversione dei peccatori». L’Angelo insegna anche una preghiera ai tre, oramai da molti conosciuta (“Trinità Santissima, Padre, Figlio e Spirito Santo, vi adoro profondamente …”), e anche lì si parla di «riparazione degli oltraggi, dei sacrilegi e delle indifferenze con cui è offeso».

Da sempre nella Chiesa si prega in riparazione dei peccati e delle offese subìte da Nostro Signore e le parole della Madonna a Fatima hanno confermato la necessità e la “ortodossia” di questa pratica. E hanno anche confermato che non si prega solo per le proprie offese, ma anche -in generale o in particolare- per quelle operate da altri.

Riparare, d’altronde, significa ridare a Dio la gloria che gli viene tolta con il peccato, che, come la Vergine ha spiegato a Fatima, l’offende.

«Il peccato infatti è una vera ingiustizia, perché toglie a Dio una parte di quella gloria esterna a cui ha diritto; richiede quindi per giustizia una riparazione, che consisterà nel restituire a Dio, per quanto possiamo, l’onore e la gloria di cui l’abbiamo colpevolmente privato» (Tanquerey, Compendio di ascetica e mistica, n. 736)

Pio XI nell’Enciclica Miserentissimus Redemptor (8.5.1928) oltre a spiegare la consacrazione al Sacro Cuore di Gesù, insiste sul dovere della riparazione:

«(…) se nella consacrazione primeggia l’intento di ricambiare l’amore del Creatore con l’amore della creatura, ne segue naturalmente un altro, che dello stesso Amore increato, quando sia o per dimenticanza trascurato o per offesa amareggiato, si debbano risarcire gli oltraggi in qualsiasi modo recatigli; il qual dovere comunemente chiamiamo col nome di riparazione. Se all’uno e all’altro dovere siamo obbligati per le stesse ragioni, al debito particolarmente della riparazione siamo tenuti da un più potente motivo di giustizia e di amore: di giustizia, per espiare l’offesa recata a Dio con le nostre colpe e ristabilire, con la penitenza, l’ordine violato; di amore, per patire insieme con Cristo paziente e «saturato di obbrobri» e recargli, secondo la nostra pochezza, qualche conforto».

Tanto è importante la pratica della riparazione, che Pio XI al termine dell’Enciclica citata ci ha lasciato proprio un atto di riparazione al Sacratissimo Cuore di Gesù, in cui si evidenzia anche che si deve offrire la riparazione «non solo dei peccati commessi da noi, ma anche di quelli di coloro che, errando, ricusano di seguire Te come pastore e guida ostinandosi nella loro infedeltà, o calpestando le promesse del Battesimo hanno scosso il soavissimo giogo della tua legge». Fonte.

Sacrificarsi per i peccatori

 
Nel 1917 apparve la Madonna a Fa­tima a Lucia Dos Santos ed a Giacinta e Francesco Marto; disse loro: Sacrifi­catevi per i peccatori e dite spesso, spe­cialmente nel fare qualche sacrificio: « O Gesù, è per vostro amore, per la conversione dei peccatori ed in ripara­zione delle ingiurie commesse contro l’Immacolato Cuore di Maria! … ». Re­citate il Rosario, dicendo alla fine di ogni postina: O Gesù mio, perdonate le no­stre colpe, preservateci dal fuoco dello inferno, portate in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della vostra misericordia!… -Badate che molte anime vanno all’inferno, perché non vi è chi si sacrifichi per loro. –
 
La Madonna vuol salvare i suoi figli a tutti i costi. È necessario dunque ri­fugiarsi sotto il suo manto materno ed attaccarsi sempre più alla sua devozione, se vogliamo salvare l’anima nostra e pre­parare al mondo un’era nuova di pace e di religiosità. […]
 
L’uomo, Adamo, peccò nel paradiso terrestre per mezzo della donna, Eva. L’uomo-Dio, Gesù Cristo, ha voluto sal­vare l’umanità per mezzo di una Donna, Maria, Vergine. Gesù è il Redentore, la sua Madre Santissima è la Corredentrice. Egli ebbe il martirio del corpo; la Madre sua quello del cuore. I dolori di Gesù e della Madonna riaprirono il Paradiso alla misera umanità; è giusto quindi amare ed onorare la seconda Eva, quale tenera Madre.
 
 
Ognuno ha la madre del corpo; tutti però abbiamo una Madre comune, la Ma­dre dell’anima, Maria Santissima. […] Alla madre terrena si deve amore, ri­spetto, ubbidienza; alla Madre celeste si deve ancora di più! Per quanto si faccia verso la Madonna, non si fa mai troppo. Conviene perciò moltiplicare gli atti di ossequio e di amore verso la Regina del Cielo, sia perché ne è degna, sia perché abbiamo bisogno della sua continua pro­tezione.

Fonte
 
 
[Brano tratto da “Vera devozione a Maria”, di Don Giuseppe Tomaselli, Imprimatur Can. Carciotto Vic. Gen., Catania 13 maggio 1952].

Riscoprire il senso del sacrificio

1. La parola sacrificio vuol dire letteralmente ‘sacrum facere’, rendere sacro qualcosa o qualcuno, offrendolo alla divinità. È da osservare che l’idea e la pratica del sacrificio si incontra nelle varie religioni, nell’Induismo, nel Buddismo Zen, nell’Islam e nelle cosiddette religioni naturali, seppure con accentuazioni e sfumature diverse. Si può dire che il sacrificio fa parte della storia dell’umanità, a cominciare da Caino e Abele (cfr. Gen 4,3-4), tanto che, secondo alcuni studiosi, le società sono fondate sul sacrificio. Da rilevare, inoltre, che i riti sacrificali rivestivano un carattere istituzionale-pubblico. I cristiani che rifiutavano di sacrificare agli dei, nell’Impero romano, erano condannati a morte.
Il sacrificio viene inteso, solitamente, come “immolazione di una vittima”, e questo ha a che vedere con la vita e con la morte. Lo scopo del sacrificio è, essenzialmente, la comunicazione con il Sacro, con la Divinità per adorarla e ottenere i suoi benefici.
 
2. Nell’Antico Testamento il sacrificio, collegato con il sacerdozio e il tempio, assume una notevole importanza, ed è regolato da una legislazione del culto sacrificale contenuta, specialmente, nei libri del Levitico e Numeri. I sacrifici sono di tipo diverso. L’“olocausto” si ha quando la vittima è bruciata totalmente, per cui tutto è offerto a Dio. Il sacrificio di “comunione” è l’offerta di lode, di devozione, di compimento di un voto a Dio. Vi è, poi, il sacrificio di “espiazione” per i peccati.
È da notare che, agli inizi dell’umanità, secondo la Bibbia, vigeva un regime vegetariano e il sacrificio consisteva in un’offerta di vegetali. Il passaggio ai sacrifici cruenti di animali viene interpretato dal fatto che l’umanità post-diluviana non era guarita dalla violenza, per cui l’abbattimento di animali le viene consentito, ma con la proibizione di consumo del sangue.
La Bibbia conosce la pratica dei sacrifici umani (cfr. Sal 106,37s.), ma essa è severamente proibita come pratica idolatrica. È questo il senso del “sacrificio di Abramo” (cfr. Gen 22,1-13): al posto del figlio Isacco, in obbedienza a Dio, egli sacrifica un ariete.
Dio, per mezzo di Mosè, prescrive al popolo di Israele:
«Quando sarai entrato nella terra che il Signore, tuo Dio, sta per darti, non imparerai a commettere gli abomini di quelle nazioni. Non si trovi in mezzo a te chi fa passare per il fuoco il suo figlio o la sua figlia» (Dt 18,9s.).
Importanza tutta particolare è il sacrificio pasquale dell’agnello immolato, per mezzo del quale il popolo di Israele è stato liberato dalla schiavitù, ha fatto l’alleanza con Dio ed è entrato nella Terra promessa. In questo sacrificio c’è l’unione del rito cruento (agnello immolato) e dell’offerta vegetale (pane e vino). Esso è un ‘memoriale’ da essere celebrato ogni anno.
Nello stesso tempo, i Profeti hanno elaborato una interpretazione personalizzata e spirituale del sacrificio mettendo in luce quello che doveva essere il suo valore profondo di obbedienza a Dio e di amore al prossimo. Samuele dice a Saul:
«Il Signoregradisceforsegliolocausti e i sacrifici quanto l’obbedienza alla voce del Signore? Ecco, obbedire è meglio del sacrificio» (1Sam 15,22).
Il profeta Osea, con la stessa ispirazione, enuncia questa intenzione di Dio che sarà riproposta da Gesù stesso:
«Voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti» (Os 6,6; cfr. Mt 9,13; 12,7).
Osea propone, anche, il “sacrificio di lode”:
«Preparate le parole da dire e tornate al Signore; ditegli: “Togli ogni iniquità, accetta ciò che è bene: non offerta di tori immolati, ma la lode delle nostre labbra”» (Os 14,3).
Questo senso del sacrificio viene espresso nei salmi:
«La mia preghiera stia davanti a te come incenso, le mie mani alzate come sacrificio della sera» (Sal 141,2).
In questa stessa linea, è sacrificio davanti a Dio “il cuore contrito” nella confessione dei propri peccati:
«Tu non gradisci il sacrificio; se offro olocausti, tu non li accetti.
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio; un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi» (Sal 51,18-19).
 
3. Il sacrificio di Cristo e dell’Eucaristia
È familiare al cristiano la figura di Gesù che sulla croce offre la sua vita come un sacrificio di redenzione. È l’“Agnello immolato” della Pasqua che porta a compimento e sostituisce la figura dell’agnello dell’antica alleanza. Viene crocifisso nell’ora in cui, nel tempio di Gerusalemme, si offrivano i sacrifici. Occorre che comprendiamo bene il senso genuino del sacrificio di Cristo sulla croce, che ha posto fine a tutti gli altri sacrifici.
Il sacrificio di Cristo consiste, essenzialmente e primariamente, nell’offerta di se stesso e della sua vita in obbedienza e amore a Dio Padre e a noi per la nostra salvezza. Con l’oblazione di se stesso, Gesù opera il passaggio dal sacrificio di cose esteriori a un’oblazione di sé esistenziale, che prende il centro della vita per donarlo a Dio e ai fratelli. Il sacrificio di Cristo è il dono totale di sé, della sua persona fino alla morte, dono ispirato da un amore senza misura, che va «fino all’estremo» (Gv 13,1).
In conseguenza della sua obbedienza a Dio e del suo amore, della sua solidarietà con noi peccatori, Cristo ha subìto e accettato la croce. Quindi, Cristo non ha scelto la sofferenza e la croce, – nel Getsemani ha pregato il Padre di allontanargli questo calice (cfr. Mt 26,39) – ma l’ha accettata come espressione di obbedienza e di amore. Il sacrificio di Cristo sulla croce, che ripara il rifiuto di Adamo e stabilisce la piena comunione con Dio e tra gli uomini, è avvenuto una volta per tutte e per tutti. Non ha senso che sia ripetuto. Il sacrificio della Santa Messa non è la ripetizione, ma la ripresentazione nel tempo e nello spazio, dell’unico sacrificio di Cristo.
Nella celebrazione dell’Eucaristia, che rende presente e attuale l’immolazione di Cristo sulla croce, la parola sacrificio ritorna con frequenza riferita a Cristo ma, anche, ai partecipanti:
«Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi.
… Questo è il mio sangue versato per voi».
E dopo la consacrazione, il celebrante prega:
«Egli faccia di noi un sacrificio perenne a Te gradito».
 
4. Il culto della vita: amore, obbedienza, carità, preghiera.
In virtù dei sacramenti dell’Iniziazione cristiana e, soprattutto, partecipando all’Eucarestia, riceviamo la grazia di far passare nel nostro vissuto esistenziale l’atteggiamento di donazione di Gesù Cristo.
Le indicazioni del Nuovo Testamento vanno nella direzione, già indicata dai profeti, di una interiorizzazione del senso essenziale del sacrificio, da tradursi in atteggiamenti vitali verso Dio e verso il prossimo. Viene, quindi, proposto di rendere la vita una espressione liturgica, la liturgia della vita. Qui si vede una re-interpretazione della separazione tra sacro e profano. San Pietro così si esprime:
«Quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo» (1Pt 2,5).
Sacrificio spirituale è la preghiera, “sacrificio di lode”.
San Paolo propone analogamente un “culto spirituale” consistente nel “sacrificio vivente” che è l’offerta del proprio vissuto espresso dal corpo.
«Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro cultospirituale» (Rm 12,1).
Parte integrante del “sacrificio spirituale” è l’esercizio della carità.
È interessante, in questa ottica, rilevare come san Paolo qualifichi la colletta delle comunità cristiane greche, a favore della Chiesa di Gerusalemme, come “attività liturgica”, come ‘Eucaristia’ (cfr. 2Cor 9,12).
Similmente egli denomina come ‘azione liturgica’ l’assistenza che gli ha prestato Epafrodito (cfr. Fil 2,25. Per significare l’assistenza si usa il termine “leiturgon”).
Sant’Agostino, in riferimento polemico con i sacrifici pagani, ha espresso con la sua acutezza il senso cristiano del sacrificio.
«Vero sacrificio – scrive – è ogni azione compiuta per unirsi a Dio in santa comunione, ossia riferita a quel sommo bene che ci può rendere veramente beati» (cfr. De civitate Dei, LX,6).
È l’uomo stesso, in quanto vive consacrato a Dio, ad essere un sacrificio vivente. Riferendosi al testo di Rm 12,1, che abbiamo citato, Agostino scrive che è un sacrificio la temperanza con cui trattiamo il nostro corpo. Sacrificio è soprattutto l’amore. Ancor più «la stessa anima diviene un sacrificio quando si rivolge a Dio per essere accesa dal fuoco del suo amore» (Ivi).
Con grande profondità, poi, Agostino considera come vero sacrificio le «opere di misericordia, sia verso noi stessi sia verso il prossimo, fatte in riferimento a Dio» (Ivi). Ne consegue – egli scrive – che «tutta la città redenta, cioè l’assemblea e la società dei Santi, viene offerta a Dio come sacrificio universale» (Ivi).
Agostino esprime qui la grandiosa visione del “Cristo totale” che unisce Capo e membra in un unico corpo e rende, quindi, i cristiani partecipi dello stesso sacrificio di Cristo: «Questo è il sacrificio dei cristiani» (Ivi).
 
5. Educare allo spirito del sacrificio
Sulla base delle considerazioni che abbiamo espresso, è possibile e importante recuperare il senso e il valore del sacrificio, anche se non è facile cambiare mentalità. Anche noi cristiani non sempre l’abbiamo compreso e proposto nel suo genuino significato. Notiamo, anzitutto, che l’evoluzione socio-culturale ha condotto, con il processo di secolarizzazione, a una visione della vita di tipo “profano” che astrae dalla religione e dal sacro. In questa ottica, il sacrificio, nel senso religioso sacrale, non appare più significante. Nella concezione secolarizzata il termine viene assunto come impegno e rinuncia a qualcosa e, persino, alla vita stessa per una “nobile causa”: la Patria, lo Stato, per ottenere uno status sociale etc. Quanto alla concezione cristiana del sacrificio, come s’è detto, essa lo ha interpretato in chiave personalistica spirituale ed etica, ma in riferimento, anzitutto, a Dio.
Il sacrificio, interpretato alla luce dei profeti e di Gesù, significa, essenzialmente, l’offerta, il dono di se stessi, della propria persona a Dio e al prossimo. Possiamo dire che è l’applicazione del 1° comandamento: «Io sono il Signore tuo Dio, […] non avrai altri dei di fronte a me» (Es 20,2s.; Dt 5,6s.), oppure, come l’esprime il Vangelo: «..adorare il Padre in spirito e verità» (Gv 4,23).
Dare il primato a Dio significa riconoscere la Sorgente della vita e dei valori, rende liberi dalla schiavitù degli idoli, che sono falsi assoluti, infonde luce di sapienza per valutare rettamente la realtà.
Il senso genuino, l’ispirazione e l’anima del sacrificio è l’amore, il dono di sé che, in un mondo caratterizzato dalla menzogna, dall’egoismo, dalla violenza, comporta rinuncia e sofferenze, anche dolorose.
Il cristianesimo propone una concezione della persona che si realizza pienamente nel dono di sé (cfr. Concilio Vaticano II, GS, 24), sacrifica se stessa per gli altri, non sacrifica gli altri per il proprio benessere. Una conseguente affermazione della fede cristiana, consona alla verità che «Dio è amore» (1Gv 4,8), è che «la legge fondamentale della umana perfezione, e perciò anche della trasformazione del mondo, è il nuovo comandamento dell’amore» (GS, 38).
Il Papa Benedetto XVI, nell’Enciclica “Caritas in veritate”, ha proposto, nella sfera economica e dello sviluppo, il significato e il valore del dono valorizzando la categoria della fraternità.
Queste considerazioni portano a chiedersi: in che cosa consiste il vero progresso sociale? Può essere computato solo in termini di Pil, di economia e di tecnologia? La nostra società ha realmente progredito, in termini di valori, in questi anni?
Questa considerazione porta, anche, ad interrogarsi sul tema educativo che, oggi, attraversa una fase critica, al punto che i Vescovi italiani hanno proposto un decennio (2010-2020) per affrontare l’esigenza educativa. Come educare o ri-educare allo spirito di sacrificio?
È chiaro che, se sacrificio viene inteso primariamente o solo come rinuncia-privazione, appare una proposta non percorribile.
Il problema è quello di un’antropologia, esplicita o implicita, secondo cui il movente ultimo della realtà sarebbe il principio del piacere, inteso in senso riduttivo psico-fisico, avulso dalla dimensione spirituale, relazionale e comunitaria della persona. Già sant’Agostino aveva compreso che noi, nel nostro agire, siamo determinati, più che dalle idee, da quello che ci procura diletto; ma egli intendeva il diletto in senso integrale, quello, cioè, che dà un senso di realizzazione piena all’esistenza.
In realtà, quello che procura diletto è la percezione che ciò che scegliamo e facciamo, anche se faticoso, ha un senso. La crisi più grave, personale e sociale, che affligge la persona, è il vuoto interiore, l’oscuramento e lo smarrimento del senso della vita; è questa la frustrazione più deleteria che si manifesta, anche, in una malattia diffusa: la depressione.
Ad essere frustrate vuote e depresse non sono le persone che si sacrificano per l’amore di Dio e per gli altri spinti da un ideale di servizio, ma quanti, pur avendo ricchezze e piaceri, non hanno uno scopo per cui vivere e donare se stessi.
Il nocciolo del problema educativo sta qui. Il resto appartiene ai metodi e alla didattica.
La nostra società, veneta in particolare, che ha sperimentato nell’ultimo ventennio una “grande trasformazione” (cfr. D. Marini, La grande trasformazione, Padova, 2012) in aspetti fondamentali, non solo demografici e di stili di vita ma, anche, di visione e di senso della vita, appare, oggi, piuttosto incerta e smarrita. Certamente il vivere è diventato più complesso e faticoso. La visione secolarizzata della vita si rivela insufficiente e incapace di rispondere ai desideri più profondi della persona e al senso pieno della vita. Per questo, la domanda di senso e di spiritualità è diventata una esigenza più acuta.
In questa situazione, le comunità cristiane sono chiamate e sfidate a proporre e a testimoniare esperienze di “vita nuova secondo lo Spirito”, in una rinnovata evangelizzazione.
La crisi economica incombente rappresenta una prova molto seria. Il governo attuale persegue l’obiettivo dell’equità. E, in verità, è necessario correggere situazioni di grave sperequazione e ingiustizie sociali, di ricchezze nascoste, di favoritismi, di evasioni fiscali. In questo caso, non si tratta tanto di ‘sacrifici’, quanto, piuttosto, di giustizia e di giusta riparazione. Dovrebbe essere chiaro che attività economica ed etica non sono separabili.
Una questione molto seria si pone riguardo all’obiettivo della crescita. La crescita economica non dovrebbe essere disgiunta dalla crescita di autentici valori che ispirano una “vita buona”.
Abbiamo visto che la storia registra il fatto di sacrifici umani offerti agli idoli; e questo fa pensare all’uomo moderno di aver superato questa fase di sacro selvaggio dell’umanità.
Ma è proprio così? A ben considerare non si compiono forse, oggi, dei sacrifici di vittime umane a qualche idolo? Pensiamo all’idolo della razza e all’antisemitismo che hanno indotto genocidi, pulizia etnica e Shoa, pensiamo al terrorismo e alla violenza perpetuata in nome di una falsa concezione di Dio o di interessi politici, economici, etc.
Pensiamo, anche, all’aborto volontario. Non è, forse, una vita umana innocente sacrificata all’idolo dell’egoismo, del benessere e del tornaconto personale?
Qui si pone una questione di enorme rilevanza. Se accettiamo il male giustificandolo con argomenti che riteniamo ragionevoli, si pone la domanda: ci può mai essere vero progresso dell’umanità? E se al male non c’è soluzione, non è questa una visione di radicale pessimismo? A questi inquietanti interrogativi è proprio il Sacrificio di Cristo sulla Croce che dà la risposta, sacrificio che ha conseguito la Risurrezione.
Gesù Cristo, accettando di essere immolato sulla Croce come vittima innocente, sarà sempre dalla parte delle vittime della menzogna, della violenza, dell’ingiustizia, capace di ridare quella vita che è stata loro tolta.
 
6. Attingere dall’Eucaristia, dalla purificazione del cuore e dalla preghiera lo spirito del sacrificio
La Quaresima è il tempo propizio e di grazia, offerto da Dio, per ritrovare le sorgenti più rinnovatrici della nostra vita. È l’invito, anzitutto, a riscoprire la grandezza del Sacrificio di Cristo, che è il suo infinito amore misericordioso per noi peccatori. Il sacrificio di Cristo lo incontriamo vivo e attuale nell’Eucaristia.
Prendervi parte con una fede viva vuol dire ricevere da questa inesauribile sorgente divina la capacità di vivere lo spirito del sacrificio, di fare, cioè, della nostra vita e della nostra attività un dono che non può essere distrutto dalla morte e, neppure, dalla violenza e dall’ingiustizia, perché il Crocifisso, apparentemente sconfitto, è Risorto ed è, dunque, il vero Vincitore.
Nella celebrazione dell’Eucaristia viene assunto e offerto a Dio il lavoro. Nel pane e nel vino il celebrante presenta a Dio il “frutto della terra e del lavoro dell’uomo”. Ecco il senso grande del lavoro: «nel lavoro umano il cristiano ritrova una piccola parte della croce di Cristo e l’accetta nello stesso spirito di redenzione nel quale Cristo ha accettato per noi la croce» (Giovanni Paolo II, Enciclica Laborem exercens, 27). Partecipando all’Eucaristia preghiamo, anche, perché tutti possano avere un lavoro onesto e dignitoso.
C’è un altro aspetto del “sacrificio eucaristico” che è importante considerare e interiorizzare.
All’offerta del pane e del vino, collocata sull’altare affinché divengano corpo di Cristo, la Chiesa chiede che si uniscano le offerte per i poveri, che rappresentano anch’essi il corpo di Cristo e sono da collocare nel cuore della Chiesa, custoditi e venerati con la carità. È importante far comprendere e vivere questo atteggiamento, come scrive Benedetto XVI: «La frazione del pane eucaristico deve proseguire nello “spezzare il pane” della vita quotidiana, nella disponibilità a condividere quanto si possiede, a donare e così vivere. È semplicemente l’amore in tutta la sua immensità che si manifesta in questo gesto, e con esso il nuovo concetto cristiano di culto e di cura per il prossimo» (Prefazione al libro diJ.P. Cordes,L’aiuto non cade dal Cielo, Cantagalli, 2012).
In questa prospettiva raccomando le proposte della “Quaresima di fraternità” della Diocesi.
È un vero peccato che la Domenica, Giorno del Signore, sia ormai praticamente considerata giorno di mercato, al pari degli altri. La ritengo una scelta profondamente sbagliata, non un guadagno ma una perdita non solo per la fede cristiana ma, anche, per dare senso alla vita e all’attività umana. Ritengo, inoltre, ingiusto che si privino tante persone del loro diritto di santificare la domenica partecipando alla Santa Messa e godendo della gioia delle relazioni familiari. Considero contraddittorio difendere il crocifisso come oggetto ma non il Crocifisso Risorto dell’Eucaristia domenicale; la Realtà vale infinitamente più del segno.
In questa Quaresima c’è un sacrificio che tutti siamo chiamati a compiere: è il sacrificio del «cuore contrito e umiliato» (Sal 51,19) per i nostri peccati. Questo è davvero sacrificio gradito a Dio.
La Sacra Scrittura considera la “durezza del cuore” come particolarmente grave, in quanto denota insensibilità e indifferenza verso Dio e verso il prossimo. Ascoltiamo la voce di Dio che ci chiama alla conversione in questo tempo di Quaresima. Lo fa con i richiami della sua Parola, lo fa, anche, con quel senso di tristezza, di vuoto e di frustrazione che proviamo nel nostro intimo quando la nostra vita non è orientata a Dio e non lo accogliamo. È un richiamo alla conversione di modelli e stili di vita anche l’attuale crisi. Incoraggio, inoltre, a riscoprire il senso profondo del digiuno per liberare la nostra vita da tante cose inutili e vane che ci appesantiscono.
E poi vorrei esortare a offrire a Dio il “sacrificio della lode”, della preghiera.
Dio non ne ha bisogno, ma gradisce la preghiera per riversare sulla nostra vita il suo amore, la sua luce, la sua forza divina.
Cerchiamo, in questa Quaresima, di dedicare più tempo a rientrare in noi stessi e a riscoprire la sorgente viva della preghiera.
La Quaresima è un cammino di fede che conduce, sulle orme di Cristo, alla Pasqua di Risurrezione. Intraprendiamola con fiducia e ne trarremo un rinnovato senso di vita e di speranza.
 
Antonio Mattiazzo Vescovo di Padova – Fonte
 
 

 

LA SALVEZZA ATTRAVERSO IL SACRIFICIO

 

Cristo salva tutti gli uomini attraverso il dono di se stesso, attraverso il sacrificio di sé sulla croce. Ciò è attestato numerose volte nel Nuovo Testamento. Leggiamo alcune pericopi: “Cristo ha dato se stesso per tutti” (2 Cor 5, 15; cfr. Eb 2, 9); Cristo ha dato se stesso “in riscatto per tutti” (1 Tm 2, 6; cfr. 2 Pt 2, 1); Cristo ha annullato il peccato con il sacrificio di se stesso (Eb 9, 26) ed è “vittima di espiazione per i nostri peccati” (1 Gv 2, 2; cfr. 1 Gv 4, 10); il sangue di Cristo “è versato per noi” (Lc 22, 20), ci giustifica (Rm 5, 9), ci libera (1 Pt 1, 18), ci libera dai peccati (Ap 1, 15), ci purifica da ogni peccato (1 Gv 1, 7); dalle piaghe di Cristo siamo stati guariti (1 Pt 2, 25; cfr. Is 53, 5). La nostra salvezza è dunque legata al sacrificio di Cristo, alla sua sofferenza.

Ma vi sono altri luoghi biblici in cui la salvezza viene collegata alle nostre sofferenze, al nostro sacrificio. Leggiamo negli Atti degli Apostoli che “è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio” (At 14, 22). Nella Lettera ai Romani san Paolo afferma che dobbiamo offrire i nostri corpi come sacrificio vivente (Rm 12, 1); e nella seconda Lettera ai Corinzi, che siamo tribolati per la salvezza (2 Cor 1, 6; cfr. 2 Cor 4, 17). La Lettera di Giacomo ci dice che quelli che sopportano sono beati (Gc 5, 11). E la prima Lettera di Pietro che sopportare la sofferenza è gradito a Dio (1 Pt 2, 20).

In altri passi ancora viene fatto un collegamento tra il nostro sacrificio e il sacrificio di Cristo, tra le nostre sofferenze e le sofferenze di Cristo. Vi sono intanto quei passi in cui si afferma che occorre seguire Cristo e che per farlo occorre “prendere la croce” (Mt 10, 38; 16, 24; Mc 8, 34; Lc 9, 23) e rinnegare se stessi (Mt 16, 24; Mc 8, 34; Lc 9, 23). Vi è poi un passo della prima Lettera di Pietro che ci invita a rallegrarci di partecipare alle sofferenze di Cristo (1 Pt 4, 13). Ma è nel corpus paolino che si trovano i due passi, di importanza centrale, che collegano le nostre sofferenze alle sofferenze di Cristo, in vista della salvezza. Nella Lettera ai Romani san Paolo afferma che siamo “coeredi di Cristo, dal momento che soffriamo insieme con lui, per essere con lui glorificati” (Rm 8, 17). È attestato che soffriamo “insieme con lui”, per essere nella gloria “con lui”; cioè, che siamo salvati con Cristo perché soffriamo con Cristo. Nella Lettera ai Filippesi san Paolo sostiene che la conoscenza di Cristo significa per lui “partecipazione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, con la speranza di giungere, in qualche modo, alla risurrezione dai morti” (Fil 3, 10-11). La “partecipazione” alle sofferenze di Cristo ci rende “conformi alla sua morte”, facendoci sperare nella risurrezione. Ci viene attestato, cioè, che, come Cristo ha sofferto ed è risorto, anche noi, soffrendo, risorgeremo.

Che la salvezza sia legata alla sofferenza e al sacrificio di Cristo, ma anche degli uomini, è attestato anche dal Magistero cattolico, il cui insegnamento in proposito si può riassumere in alcuni passi della Lettera apostolica di Giovanni Paolo II Salvifici Doloris (1984): “Cristo dà la risposta all’interrogativo sulla sofferenza e sul senso della sofferenza […] prima di tutto con la propria sofferenza” (n. 18); Cristo compie l’opera della salvezza “per mezzo della sua Croce” (n. 16); “ognuno […] è chiamato a partecipare a quella sofferenza, per mezzo della quale ogni umana sofferenza è stata anche redenta” (n. 19); “quanti partecipano alle sofferenze di Cristo diventano degni [del Regno di Dio]” (n. 21). La Salvifici Doloris, inoltre, pone una spiegazione del perché vi è un legame salvifico tra la sofferenza degli uomini e la sofferenza di Cristo: “ogni umana sofferenza, in forza dell’unione nell’amore con Cristo, completa la sofferenza di Cristo” (n. 26); “nella sofferenza si nasconde una particolare forza che avvicina interiormente l’uomo a Cristo, una particolare grazia” (n. 26). Mi sembra chiaro, tra l’altro, come questa “particolare grazia” non possa essere riservata solo ai cristiani, dato che tutti gli uomini, di ogni tempo, luogo, cultura e religione, sperimentano nella loro vita la sofferenza. La Lettera apostolica sottolinea, infine, e la ritengo una attestazione fondamentale e centrale del Magistero cattolico, che Cristo ha legato la sofferenza all’amore, che dalla sofferenza nasce l’amore che ci salva e non c’è amore senza sofferenza e sacrificio: con la passione di Cristo l’umana sofferenza “è entrata in una dimensione completamente nuova e in un nuovo ordine: è stata legata all’amore” (n. 18); “la sofferenza è presente nel mondo per sprigionare amore, per far nascere opere di amore verso il prossimo, per trasformare tutta la civiltà umana nella “civiltà dell’amore”. In questo amore il significato salvifico della sofferenza si realizza fino in fondo e raggiunge la sua dimensione definitiva” (n. 30).

Sulla base di questi dati biblici e magisteriali, credo si possa fare una riflessione sulla salvezza attraverso il sacrificio, che arrivi a mostrare una convergenza della posizione cattolica con quella delle altre confessioni cristiane e delle altre religioni.

Nella passione e morte di Cristo non è l’uomo che sacrifica una vittima a Dio, ma è Dio che, fattosi uomo, sacrifica se stesso (cfr. Gv 1, 29; Rm 8, 32). Questo autosacrificio di Dio ci dice che Dio non vuole il sangue della vittima sacrificale offerta dall’uomo, ma vuole salvare l’uomo attraverso l’amore. Poiché l’amore passa attraverso il sacrificio di sé, e non può esserci amore senza sacrificio di sé, e poiché Dio è amore (1 Gv 4, 8), non poteva non sacrificare se stesso. Quando anche l’uomo sacrifica se stesso, anche l’uomo diventa amore, e partecipa alla vita di Dio, entra in Dio: “chi sta nell’amore dimora in Dio” (1 Gv 4, 16); cioè, si salva. Il testo che conferma questa convinzione è Rm 3, 25-26: “Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia”. La fede che giustifica è quella in Cristo “strumento di espiazione”; è la fede nella salvezza che passa attraverso il sacrificio. Ed è il sacrificio di Cristo che giustifica; quindi l’amore. Quindi anche l’amore degli uomini e le loro opere; perché l’amore degli uomini viene da Dio, è lo stesso amore di Dio: “l’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5, 5). L’uomo che agisce guidato da questo amore agisce come Dio; cioè, sacrifica se stesso. E perciò si salva. La salvezza, allora, avviene per l’amore di Dio divenuto amore degli uomini; avviene attraverso il sacrificio di Dio divenuto sacrificio degli uomini.

Credo sia questo anche il senso di un’affermazione della costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II Gaudium et Spes (1965): l’uomo non può “ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé” (n. 24). E credo sia proprio questo dono di sé che manca dove manca l’uomo ritrovato, cioè nelle troppe occasioni e nei troppi luoghi della storia in cui non manca qualcuna delle cose di cui egli è capace.

Ma anche l’uomo incapace di sacrificare se stesso può salvarsi. Perché può riconoscerlo, può riconoscersi debole e peccatore. Allora interviene per lui il sacrificio di Cristo a salvarlo (2 Cor 12, 9). È la dinamica del perdono e della misericordia divina. La salvezza viene sempre da Dio; l’uomo la accoglie. Nel caso in cui l’uomo sia capace di sacrificare se stesso, questa capacità, che lo salva, gli viene dallo Spirito Santo donatogli da Dio. Nel caso in cui l’uomo riconosca la sua incapacità al sacrificio e il suo peccato, egli di fatto riconosce che la sua vita è un sacrificio, che è stato sacrificato nella debolezza umana. E questo riconoscimento lo unisce al sacrificio di Cristo; e perciò lo salva. Perché il sacrificio che lui riconosce è quello compiuto da Cristo, Dio-uomo che non ha risparmiato se stesso. Il peccatore pentito, cioè, di fatto riconosce Cristo, anche se non crede in Cristo, o lo nega, o non ne ha mai sentito parlare. Quindi ha fede. Non solo, ma chi crede, in ogni religione e in ogni tempo, riconosce la sua debolezza; si riconosce, cioè, come incapace di salvarsi da sé e bisognoso di una salvezza che non viene da lui. Poiché tale salvezza viene da Cristo, chi crede di fatto riconosce Cristo, anche se non crede in Cristo, o lo nega, o non ne ha mai ascoltato il messaggio. Ecco perché “l’uomo è giustificato per la fede” (Rm 3, 28). E perché la salvezza non è opera dell’uomo, ma di Dio.

Ed ecco perché il Magistero cattolico afferma che con l’eucaristia ci uniamo a Cristo “mediante l’atto redentore del suo sacrificio” (RH n. 80) e nella Dichiarazione congiunta fra cattolici e luterani tedeschi stilata nel 1984 1 si dice che l’eucaristia offre a Dio solo il sacrificio di Cristo avvenuto una volta per sempre sulla croce.

Del resto, il sacrificio di sé, il riconoscimento della propria debolezza e il pentimento hanno una dinamica simile e conducono a un risultato simile. Il sacrificio di sé significa sacrificio del proprio orgoglio e della propria pretesa di forza e di potenza, che è poi il peccato originale: “Sarete simili a Dio” (Gn 3, 5). Così anche il riconoscimento della propria debolezza significa sacrificio della propria pretesa di forza e potenza. Ecco perché agli occhi di Dio il peccatore pentito è gradito come il giusto, ed entrambi sono salvati. Questa salvezza passa attraverso il sacrificio di sé ed è opera di Dio. Ritengo che questa concezione non crei nessuna contraddizione tra la visione cattolica e quella protestante della salvezza.

Il senso profondo della croce è allora la salvezza di chi pecca e si riconosce peccatore e di chi crede, di ogni tempo, luogo, cultura e religione. Tale senso nasce anche da una lettura integrata della passione nei Sinottici. Cristo sulla croce ha sperimentato veramente l’abbandono del Padre (Mt 27, 46; Mc 15, 34). Poiché ha sacrificato la propria onnipotenza, il suo sacrificio è stato vero e reale; non è stata una finta o una messa in scena. Ma pur avendo sperimentato tale abbandono, non ha perso la fiducia nel Padre, al quale consegna lo Spirito (Lc 23, 46) e che salverà il peccatore che si è riconosciuto tale (Lc 23, 40-43). Il sacrificio di Cristo è stato necessario perché gli uomini non sono perfetti e non sono capaci del sacrificio di sé. Cristo si è sacrificato per tutti quelli che riconoscono la propria debolezza e la propria incapacità di sacrificarsi, e tra questi vi sono uomini di ogni tempo, luogo e religione.

A questa si può aggiungere un’altra riflessione. Se la salvezza ci è data da Dio solo per il sacrificio e i meriti di Cristo, perché non è data a tutti indistintamente gli uomini? Perché qualcuno non si salva? Perché c’è l’Inferno? Occorre ritenere che la salvezza ci è data non solo “per” Cristo, ma anche “in” Cristo (cfr. At 4, 2; Rm 6, 23; 1 Cor 15, 22; 2 Tm 1, 9; 2, 10; 1 Gv 5, 11). Egli ci ha detto: “Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16, 24; cfr. Mc 8, 34; Lc 9, 23). E ancora: “Chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per amor mio la troverà” (Mt 16, 25; cfr. Mc 8, 35; Lc 9, 24). La salvezza passa anche attraverso il proprio sacrificio, perché se uno non rinnega se stesso di fatto non aderisce pienamente alla volontà di Dio, cioè alla realtà come ci è stata data, che è diversa da quella che vorremmo, da quella che il nostro io desidererebbe. E quando aderisce alla volontà di Dio pienamente, uno prende la sua croce, perché accetta il proprio corpo con i suoi limiti, la propria debolezza umana, la propria sofferenza.

La salvezza passa anche attraverso il proprio sacrificio per un altro motivo, collegato al precedente: la necessità della propria conformità a Cristo. Si salvano quelli che sono conformi a Cristo (cfr. Gv 13, 15; Rm 8, 29; Fil 3, 10-11), quelli che seguono la via seguita da Cristo: debolezza, sofferenza, morte, risurrezione.

Per questa conformità a Cristo non è necessaria una fede esplicita. Quelli che si salvano senza credere in Cristo, seguendo la voce della loro coscienza e compiendo il bene attraverso un sacrificio, aderiscono alla volontà di Dio, che è quella che tutti siano salvati per Cristo e “in Cristo”. Del resto, lo stesso Gesù ha detto: “Non chiunque mi dice Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio” (Mt 7, 21). E l’enciclica Redemptor Hominis di Giovanni Paolo II afferma che “Cristo si è unito in certo modo ad ogni uomo” (n. 13). Dio non pretende che gli uomini si salvino aderendo esplicitamente alla Chiesa fondata da Cristo, ma seguendo la via seguita da Cristo e compiendo la sua volontà. Fonte.

Alcune apparizioni Mariane dove si parla dell’importanza del sacrificarsi per i peccatori

L’offerta di sacrifici

“Offrite… sacrifici a Gesù, affinché si realizzi tutto come Lui ha programmato, cosicché satana non possa fare nulla”. 

(9 gennaio 1986, messaggio della Madonna a Medjugorje)

La Madonna a Medjugorje ha detto: “Testimoniate con la vostra vita e sacrificate le vostre vite per la salvezza del mondo. Io sono con voi e vi ringrazio. Poi nel cielo riceverete dal Padre la ricompensa che vi ha promesso”. 

(25 febbraio 1988, messaggio della Madonna a Medjugorje)

“Fate riparazione, piccoli Miei; molti di voi non fanno il minimo sacrificio. Fateli, offrite piccoli e grandi sacrifici a Dio”. (23 gennaio 1996, messaggio della Madonna a Catalina Rivas, Bolivia)

“Di tutto ciò che potete, offrite un sacrificio al Signore come atto di riparazione per i peccati con cui è offeso e di supplica per la conversione dei peccatori”. 

(1916, messaggio dell’angelo apparso ai tre bambini di Fatima)

“Figli miei, pregate e offrite sacrifici per le anime dei vostri fratelli e sorelle. Pregate e offrite sacrifici per la pace”. 

(13 settembre 1992, messaggio della Madonna a Nancy Fowler, Conyers)

“Pregate, pregate molto e fate sacrifici per i peccatori. Badate che molte, molte anime vanno all’inferno, perché non vi è chi si sacrifichi e preghi per loro”. 

(13 agosto 1917, messaggio della Madonna ai bambini di Fatima)

A Conyers la Madonna ha detto che possiamo salire le scale che portano al cielo in questa vita, attraverso il sacrificio personale. Dobbiamo abbracciare la Croce e unire le nostre sofferenze con quelle di Gesù. 

(13 ottobre 1996, messaggio della Madonna a Nancy Fowler, Conyers)

“Pregate e sacrificatevi per i peccatori. Offrite voi stessi e le vostre opere al Padre Eterno tramite la mia mediazione e abbandonatevi a me senza riserve…”. 

(1937-1940, messaggio della Madonna a Heede)

Gesù e la Madonna a Conyers, in vari messaggi, ci chiedono di offrire ogni giorno dei sacrifici. Dobbiamo offrire al Signore tutti i sacrifici della giornata. Gesù in uno di questi messaggi sottolinea che se faremo così non saremo colti di sorpresa quando Lui ci chiamerà per offrirgli il nostro sacrificio. Saremo preparati per offrirgli tutto ciò che ci chiederà. Perciò dobbiamo vivere ogni giorno preparandoci per questo momento. Viviamo ogni momento per Lui. Noi non sappiamo quando Egli verrà a chiedere il nostro sacrificio. Dobbiamo amarlo come Lui ci ama. Questa richiesta riguarda tutti gli uomini. Gesù conclude il Suo messaggio dicendo che la Croce è la nostra via verso il Cielo. La Croce è la vittoria sul Maligno. 

(13 settembre 1995, messaggio di Gesù a Nancy Fowler, Conyers; 13 ottobre 1996 e 13 ottobre 1997, messaggi della Madonna a Nancy Fowler, Conyers)

“L’umanità deve pregare e sacrificarsi in riparazione dei peccati del mondo…”. 

(Messaggio della Madonna a Patricia Talbot, El Cajas)

 

A Conyers la Madonna ha detto: “Settantacinque anni fa sono venuta in Portogallo chiedendo preghiere e sacrifici in riparazione per i peccati del mondo. Oggi vengo qui con le stesse richieste”. 

(13 maggio 1992 e 13 ottobre 1997, messaggi della Madonna a Nancy Fowler, Conyers)

 

La Madonna a Belpasso ha detto: “Li voglio tutti santi i miei cari figlioli: beati i puri di cuore perché vedranno realmente Dio. Ora, cari figli, in questo giorno così importante, rinnovo la mia richiesta: recitate molti Rosari, fate sacrifici per la conversione dei peccatori, digiunate per la pace nel mondo, e soprattutto partecipate più volte alla settimana alla S. Messa, ma con tutto il cuore e con dei buoni propositi nell’impegno a migliorare e santificare la vostra anima, a rendere puri i vostri cuori.

Accostatevi ai SS. Sacramenti della Confessione e della Comunione. Pregate ancora per la santificazione dei religiosi e del popolo di Dio, infine, le vostre preghiere, le vostre suppliche, fatte con tutto il cuore, saranno presentate da Me a nostro Signore”. 

(1 novembre 1987, messaggio della Madonna a Rosario Toscano, Belpasso)

Fonte

Come praticare la devozione dei primi cinque sabati del mese

 

La storia dei primi cinque sabati del mese

Il 13 maggio 1917, la Vergine Maria parla per la prima volta a Fatima della devozione al suo Cuore Immacolato, dicendo, “Avete visto l’inferno dove vanno a finire le anime dei poveri peccatori. Per salvarli, il Signore vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Se si farà quello che vi dirò, molte anime si salveranno e vi sarà pace. Tu, almeno procura di consolarmi e annunzia in nome mio.”

Il 10 dicembre 1925, la Vergine appare a Lucia spiegandole come doveva praticarsi al devozione al suo Cuore Immacolato. Queste parole ci vengono dunque dal resoconto dell’apparizione fatto da Lucia stessa:

Il 10-12-1925 mi apparve la Santissima Vergine e, al Suo fianco, sospeso in una nuvola luminosa, un Bambino. La Santissima Vergine, mettendomi la mano sulla spalla, mi mostrò parimenti un cuore coronato di spine che teneva nell’altra mano. Allo stesso tempo il Bambino disse:

 «Abbi compassione del Cuore Immacolato della tua Santissima Madre, che sta coperto di spine che gli uomini ingrati in tutti i momenti Vi infiggono, senza che ci sia chi faccia un atto di riparazione per strapparle».

In seguito la Santissima Vergine disse:

«Guarda, figlia mia, il Mio Cuore coronato di spine che gli uomini ingrati a ogni momento Mi conficcano, con bestemmie e ingratitudini. Tu, almeno, cerca di consolarmi, e di’ che tutti quelli che per cinque mesi, nel primo sabato, si confesseranno ricevendo poi la santa Comunione, diranno un rosario, e Mi faranno 15 minuti di compagnia meditando sui 15 misteri del rosario, coll’intenzione di darMi sollievo, lo prometto di assisterli, nell’ora della morte, con tutte le grazie necessarie alla salvezza di queste anime»

 

 

Come praticare la devozione dei primi cinque sabati del mese

1) Confessarsi, entro gli otto giorni precedenti, con l’intenzione di riparare le offese fatte al Cuore Immacolato di Maria. Se durante la Confessione si dimentica di formulare tale intenzione, si può esprimerla nella Confessione seguente;

2) Ricevere la Comunione, in grazia di Dio, con la stessa intenzione della Confessione;

3) La Comunione deve essere ricevuta nel primo sabato del mese;

4) La Confessione e la Comunione devono ripetersi per cinque mesi consecutivi, senza interruzione, altrimenti si deve ricominciare da capo;

5) Recitare il Rosario, almeno la terza parte, con la stessa intenzione della Confessione;

6) Fare compagnia alla Madonna per un quarto d’ora, meditando sui misteri del Rosario. Questo può avvenire meditando un brano della Scrittura o i misteri del Santo Rosario. Suor Lucia di Fatima era solita meditare un mistero del Rosario per 15 minuti alla fine della sua preghiera. Questa meditazione è in aggiunta alla quotidiana recita del Santo Rosario.

7) Concludiamo con la preghiera al Cuore Immacolato di Maria per ogni primo sabato del mese.

 

 


Perché cinque sabati?

Un confessore di Lucia le chiese il perché del numero cinque. Lei lo chiese a Gesù, il quale le rispose: “Si tratta di riparare le cinque offese dirette al Cuore Immacolato di Maria.
•    Le bestemmie contro la sua Immacolata Concezione.
•    Contro la sua Verginità.
•    Contro la sua Maternità divina e il rifiuto di riconoscerla come Madre degli uomini.
•    L’opera di coloro che pubblicamente infondono nel cuore dei piccoli l’indifferenza, il disprezzo e perfino l’odio contro questa Madre Immacolata.
•    L’opera di coloro che la offendono direttamente nelle sue immagini sacre.
(Maggio 29,1930)

Confessione

Suor Lucia spiega cosa si può fare se la confessione non può avvenire nel primo sabato del mese. Essa stessa fece presente a Gesù la difficoltà che alcune anime avevano di confessarsi il sabato, e chiese che fosse valida la confessione di otto giorni. Gesù rispose: «Sì, possono essere anche di più, purché, quando Mi ricevono, siano in grazia e abbiano l’intenzione di riparare il Cuore Immacolato di Maria.»

Lei domandò: «Gesù mio, e quelle che si dimenticheranno di formulare quell’intenzione?»

Gesù rispose: «Possono formularla nella confessione seguente, approfittando della prima occasione
che avranno per confessarsi».(15 febbraio 1926)

 

Comunione

Durante una  rivelazione di nostro Signore a Lucia di Farima, il 29 maggio 1930, Egli le spiegò cosa si sarebbe dovuto fare se tutte le condizioni della devozione, come ricevere la Comunione, non potessero essere compiute nel primo sabato.

Il Signore dette la risposta a Suor Lucia durante la notte tra il 29 ed il 30 maggio del 1930:

“La pratica di questa devozione sarà ugualmente accettabile durante la domenica che segue al primo sabato, quando i Miei sacerdoti, per una giusta causa, lo permettano alle persone.”

Per questo non solo la Comunione, ma anche la recita del Rosario e la meditazione sui misteri possono essere trasferiti alla domenica, per giusti motivi, che sta ai sacerdoti giudicare.


Attitudine spirituale verso la devozione

Per le anime che coltivano questa devozione la Vergine Maria dice, “dicedice, “prometto di assisterli, nell’ora della morte, con tutte le grazie necessarie alla salvezza di queste anime» .  Tuttavia la ragione primaria di questa devozione deve essere il desiderio di consolare il Cuore Immacolato di Maria attraverso la riparazione e la crescita nella santità personale. Per sottolineare questo, il Signore disse a Lucia:

È vero figlia mia, che molte anime li cominciano, ma poche li finiscono; e quelle che li finiscono è col fine di ricevere le grazie che vi sono promesse, e Mi son più gradite quelle che fanno i 5 con fervore e con il fine di consolare il Cuore della tua Madre del Cielo, che non quelli che han fatto i 15, tiepidi e indifferenti.” (15 febbraio 1926). Fonte.

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